Al di qua della siepe

La creazione di una gogna, il linciaggio, morale ma più frequentemente materiale,  la messa al bando dal villaggio sulla base di voci, della Fama dalle mille bocche sfiatanti, la creazione del capro espiatorio, insomma, su cui Renè Girard ha scritto pagine magistrali che non sarò certo io a riassumere, è uno dei caratteri antropologici fondanti.  Non esiste che non esista. Il che peraltro non significa che sia etico e giusto e che non lo si debba prevenire, stigmatizzare, esecrare, denunciare, ridurre. Bon.La creazione illuministico-borghese dell’opinione pubblica ha solo allargato i confini del villaggio e dato più velocità alle ali della Fama e maggiore eco alle sue voci.  Bon anche questo.E insieme all’opinione pubblica borghese è nato anche il romanzo, genere borghesissimo com’è stranoto, e sono nati i romanzieri, che, fra altre faccende,  dell’azione calunniosa e violenta della Fama trasformata da dea in opinione pubblica, hanno raccontato i misfatti. I primi che mi vengono in mente, che so, la Lettera scarlatta di Hawthorne,  il Buio oltre la siepe della Lee,  passando per il J’accuse di Zola (che invece del romanzo, nel tentativo di essere più efficace, è andato direttamente a pubblicare nella bocca della Fama). Che altro? Ecco, toh: Sacco e Vanzetti, ad esempio, “vendicati” dal cinema e dalla canzone pop.  Beh, insomma, ulteriori esempi ed emblemi più intelligenti e meno banali che li aggiungano altri.

Questo per dire che la denuncia della vox populi come voce non di dio ma di un potere comunque occhiuto e sovrastante  (la religione, l’ideologia, i poteri dominanti di volta in volta costituiti, ma anche la paura, l’oscura forza coattiva dell’inconscio) è da un paio di secoli così frequente e facilmente costruibile da diventare un luogo comune della narrativa borghese  a vario titolo “liberal”. E’ una normale e continua pratica igienica della democrazia che cerca giustamente di difendersi dalle proprie derive, di autocorreggersi, di automedicarsi.  Self-help che certe volte, a questo scopo, perfino si appella a-  e  si allea con-  le forze antidemocratiche, adoperando su se stessa il bisturi del potere censorio per potersi, appunto, conservare. Non è sempre il tempo di evolversi, infatti, a volte bisogna semplicemente “conservare”, anche al prezzo di mutilarsi. 

Quando si dichiara di avere paura del potere distruttivo dell’opinione pubblica si fa un’operazione implicitamente ambivalente e obiettivamente conservatrice:  si dichiara  la propria sfiducia nella capacità popolare di discernimento (capacità che invece è invocata ogni volta che ci siano da mostrare le credenziali della democrazia), si dichiara la debolezza delle istituzioni cardinali della democrazia, come l’indipendenza della magistratura da ogni tipo di potere,  non solo politico, ideologico, ma anche sociale e, soprattutto, mediatico. Si mette in campo l’esperienza comune della malattia sociale ovvero dell’irrazionalità e della fragilità degli umani in ambito sociale (non parliamo di quello individuale o, addirittura, intimo), come ammonizione, come memento i quali, allo stesso modo di un’operazione chirurgica che richiede annullamento dello stato di veglia e intervento distruttivo, espongono al rischio della morte dell’operando.

E questa ammonizione chirurgica, questa raccomandazione da ministero della salute io leggo negli interventi di  Giulio Mozzi, della Lipperini e di altri  a proposito dell’inquietantissimo caso di Rignano.  L’intellettuale come medico della democrazia, un tentativo di farsi Zola e Harper Lee in un contesto, però, completamente differente e non solo nei tempi, nei luoghi e negli argomenti in oggetto. Tanto differente che, invece di denunciare i rischi della deriva della fragilità della democrazia, questi interventi  li accrescono, i rischi di rendere ancora più ciechi e anestetizzati i nostri recettori di allarme e controllo.

Il problema è l’identificazione delle vittime.  Non importa che i nostri “liberal”  si affannino a dichiarare che sanno benissimo che le vittime, nel caso di Rignano,  sono “anche” i bambini e che costoro devono essere i primi a venir tutelati e difesi e protetti.  Il fatto è  che nei loro discorsi, l’enfasi del testo, il fulcro, il punto cruciale è  la legittima difesa delle potenziali vittime adulte dalla crocifissione mediatica.  Ma questo, nel dramma specifico in corso parzialmente davanti ai nostri occhi,  è sentito come inadeguato da parecchi, me compresa.

