Catasta pulviscolare

Credo che la poesia nasca comunque. La vedo come una delle forze elementari. M. e G. in Vespa (o era una Lambretta – la cosa ha un valore politico?) da Genova a Parigi. Era il ’68 o giù di lì. Dovrei farmelo riraccontare. G. è (era) Giuliano Naria. Penso sempre nella doccia e poi mi asciugo. Carloforte è il suo orizzonte. La rete il nostro. Un bivio e si diverge. In silenzio.  La tana e la trappola. Anche S.  viene dal ’68. E i suoi due mesi di carcere, ti ricordi , quante volte li abbiano sentiti? Era lui, già, Mario Sossi. Non vedo l’ora (e non la vedrò) che del Sessantotto si parli come del Quarantotto (Milleottocento). Ronza la mosca. Nuovi fiori di zucchine, le prime che abbiamo piantato insieme. Eterna riabilitazione da un trauma di cui si ignora la natura. I regali da comprare. Spinoza? I compiti da correggere. Gli ultimi dell’a.s. Ma non finisce qui. Il mio calendario è fatto di a.s.  e delle tue notti, pure. L’agitazione psico-motoria  del farmacista. Un progresso scorsoio. Il tempo che strapiomba. Siberia. Cerca su google Emmanuel Carrère. Dialettica vicino/lontano. E’ per questo che ho pensato alle ferie in Islanda? Esplorando l’ibrida zona  tra fiction e non-fiction. Sarà pure naive però è acuto. Tutto quel grigio di matita grassa però nessuna foto è disponibile. Maslov. Alet. Era a Torino ma non mi sono fermata a guardare per tempo. Vodka per soli uomini. Birra davanti al discount all’ora di chiusura del cantiere. Ex-comunisti. Calabresi. La polizia. Il diario. Il G8. Perché le vittime non hanno avuto voce? Con che voce parlano, adesso? La tragedia negata. In  nome di cosa, davvero?  Uno stato al di sotto delle persone che lo difendono, indifendibile da chi lo attacca. Vittime due volte. Un limone è caduto. Una cascata di rose sulla rete del recinto. Un ragno sul bocciolo. Bisognerebbe utilizzare di più le categorie dell’antropologia. Forse. Forze. … siamo costretti ad essere in un eterno presente, in realtà. Quando diciamo passato è in realtà strapassato. Guai a soffermarsi. Salvo quando la realtà ti travolge, come un carrarmato, con le ruote dentate dell’economia e allora non resta che farsi da parte.

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16 risposte a Catasta pulviscolare

  1. caracaterina ha detto:

    Legenda minima: 1) le parole in corsivo sono tratte dall’intervista a Zanzotto pubblicata oggi su Repubblica 2) per Siberia, Maslov, Emmanuel Carrère e Alet, cercare su http://www.aletedizioni.it 3) Calabresi sta per Mario, di cui ho letto il libro necessario con commozione, rimorsi e molte domande dubbiose 4) su Giuliano Naria, qualcosa di più interessante, per me, di quanto si potrebbe leggere nel primo link proposto da google l’ho trovato qui:
    http://www.thesecondrenaissance.com/scheda_libro.php?id_stringa=7447&id_coll=235

    e poi qui:
    http://www.brigaterosse.org/brigaterosse/documenti/archivio/doc0051.htm

  2. pessimesempio ha detto:

    “Non vedo l’ora (e non la vedrò) che del Sessantotto si parli come del Quarantotto (Milleottocento).” Io vorrei parlare anche del 77. Non so se si era capito. Magari l’avevo capito solo io. Una zona d’ombra di enormi dimensioni, un passato che nessuno vuole ricordare, oggi.

  3. caracaterina ha detto:

    Perchè non è passato, dicono, e io ci credo. Stasera ho aperto la hp di repubblica.it e la cascata di notizie mi ha spaventata.