Perchè in questo evento che mostra il profilo di attori dalle ombre atroci, un intellettuale “liberal” che abbia una profonda coscienza della società non è proprio il caso che si metta ad alzare il dito soprattutto contro il coro, contro la vox populi, non perchè questa non sia in genere pericolosissima  e minacciosissima, ma perchè, se rivendica una posizione di denuncia, l’intellettuale deve avere l’acume di discernere l’oggetto della sua denuncia e di mostrare un pericolo che non sia già noto e provato, e comodo, ma un pericolo “nuovo”, incombente e pervasivo,  deve mostrare la tragedia, deve mostrare la luna – e magari il suo volto nascosto – e non solo il dito che tutti quanti vediamo benissimo.

 Fra due pericoli sociali, quello della crocifissione mediatica e quello della ormai diffusa e pervasiva incapacità della nostra società  (anagraficamente vecchia ma purtroppo non adulta) di  riuscire a proteggere i bambini, e quindi di non saper immaginare un futuro e impegnarsi a crearlo e non a distruggerlo, qual è quello più urgente, quello che richiede maggiore allerta? Dal problema della gogna pubblica, di questa tragica costante della storia umana, così costante da meritarsi l’aggettivo di naturale – se l’aggettivo avesse davvero un senso –  non ci difenderemo certo minimizzando (oggettivamente questo fanno quegli scritti)  o subordinando il problema della mancanza di futuro dei nostri figli. Perchè questo, invece, è il tema angosciante che oggi mi sembra prioritario, non la gogna mediatica, al di là delle apparenze e della sua diffusa pratica.  E’ il buio del futuro a generare la gogna e il cappio, non viceversa.

La pedofilia (o più giustamente la pedocachia, come è stata definita da qualcuno nei commenti a Mozzi)  è anch’essa una costante della storia umana, una storia che, nel suo complesso (qualche migliaio di anni su qualche migliaio di chilometri quadrati di ecumene), ha mostrato di essere capace di tutto e, in sostanza, di avere un unico e solo tabù “ufficiale” e universalmente riconosciuto, come ha rilevato Levi Strauss: quello dell’incesto madre-figlio.  Per il resto l’umano si è permesso di tutto e di più, intendo dire che in qualche circostanza storica, in qualche  contesto,  ha reso ciò che oggi noi, qui, sentiamo come abuso, oggetto di legittimazione,  se non ha fatto addirittura “di libito licito”.  Tuttavia, e per fortuna dell’essere umano, l’orrore per l’abuso dei bambini, sebbene qualche volta regolamentato da norme consuetudinarie o da forme legislative, è sempre stato anch’esso e comunque una costante del comportamento umano.  E’ unanime considerare l’ambito dove esso è praticato  come degenerato. La radice del termine è esplicativa: si tratta della negazione del generare, la negazione del futuro.

L’abuso dei bambini è una pratica di assoluta disperazione.  Sia che si tratti di uno sfruttamento sessuale  sia che si  agisca uno sfruttamento lavorativo – e l’Europa borghese, tanto per parlare di quella porzione di terra e di storia in cui siamo capitati a vivere, non è certo estranea alle legittimazione almeno di quest’ultimo aspetto -.

Un’assoluta disperazione  è un’assoluta mancanza di speranza nel domani, qualcosa di molto diverso e del tutto più buio del nichilismo. Là dove c’è disperazione del domani, i bambini – e le donne, che sono biologicamente predisposte a generarlo, il domani – sono sempre (anche qui, una tragica costante e un  terribile presente) le vittime prime.

Ed è questa disperazione che vorrei sentire denunciare, perchè questa mi sembra pervasiva e ipocritamente nascosta, oggi. Ci sono indizi che si moltiplicano e che invece si minimizzano limitandosi a denunciarne la spettacolarizzazione mediatica.  (Salvo poi pigliarsela con la scuola, a volta con uno scaricabarile fra adulti a volte giustamente, quando accade una tragedia o un fatto ignominioso).  La disperazione indotta dalle condizioni materiali dei paesi povererrimi che vedono morire i bambini come mosche, dalle mosche mangiati, oppure consumati dal turismo sessuale dei ricchi (e l’Italia è in prima fila)  sta diventando da qualche anno la disperazione morale del mondo nostro, incancrenito come  non succedeva più da cinquant’anni.

L’abuso dei bambini è sempre stato faccenda di povertà materiale, faccenda di guerra, faccenda di luoghi dove è la morte fisica a dominare la scena della lotta per la vita. Perchè, adesso, è diventata faccenda del nostro mondo, non più povero, non più in guerra sul suo territorio, cancellatore delle vedute dirette della morte (ai bambini non si fa mica vedere il nonno morto, perchè “li impressiona”)?  Perchè questa mancanza di futuro che porta numeri sempre più alti di dodicenni di famiglie normali  a fare le cubiste in discoteche kinderheim e a scopare con un tot di minorenni a pomeriggio sotto gli occhi di un cellulare che riprende la scena e la rimanda in Internet? Perchè questa incredulità degli adulti e questo voltare la testa?