    Mi hai fatto venire in mente, pessimesempio, che, appena uscito, ho letto il libro dell’Annunziata. Mi era sembrato interessante, pochi mesi fa, ma adesso non me lo ricordo più, non so più cosa ne penso. Non so, credo che sia perchè è ancora solo semplicemente memoria e non storia.
    E la mia, di memoria, è ancora troppo vicino a quello che ne scrivevo qui, 4 anni fa (che poi era un pezzo ancora di due anni prima, postato altrove):

    http://caracaterina.blog.dada.net/post/39947/Violacei-quegli-anni.html

  4. caracaterina ha detto:

    E comunque. Oggi mi son letta il librino della “nottetempo”, l’intervista a Zanzotto. Comincia così:
    Negli ultimi tempi mi son trovato a meditare (meditare, non posso usare neanche questa parola perchè sono pensieri discontinui, che vanno, vengono, si possono coordinare ma ahanno una loro necessità).

    Poi, dopo un po’, dice ancora:

    Leggo il Gazzettino perchè è una miniera di fatterelli che visti nell’insieme sono come pustole perchè danno un quadro vicino alla realtà e alla discontinuità

  5. omniaficta ha detto:

    Ogni volta che ci si guarda indietro si vede qualcosa di diverso. Nuove distanze, nuove prospettive, incipienti difetti di vista, un po’ d’artrosi cervicale, tutto congiura alla perenne difficoltà di (ri)vedere, fare i conti, dare un senso e magari chiudere un capitolo. E non è lavoro solitario, questo, perchè non è (solo) questione di biografie, ma di storia collettiva. Non è forse questa che manca, ora?

  6. pessimesempio ha detto:

    Manca una storia collettiva e forse manca anche di capire cosa davvero sono stati quegli anni per chi, come me, li ha vissuti stando a latere, senza coinvolgimenti forti. Color ematoma, dici, caracaterina, ma c’erano anche altri colori che sono stati coperti dal livido, senza che ne sia rimasta traccia. O scarse. A me tutto questo inghiottire senza digerire non mi sta tanto bene, mi pare che mi si rubino pezzi di vita. Come se non fossi mai esistita prima di ora. Io e gli altri.

  7. demetrio ha detto:

    ciao.

    anche io sto leggendo il libro di Calabresi, e l’ho sto leggendo con accanto quello di Sabrina Rossa.

    sto cercando di mettere in ordine le idee.

    una cosa non mi convince: “l’idea di una storia collettiva”. ad esempio ci ha provato ballestrini con “noi vogliamo tutto” e “gli invisibili”.

    e mi sembra che il risulato non sia sempre all’altezza.
    bello “noi vogliamo tutto”, meno, più di maniera, “gli invisibili”.

    sono anni che mi piego su ‘ste storie e c’è sempre qualcosa che mi sfugge, che non riesco a descrivere compiutamente. un sentimento oscuro, che ho sentito in maniera diretta in Sciascia e nel libro di Calabresi, anche se qui l’ho sentito più che per meriti letterari, per forza di suggestione di vita stipata nelle pagine.

    sta di fatto che questo sentimento oscuro non riesco a definire ed è per dire questo che cerco di scrivere il saggio.

    è una serie di approssimazioni.

    d.

  8. caracaterina ha detto:

    Il discorso sulla storia collettiva, come quello sulla memoria condivisa, è sdrucciolevole e infido. E forse non s’ha da fare. Forse, invece, c’è bisogno di uno specchio, per ricostruire certe immagini. Lo specchio tenuto in mano da chi non c’era, i trentenni, oppure di chi c’era ma era dall’altra parte.
    Mi viene in mente Perseo, e la necessità di guardare nello specchio camminando all’indietro per tagliare il capo alla gorgone.