Chi sono le vittime dell’opinione pubblica, oggi? Degli adulti presunti pedofili che si vogliono garantire come se fossero neri discriminati o anarchici immigrati nell’America razzista o il Dreyfuss ebreo di una Francia antisemita? Oppure i  piccoli abbandonati alla cecità di adulti che camminano sotto cappe di piombo dorato come i pretesi veggenti dell’inferno dantesco?

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28 risposte a Al di qua della siepe

  1. caracaterina ha detto:

    Ho fatto un errore che sa di lapsus freudiano: nella Divina Commedia, a camminare sotto cappucci di piombo ricoperti d’oro sono gli ipocriti; gli indovini, invece, camminano con la testa tutta intorcinata all’indietro e, guardandosi la riga fra le chiappe, procedono all’inverso. Già: “e proceder il chiami”

  2. giuliomozzi ha detto:

    Buondì.

    Alcune osservazioni su quello che mi sembra il passaggio cruciale.
    “…si dichiara la propria sfiducia nella capacità popolare di discernimento (capacità che invece è invocata ogni volta che ci siano da mostrare le credenziali della democrazia)…”.
    Distinguerei tra la “capacità popolare di discernimento” che si esprime attraverso una “forma” (il voto, le altre forme di partecipazione popolare ecc.) e quella che si esprime “senza forma”.

    “…si dichiara la debolezza delle istituzioni cardinali della democrazia, come l’indipendenza della magistratura da ogni tipo di potere…”.
    Distinguerei tra forma e sostanza. La magistratura ha il dirtto “formale” di essere indipendente; nella “sostanza”, a volte la sua indipendenza è in pericolo: tanto che la legge prevede la possibilità di spostare un processo da un luogo all’altro per ragioni ambientali, di ricusare un giudice, eccetera.

    “…Si mette in campo l’esperienza comune della malattia sociale ovvero dell’irrazionalità e della fragilità degli umani in ambito sociale…”.
    Non mi pare di aver fatto questo. Ho detto: in casi simili, le cose sono andate così e così. In uno di quei casi (come si spiegava in lungo e in largo in uno dei documenti ai quali rinviavo e che parzialmente citavo) la pressione mediatica è stata fortissima.

    Ho messo un rinvio a questo articolo in vibrisse.

  3. caracaterina ha detto:

    Grazie, Giulio.
    Vedo, comunque, che il tuo commento resta su un fulcro che il mio discorso aveva cercato di spostare. In questo senso i tuoi distinguo toccano poco, mi sembra, il senso del mio post. Comunque: a) i comportamenti di massa, o di branco, come quelli da capro espiatorio appunto, sono effettivamente prepolitici o apolitici che dir si voglia; la democrazia formalmente intesa ne è effettivamente intaccata in quanto, se si diffondono nell’opinione pubblica, minano le condizioni del consenso e (vedi b)) possono deviare il funzionamento delle istituzioni. D’accordo. Ma come ti opponi a questo rischio se non riesci a costruire, vedi post sotto, una narrazione diversa che non istighi al babau? Cosa stiamo raccontando, come adulti, ai bambini? Cosa ci facciamo raccontare da loro? Come interagiamo con i loro “racconti”? Come rappresentiamo la fragilità e la fatica di vivere ai bambini?
    Quanto al terzo punto, Giulio, sai molto meglio di me che il non detto ha più forza del detto.

  4. giuliomozzi ha detto:

    Non ho capita l’ultima frase.

  5. filosoffessa ha detto:

    Non sono sicura di averti seguita in tutto e per tutto.

    Ma mi sembra che verso la fine del post tocchi il punto cruciale.

    Da un lato si tende a “proteggere” (malamente) l’infanzia dalle brutture della vita (niente nonno morto, niente favola dei tre porcellini…), dall’altro la si abbandona, di fatto, a se stessa (davanti alla TV, al PC, alla playstation, ecc.), purche’ non ci costringa ad interrogarci, a fare da mediatori nei confronti del mondo e del domani.

    E il nostro mondo, giustamente rilevi, vive una poverta’ ben piu’ grande di quella materiale: che e’ quella dello spirito, della cultura, della speranza, della progettualita’, dei valori, del futuro insomma.

    Per contro, credo che certe aberrazioni ci siano sempre state. Solo passavano sotto silenzio.
    In questo caso la nostra civilta’ iper-mediatica rende le cose un pochino piu’ visibili.

    Ma anche qui si corre un rischio: che l’eccesso di visibilita’ e la velocita’ con cui cambiano gli scenari che ci vengono proposti, generino una estrema difficolta’ (una impossibilita’) di comprendere, analizzare, metabolizzare fenomeni che meriterebbero un’attenzione diversa da quella della pubblica gogna.

    Proprio per evitare che si ripetano.