  9. omniaficta ha detto:

    Guardate, la questione della dimensione collettiva non può essere liquidata con perplessità, fastidio o contrarietà di “pelle”, senza provare ad articolare una critica un po’ più stringente. La metafora, il mito, la letteratura, va tutto bene, per carità. Però non mi dice affatto cosa veramente non vi convince. E nel contempo, ripropone una prospettiva ancora una volta “individualistica” come opzione privilegiata. Ma forse (anzi certamente)nella sintesi di un commento non ho potuto o saputo essere convincente. Così come non posso chiedere risposte più impegnative.
    In realtà, intendevo segnalare una mancanza di elaborazione del passato prossimo che non si limita alla biografia più o meno romanzata di individui, generazioni, partiti (in senso lato). Perchè ciò che manca è il lavoro costante alle narrazioni in conflitto che coinvolgano tutti. Qui sta la condivisione. Non nell’unanimismo di facciata o di “potere”, ma nel riconoscimento della presenza dell’altro, nell’apertura al significato di ciò che è stato, anche quando non ci appartiene individualmente. Il terreno comune è questo, ed è un campo di battaglia, ma in cui non si muore e forse non si vince. Ma ci consegna gli uni agli altri, e ci permette finalmente di parlare e di vivere quello che ci ha fatti diventare ciò che siamo.

  10. caracaterina ha detto:

    Sono stata impulsiva e superficiale, sì. Il discorso merita molto di più. Soprattutto quello relativo alla storia collettiva. In effetti nella mia testa ci sono più parole, sebbene confuse, di quante me ne escano dalla tastiera. Appena posso ci ritorno. Appena potete tornateci.

  11. demetrio ha detto:

    io continuo ad non essere convinto della faccenda della *storia collettiva*.

    provo ad esemplificare, si dice che la tragedia (meglio *l’assistere ad una*) fosse un rito collettivo nella Grecia classica.

    vero.

    è anche vero che le tragedie erano scritte da un autore, che solitamente portava in scena la vicenda di un singolo (edipo, medea.. etc etc).

    credo che la narrazione degli anni ’70 mancano questi passaggi che ho descritto.

    la narrazione collettiva io la leggo, in questi casi, come un *noi* che rende poco o niente sia dal punto di vista storico che da quello letterario.

    a me piacerebbe sentire un *io* vero che racconta. Io non l’ho sentito fino ad ora.

    ecco.

    d.

  12. caracaterina ha detto:

    Qui torna in ballo, mi sembra, la faccenda dell'”individuo” di cui si parlava nell’altro post. Tu vuoi mi sembra, dem, un individuo che racconti una storia che non sia stata ancora narrata, di cui si sente la mancanza, un individuo che racconti un’altra storia rispetto a quella, collettiva, che è stata raccontata finora. Ma il punto è che questo “individuo”, quando lo farà (e qualcuno come Calabresi sta tentrando proprio questa operazione, altrimenti, se l’operazione non è questa, sarà sterile, politicamente) non potrà raccontare che una storia non semplicemente “sua” ma una storia condivisibile da altri, da una collettività.
    Le storie individuali o impiantano o si impiantano in una tradizione e, come ricorda omniaficta, fra tradizioni diverse si crea sempre un conflitto (la faccenda è, si sa, che sono sempre i vincitori a raccontare la storia).
    Al momento siamo alle prese con l’inizio di un nuovo conflitto fra narrazioni. Che è un conflitto, appunto, storico, visti anche gli effetti che sta mostrando in politica e nella società. E’ un problema perchè una narrazione diversa dalla vulgata doxa rappresenta sempre un rischio. Che però bisogna correre.
    Al solito, devo aver fatto confusione. La fretta mi perseguita. Vado.
    Tornerò

  13. pessimesempio ha detto:

    Anche a me non pare che ci sia un conflitto tra storia individuale e storia collettiva, nel momento in cui la prima nasce dalla e nella consapevolezza che il tuo vissuto è parte di un vissuto che è stato di tanti altri e che la realtà si forma dall’insieme di tanti vissuti. Questo intendo con storia collettiva, non certo o non necessariamente storia scritta a più mani. Ed è proprio perchè la storia la raccontano sempre i vincitori che c’è bisogno, oggi, di qualche altra storia. Che provi a dire dove eravamo, cosa pensavamo e cosa pensiamo adesso, senza sentirci per forza ‘bambini perduti’.