  6. Pingback: Dei bambini non si sa niente « Filosoffessa

  7. vbinaghi ha detto:

    Sono talmente daccordo con il tuo post che voglio dire che in che cosa consiste, secondo me, questa cecità nei confronti dei bambini.
    Le narrazioni di un tempo insegnavano a distinguere il buono e il cattivo, il sano dal perverso, e additavano l’ideale del bello e del virtuoso. La narrazione dominante oggi è una sorta di sociologismo e psicologismo d’accatto, che motiva e legittima ogni comportamento ed è assolutamente incapace di dare ai bambini ciò di cui essi hanno più bisogno: una forma, che contenga e indirizzi le loro pulsioni disordinate. Senza moralità non c’è diritto nè cultura, ma gli intellettuali preferiscono difendere la totale libertà d’espressione del desiderio perchè hanno mangiato la mela avvelenata di Rousseau e familiarizzano più volentieri col deviante che con chi si ostina a chiedere sicurezza in cui vivere e un bene d’ordine a cui aspirare.

    Valter Binaghi

  8. Ghega ha detto:

    Caracaterina,
    hai ben fatto a puntare il dito sulla mancanza di ascolto nei confronti dei bambini, perché, ciò che mi par chiaro dalle pagine web di questi giorni, è che di queste voci se ne voglia fortemente far a meno, negandole ostinatamente e rigettandone l’autorevolezza.

    Mi domando: a chi giova il silenzio dei bambini? A chi giova l’azzittire un bambino che miracolosamente rompe il patto con il suo carnefice e coraggiosamente parla?

    Agli adulti che si rifiutano di guardare nell’abisso del male, agli adulti che guadagnano dall’abisso del male, agli adulti abusati da bambini che ancora non hanno rotto il patto con il loro carnefice?

    Ghega

  9. filosoffessa ha detto:

    Concordo con la necessità di dare ai bambini “una forma”.
    Che poi questa forma coincida con una “moralità senza cui non c’è diritto né cultura” è da discutere.
    Infatti “moralità” è una vuota parola.
    Semmai potremmo dire “eticità”, ovvero quel sistema di valori in cui crediamo in quanto facenti parte di una data società in un certo momento storico.
    Ecco, di eticità ce n’è assai poca, in giro.
    Ma addossare questa responsabilità agli intellettuali mi sembra una sparata un po’ grossa.

  10. stefano zangrando ha detto:

    “Là dove c’è disperazione del domani, i bambini – e le donne, che sono biologicamente predisposte a generarlo, il domani – sono sempre (anche qui, una tragica costante e un terribile presente) le vittime prime.”

    Questa è una delle considerazioni più intelligenti in cui mi sia mai imbattuto.

  11. vbinaghi ha detto:

    @filosoffessa
    “eticità”, ovvero quel sistema di valori in cui crediamo in quanto facenti parte di una data società in un certo momento storico.

    Questo è storicismo, cioè il sepolcro dell’etica.
    In effetti, la responsabilità degli intellettuali è proprio nello spacciare lo storicismo assoluto (e il relativismo che ne deriva) come base su cui si può costruire una cultura, che invece richiede il senso del duraturo e dell’essenziale.

  12. Deli ha detto:

    ” dei bambini non SI sa niente” .
    Dei bambini, a mio parere, non SI è mai saputo niente.
    Il bambino SI sa, ha imparato a tacere sin da piccolo. (occorre ritornare a leggere un pochino di Alice Miller, e della pedagogia nera, per esempio).
    Credo che ognuno di noi abbia un’immagine di sè, in silenzio, in un’età tra i 3 e i 12 anni, che guarda un punto indefinito. Interrogandosi sull’assenza di chi avrebbe dovuto essere presente.
    Quello che manca non é il parlarci ai bambini (credo che vengano riempiti di chiacchiere). Ma che io, tu, noi… SIAMO presenti.
    Ricordandoci che il figlio della vicina è anche in parte “mio” figlio. E non nel senso del diritto al rimprovero, al controllo. Ma nel senso del diritto all’attenzione. Allo sguardo non distratto anche se non intrusivo. Allo sguardo oltre al recinto del cosiddetto nucleo familiare.

  13. La Lipperini ha detto:

    Questa storia degli intellettuali che hanno mangiato la mela avvelenata è francamente risibile. Se soltanto in rete si fosse chiari, se soltanto non si sovrapponessero ogni volta le proprie interpretazioni (quando non l’autopromozione: in uno dei primi commenti su Lipperatura a questa vicenda, se non erro, Binaghi è venuto a citare un passo del suo libro. Cosa, quanto meno, inelegante), allora si avrebbe una visione più chiara di quello che si sta cercando di dire.
    Non siamo impazziti tutti: semplicemente, stiamo invitando chi ci legge a cercare di non credere al mostro finchè non esiste la prova che il mostro ci sia. E’ altra cosa dal non voler dare ascolto ai bambini: per paradossale che possa sembrare, è anzi un modo di cercare di tutelarli. Perchè se dovesse risultare che i genitori di Rignano hanno dato corpo a propri fantasmi, i bambini sarebbero comunque le prime vittime.
    Oltre alla pedofilia, che nessuno, mai, ha negato, e nessuno ha sottovalutato, esistono altri terrori, oggi: praticamente tutti, la televisione, internet, i videogiochi, i cellulari, l’iPod. Tutto fa male, tutto è pericoloso. Mi chiedo, chiedo a caracaterina: non sarà, per caso, questo, a colpire, a ferire, a rendere fragile i bambini?
    Ascoltare non significa sovrapporre la propria visione del mondo a quella dei bambini: io ne ho due, ormai preadolescenti. In questi anni, ho ascoltato e osservato non soltanto loro, ma i loro amici e compagni. E soprattutto i loro genitori: e ogni volta, negli adulti, ho visto la stessa cosa. Paura. Paura, in moltissimi casi, di spettri. Così forti da venir introiettati dagli stessi bambini. Così forti da coprire, purtroppo, i casi reali. Che ci sono, e che nessuno nega.
    Vigilare, infatti, non vuol dire negare. E nessuno, nè Giulio, nè la sottoscritta, nè Nazione Indiana, si è mai arrogato la patente di intellettuale che disprezza l’opinione pubblica e intende sostituirsi ad essa, o, peggio, indirizzarla. Affermarlo significa, quanto meno, conoscerci poco. Non è un obbligo, certo: ma quando ci si tira in ballo nell’ennesima polemica da blog, sarebbe opportuno sapere di cosa si sta parlando. E di chi. Spiacente, ma io non corrispondo all’immagine che la titolare di questo blog ama, non da oggi, farsi della sottoscritta.
    Quanto al libro sulle dodicenni, lo sto leggendo: sinceramente, mi sembra una terrificante operazione commerciale costruita intorno ad una tesi apocalittica precostituita. Vi saprò dire, nel caso.

  14. caracaterina ha detto:

    Mi dispiace che, proprio oggi in cui tante voci si sono incrociate qui, sono rimasta scollegata fino a quest’ora che, per me, è pittosto tarda ragion per cui non mi metto a rispondere chè vado a dormire.
    Ma vi ho letti tutti, per quanto di fretta, e domani cercherò di rispondere. Solo una nota veloce per Lipperini che, mi pare, allude a un’immagine che io amerei farmi di lei e non da oggi. Scusa, ma quando mai ci siamo incrociate nei discorsi? Non ho mai dato di te, che io ricordi, nessuna immagine a nessuno, tantomeno sostengo o ho sostenuto che tu disprezzi o ti sostituisci all’opinione pubblica. Ma quando mai? A cosa ti riferisci? Inoltre: non ho nominato Nazione Indiana, ho linkato solo te e Mozzi perchè avete scritto ampiamente e linkato altri. Tutto qui. Nel merito dei temi, ripeto, risponderò domani.
    Ah, nel merito del libro linkato: non l’ho letto, ne ho solo sentito parlare. E’ possibile che tu abbia ragione sull’operazione commerciale. Non ci sarebbe da stupirsi.
    ‘Notte.

  15. vbinaghi ha detto:

    Lipperini, se vuoi tirarmi staffilate perchè non lo fai sul tuo blog?
    La mela avvelenata è un’immagine molto chiara, forse nei salotti radical chic la filosofia è passata di moda, ma le idee hanno sempre una genealogia, e il sociologismo estenuato e sentimentale ha pure un papà. L’autopromozione – se ce l’hai vista – perdonala: verremo ancora a lezione di buone maniere su Lipperatura.

  16. demetrio ha detto:

    vorrei provare a fare un ragionamento, che riguarda la testimoninza.
    Sarà un po’ scorbutico forse ma mi sembra importante farlo, perché qui stiamo parlando di un processo e il processo ha dei “protocolli” un po’ più complicati della semplice indignazione, che storie come questa fanno nascere.

    Le parole dei bambini hanno valore testimoniale?
    Ovviamente sì, perché mettono in scena un disagio, un male e una sofferenza che non sono spuntati dal nulla.
    Le parole dei bambini, così come sono state raccolte per questo caso, hanno un valore testimonale per il processo?
    Molto meno, perché in questo caso non siamo davanti ad una narrazione o a un’opera di fiction, ma al rispetto di alcuni standard (ad es. le testimonianze dovevano essere registrate e non lo sono state, i bambini dovevano essere *tendenzialmente* soli con l’assistente sociale, invece c’erano i genitori, etc etc). Queste mancanze dal punto di vista processuale sono gravi: rendono meno cogenti le prove (perché ad ora le prove sono solo le testimonianze dei bambini, visto che filmati e altro non sono stati trovati).

    Ora quindi esiste una giustizia comune che maledice chi abusa dei bambini (la famosa macina di evangelica memoria), la legge, la giustizia ordinaria, invece ha dei gradi di colpevolezza: per dire quello che guidava il pulmino – posto che sia vero – dalla scuola a queste ville è colpevole tanto quanto chi avrebbe abusato? Se questo che guidava il pulmino arriva alla villa, faceva scendere tutti e aspettava è colpevole tanto quanto gli altri?
    Per il nostro senso comune: sì. Per la giustizia, forse, potrebbe essere colpevole di favoreggiamento o di qualcosa del genere.