  14. omniaficta ha detto:

    La narrazione collettiva, per come la vedo io, non è fondata sul “noi”, ma sul “voi”, forse persino sulla terza persona, nel momento in cui ci si sente in grado di superare la rigidità di schieramenti contrapposti. Mi piacerebbe vedere qualche narrazione sul nemico che non si limiti a delinearlo in funzione delle proprie azioni, con intento giustificativo. Narrazioni esonerate da scopi propagandistici o autoassolutori. Invece, i protagonisti di eventi drammatici e spesso laceranti (pensiamo agli ex-brigatisti) si sentono tanti piccoli cesari alle prese con il loro de bello gallico. Fingono di non aver perso (e perso in partenza) lo scontro con un nemico che loro stessi non saprebbero raccontare senza un apparato paranoide di pseudoanalisi. Finché raccontano di sé stessi possono illudersi. Una vera narrazione del nemico li porterebbe (chissà) a riconoscere la sconfitta e chiuderebbe una stagione con la possibilità di guardare avanti. Lo stesso discorso vale per tutti gli altri, anche per chi ha vinto. Ma i vincitori sono troppo concentrati a fare il proprio de bello gallico.
    Questo è schematicamente quello che penso. Non è affatto l’opposto di quello che pensa Demetrio, mi sembra, ma è piuttosto uno sguardo rivolto in una direzione diversa, che a me sembra necessaria.

  15. demetrio ha detto:

    sai qual è la differenza, io credo che questa sia una cosa da cui io non mi posso liberare, in quanto è qualcosa di naturale. Io che ragiono su questi argomenti non li vedo come *vissuti*, per me sono comunque *storia* (al massimo con un taglio più da cronaca), ma sono fatti.

    per paradosso. lo sciopero degli schiavi egizi e gli scioperi fiat hanno per me entrambi un valore di storia.
    per te *omnia*, no.

    se io vado dal un sindacalista degli anni ’70 e parlo con lui dei 40mila che sfilano per Torino, io e lui avremo una precezione del racconto diversa. E questo perché lui era lì in mezzo, correva da una parte all’altra, gridava buffoni oppure era tramortito da questo sciopero all’incontrario.

    quello che tu proponi è ancora più *netto* di ciò che io provo a suggerire nel mio saggio o negli interventi.

    racconto collettivo non come un noi (ovvero una parte) ma come tentativo di fare un “essi” (ovvero l’altra parte). io chiedo qualcosa di meno, per ora, ovvero chiedo di *rubricare* gli anni ’70 da *vissuto*, *esperienza personale* (autobiografismo) a *fatto*, *accadimento*, *storia*, aprendo quindi la possibilità ad una narrazione diversa.

    quello che tu proponi è una sorta di “truth commission” come in sud africa. Un luogo, in cui le parti in conflitto dicono la verità, la raccontano, dicono quello che hanno fatto e quello che hanno subito, la mettono in una sorta di enorme gigantesco *luogo narrativo* che sono i registri di questa commissione e con questo atto il noi d’ognuno diventa un *essi*. Non so siceramente se in Italia una cosa del genere può essere anche solo pensata.

    d.

  16. omniaficta ha detto:

    Sì, Demetrio, è così. Sapevo che avresti colto il punto. E forse quello che io sento come una carenza (non degli individui ma di un intero mondo) è solo un sogno, l’utopia di una rigenerazione. Sarà perchè non abbiamo sofferto abbastanza? Sarà perchè non siamo africani? Non lo so. Temo che in Italia il vizio sia il solito. Come dirlo? Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto?

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