    Il problema è quindi non tanto la difesa dei bambini, quanto il fatto che davanti ad un processo, in cui le prove sono veramente labili processualmente parlando, il rischio è quello che alla fine si arrivi ai due estremi: tutti innocenti e tutti colpevoli, togliendo quindi all’esercizio della giustizia laica l’unica caratteristica propria che è quello della *discrezionalità* e del *dubbio legittimo*.

    d.

  17. La Lipperini ha detto:

    Invece l’intervento scorbutico è stato utilissimo, perchè ha riportato al punto, senza svolazzi: ovvero, riflettere su un fatto seguito ad altri fatti molto simili. Questo era lo scopo iniziale della discussione: altri hanno inteso deviare su temi romanzeschi e letterari.
    Rispondo, scusandomi per la durezza dei miei toni di ieri sera: a parzialissima giustificazione, la necessità di dover ribadire le stesse cose su più fronti. Ma forse devo cominciare ad interrogarmi sulla mia poca chiarezza espositiva di partenza, su Lipperatura, dal momento che quel post ha dato adito a non pochi malintesi.
    Caracaterina, io mi riferisco a quel che hai scritto in questo post, quando citi l’intellettuale come “medico della democrazia”. Ma chi ha mai preteso questo ruolo? Non io, sicuramente, che rifiuto anche l’attributo di intellettuale, da sempre. Più sopra, scrivi: “Quando si dichiara di avere paura del potere distruttivo dell’opinione pubblica si fa un’operazione implicitamente ambivalente e obiettivamente conservatrice: si dichiara la propria sfiducia nella capacità popolare di discernimento”. Allora, o io ho compreso male (possibilissimo, e in questo caso chiedo venia): o tu attribuisci a chi prende posizione su questa vicenda un timore nei confronti dell’opinione pubblica, e dunque il suo discredito. Non è così: i miei personali timori, semmai, sono nella gestione della comunicazione, sono nella campagna di allarme fatta indiscriminatamente, non da oggi, dai media.
    Il famigerato libro sulle dodicenni ne è un esempio perfetto. Si prendano blog e forum frequentati da ragazzine, si stralcino i post che fanno al caso proprio, senza dimenticarsi di inserire alcune storie romanzate, “à la Christiane F.”, e abbiamo la fotografia di una presunta generazione alla deriva (vecchia storia, vecchissima), con responsabilità evidentemente attribuite a televisione, videogiochi, cartoni bla bla.
    (per quanto riguarda i nostri precedenti incontri, mi sa che devo chiederti scusa: era con un’altra persona di untitled che avevo questionato in precedenza).
    Binaghi, infine: non mi pare di non averti “staffilato” su Lipperatura. Ti ho risposto più volte e mi sembrava di essere stata abbastanza chiara nell’invitarti a stare al punto, a non sovrapporre i tuoi concetti poetici e letterari alla discussione che si stava facendo.
    Ma vedo che insisti: e mi conosci, oltretutto, talmente poco da non sapere che non frequento salotti, nè radical, nè chic. Se a te piace continuare a ragionare in termini di “articolesse” e intellettualesse da terrazza mondana, auguri. La verità è là fuori, diceva il caro Fox Moulder.

  18. valter binaghi ha detto:

    @Lipperini
    Se il punto non è Rignano (di cui meno si parla e meglio è, finchè giustizia faccia il suo corso) ma la comunicazione, io al punto ci sono stato. E sei tu per prima che hai tirato fuori l’impresa Blisset come modello di demistificazione. Mostrandoti poi urtata perchè qualcuno ha letto l’impresa diversamente.

  19. liborio ha detto:

    Se vi ricordate il caso di Brescia alla fine i presunti colpevoli vennero assolti, ma prima rischiarono il linciaggio a causa della gogna mediatica. Purtroppo, io per primo, non riesco ad essere garantista quando di mezzo ci sono i bambini.

  20. Ghega ha detto:

    Si sposta in continuazione il dito, l’attenzione, sull’aspetto mediatico e non si riflette sulle importanti conclusioni del pezzo di Caracaterina.

    Si affossa il valore della testimonianza (un bambino videoripreso durante le sevizie perché si oppone alle videoriprese durante la raccolta della testimonianza? “sciocchino, su, non è la stessa cosa”; un bambino che ha avuto il coraggio di parlare ai genitori, nonostante il terrore per le minacce, perché ha bisogno di dire le stesse cose davanti a un estraneo con i genitori presenti? “sciocchino, non tutti gli estranei sono così cattivi, puoi restare solo con questo estraneo qui, è buono, è la psicologa, certo ti avevo detto che potevi stare tranquillo anche con le maestre, è vero, forse mi ero sbagliato”).

    Non si guarda più in là del proprio naso.
    Il proprio naso è il metro di tutto.

    Mettersi nelle scarpe di un bambino abusato? Non scherziamo, con quel che sudano giocando i bambini? Diciamolo, quelle scarpe un po’ puzzano.

    Ghega

  21. Ultime Notizie ha detto:

    Non so se queste persone siano colpevoli ma i media ogni volta partono con una marcia sbalgiata puntando il dito sempre dove pensano di far notizia. Se queste persone fossero colpevoli sarei favorevole a una condanna esemplare ma se fossero innocenti allora credo che i vari giornali debbano chiedere scusa per aver montato un caso mediatico inesistente.

  22. andrea 1979 ha detto:

    Il pericolo sociale maggiore consiste nell’incapacità dello stato italiano di difendere gli innocenti…

    http://www.progettosparta.splinder.com

  23. caracaterina ha detto:

    Eccomi.
    Faccio alcune premesse: 1) mi piacerebbe tanto poter rimandare chi legge solo alle parole che filosoffessa ha scritto qui e di là da lei, perchè mi ci riconosco pressoché in toto ma riconosco pure che non posso mica cavarmela a così poco prezzo per me e a spese sue :) 2) alla parola “intellettuale” che adopero qui o altrove non attribuisco certo il significato di insulto ma nemmeno quello di titolo d’onore o di merito; per me vale tanto quanto “artigiano”, “imprenditore”, “sportivo”, un’accezione collettiva in cui faccio rientrare persone che svolgono diversi mestieri che, in questo caso, hanno per lo più a che fare con le parole – in genere scritte ma non solo – (retaggio umanistico, accidenti!) e che producono oggetti di pensiero, anche in forma di oggetto artistico o scientifico; non intendo con “intellettuale” solamente i soloni accademici o i maitre a penser riconosciuti da istituzioni varie, anzi, può essere intellettuale (magari part-time) anche chi non si guadagna da vivere con prodotti dell’intelletto, tuttavia ama svolgere pubblicamente, anche da dilettante, un’attività di pensiero e di riflessione creativa che a volte può essere anche molto interessante.
    In questo senso, qui dentro, siamo tutti intellettuali, di mestiere o meno. E, dal momento in cui produciamo oggetti fatti di parole e frutto di una riflessione e li mettiamo in pubblico, attiviamo una prassi e ci assumiamo – di fatto – la responsabilità delle conseguenze, piccole, infinitesimali, irrilevanti o determinanti che siano. E non si dà che non ci siano conseguenze. Spero che su questi significati possa concordare anche tu, Lipperini (e grazie per le scuse: in effetti mi suonavano un po’ tanto strane le tue parole, rivolte a me. Non so dire, comunque, a quale altra delle socie o magari degli autori tu ti riferisca ma se qualcuno si è riconosciuto e vuole chiarire magari lo farà, se crede, evidentemente non in questa sede).
    Ora invio che che già così sto lunga e diventa un commentone illeggibile del tutto.

  24. caracaterina ha detto:

    Le domande che faccio alla fine del post non sono un aut-aut. Non si proteggono davvero i piccoli se non si difendono lo stato di diritto e le sue istituzioni dalle derive delle voci incontrollate e, dicevo, prepolitiche o apolitiche. Anche questo è “dare una forma” che, son d’accordo con binaghi, va data ai bambini. Quindi concordo anche con l’intervento di demetrio e comprendo l’operazione di giuliomozzi, della lipperini e di altri che si sono dedicati a smontare le costruzioni retoriche e le posizioni più o meno forcaiole. In questo senso ho usato l’espressione figurata di “medici della democrazia”. La posso ritagliare anche su di me, fra l’altro, lo faccio ogni volta che a scuola discuto con i ragazzi (dai 14 ai 20 anni) e Beccaria fa parte regolarmente del mio programma così come leggere e smontare (e rimontare) gli articoli giornalistici. “Curo” la democrazia, anche con mezzi coercitivi, a volte. Non me ne faccio un problema. So che è esposta a virus di ogni tipo, lo siamo tutti, uno per uno. Nessun medico non è “ammalabile”. Considero un diritto-dovere di ciascuno curarsi della e curare la democrazia. E mi sembra una sorta di prassi ovvia, come lavarsi i denti, come prendere uno sciroppo per la tosse, come raccomandarsi o raccomandare di non bere e non fumare troppo.
    Tuttavia. A me sembra anche che queste operazioni ovvie non bastino. Non bastino più. C’è qualcosa di cambiato, di peggiorato nel nostro tessuto sociale, come quando si guarda un neo che si è sempre avuto e notiamo che i suoi bordi o il suo colore si sono leggermente modificati. Credo che il “medico”, a questo punto, dovrebbe fare qualcosa di più. Non più solo un’osservazione, non più solo le solite analisi di routine, non più riguardare la scheda medica già nota (i vari fatti già accaduti, gli episodi simili). Credo che non farlo -e qui rispondo a giuliomozzi sul non detto -, cioè trascurare quel qualcosa di nuovo – per noi che stiamo a scriverne, non dirlo, non indicarlo per iscritto – sia, per usare la parola di filosoffessa di là, una forma di omissione. E come tale può avere molto peso, molta forza, molto più del fare le solite analisi.

  25. caracaterina ha detto:

    Il qualcosa di nuovo non è solo “il caso Rignano”, è l’effetto che ha avuto sulla gente.
    Nel mio post non entro nel merito dei fatti, nè di quelli ipotizzati come criminali nè di quelli giudiziari. Semplicemente non li conosco e ne taccio. Non mi do nemmeno da fare per discutere il battage mediatico: se è un’operazione puramente commerciale ha il suo perchè: lo voglio vedere quel direttore che, appurato che l’edizione di oggi, con l’articolo a tre colonne, è andata esaurita, non fa uscire domani un articolo a sei colonne e così via finchè vende. Non voglio nemmeno stare a pensare ad altre dietrologie e strategie fantapolitiche. Tutto questo a me sembrano i soliti nei, da tenere sotto controllo, ovvio, ma niente di più. Lavarsi i denti e controllare lo stato delle carie.
    Ma la gente. La gente, noi tutti. Abbiamo avuto una reazione enorme. Io non credo che sia dovuta solo a una ben articolata costruzione retorico-mediatica. Dei fatti di Brescia o della bassa modenese e dei bambini di dio e simili che sono stati rievocati io avevo una memoria stinta. E parlando con varie altre persone ho riscontrato la stessa cosa. Eppure, a suo tempo, un certo battage, abbiamo faticosamente ricostruito, c’era stato. Eppure varie persone si sono trovate rovinate dall’esposizione alla gogna. Eppure orrore satanismo e aberrazione sui bimbi sono l’orco e il babau per ogni circostanza. Perchè di quei fatti ci ricordiamo così a fatica? Parlo di persone che si reputano attente e lettrici. Perchè quei fatti non incisero così tanto? Io credo che fosse perchè eravamo meno “sensibili”. Non “sensibilizzate”, proprio “sensibili”.
    Perchè ci toccava meno, pur indignandoci altrettanto. Perchè, come società, eravamo un poco più sani e avevamo anticorpi. E non si tratta di nostalgia per il buon tempo antico e neppure della lagnanza sul dove andremo a finire signora mia con questi gggiovani. E’ che proprio, a me pare, il neo si è modificato.

    Quanto al credere ciecamente ai bambini. Mi rivolgo in particolare a Ghega e al suo condivisibile ma, secondo me, non me ne voglia, un po’ troppo accorato discorso. Il credito non deve mai essere cieco. I bambini sono plasmabili dagli adulti, nel bene e, purtroppo, anche nel male. Inoltre, anche i bambini sono semplicemente umani. L’ascolto non è una ricezione passiva ma è anch’esso una costruzione, una relazione.

  26. Ghega ha detto:

    Non vi è ascolto senza relazione, ovvio, meno ovvio il fatto che il credito e l’ascolto al bambino abusato sia cieco e indiscriminato, dato che lo deleghiamo a chi di competenza.
    Chi di competenza informa sulla propria formazione, sulla famiglia disciplinare di appartenenza, sulla metodologia di approntamento del setting, sui criteri utilizzati nell’ascolto (solo a seguito della “fondazione” di una relazione di fiducia), sull’esperienza effettuata nell’ambito specifico e avverte in merito alle conseguenze che l’abuso produce a breve e a lungo termine nel bambino abusato, naturalmente portando a supporto la letteratura specialistica.
    L’accoratezza nasce dalla consapevolezza della distruzione psichica ed esistenziale che l’abuso procura nei bambini.
    Se l’accoratezza è poco condivisa in queste pagine, proverò comunque a dormire serena la notte, non lo considero un problema, per lo meno non costituisce un problema per me.

    Ghega

  27. caracaterina ha detto:

    L’accoratezza per l’angoscia di un bambino abusato, Ghega, è terribilmente condivisibile. La mia osservazione un po’ limitativa era riferita al fatto che, nel post, non ho inteso parlare specificatamente della pedofilia, sebbene vi abbia inevitabilmente, date le circostanze, fatto ampio riferimento. Intendevo piuttosto riferirmi a un clima sociale e culturale che, più in generale, è incapace di proteggere in modo adulto i bambini e li “ferisce”, lascia che si perdano.
    Mi sembra preziosa, in proposito, l’osservazione di Deli relativa alla capacità di prestare attenzione non solo ai propri figli ma anche ai figli della vicino. Ecco, questa capacità degli adulti di saper accogliere i bambini anche al di là del nucleo familiare è andata perduta, insieme al cortile, al quartiere, al vicinato. Sostituita da niente o, meglio, anzi peggio, da quella paura di cui parlava lipperini.

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