Costruzioni. O di un dialogo a distanza

La sua è una lingua in campo, una lingua campale mentre quelli che dici hanno una lingua che si sono trovata bell’e fatta e quando parlo di inconsapevolezza mi riferisco a questo.
Non riescono a scavare le fondamenta di questa loro lingua, non sanno come è fatta. Non la costruiscono. La lingua è come una casa, loro la usano e basta, la arredano un po’, transitoriamente, la infarciscono come fanno con la loro cameretta, con l’appartamentino affittato che spesso gli pagano i genitori. Non sono mai stati sul campo, al massimo fanno un po’ di bricolage.  
Fanno la baracchetta dei bambini lì giù in giardino, raccattando legnetti e pezzi di stoffa. Si limitano a succhiare l’umidità del terreno ma non è questo che intendo con “lingua sul campo”. Intendo una lingua che si fa zappa e rastrello e si coltiva (non necessariamente con le opere della letteratura canonica, anche se poi male non farebbe). Ma anche una lingua che combatte. Una lingua che deve arare, separare le zolle. Separarsi.

Sto cercando qualcuno che dia l’idea che sta costruendosi una lingua.

(scritto qualche giorno fa, in una discussione fra noi )

 

“Siamo figli e nipoti di generazioni coscienti/coscienziose costruttrici del futuro migliore in cui dei sacrifici non doveva restare nemmeno una traccia, un’ombra.
Quando poi videro che non abbiamo imparato la fatica ordinaria del costruire, cominciarono a raccontarci la storia ma era già tardi.
Forse è già tardi.
Io so di “vivere di memoria”. Ma a volte mi spavento vedendomi costruire un passato.
Mi dovrei interrogare su come costruire la memoria del presente.
Ma non solo il catalogo dei manufatti finiti, il “glossario”: anche la “pragmatica”, la “grammatica”, la “sintassi” e anche la “fonetica” perché un giorno mi possano com/prendere.”

(commento di Ora sesta, letto in un post amarognolo e discutibile, infatti è stato discusso, scritto da CalMa il 26 aprile)

 

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9 risposte a Costruzioni. O di un dialogo a distanza

  1. demetrio ha detto:

    hai letto Rabito?

    d.

  2. Giulia ha detto:

    E’ molto bello quello che dici e mi fa molto riflettere. Grazie Giulia

  3. pessimesempio ha detto:

    La prima parte del post mi fa un po’ pensare a Mariangela Gualtieri, che sto rileggendo- ancora- in questi giorni e ad alcune riflessioni che proprio stamani stavo facendo sulla sua scrittura e sulla lingua che lei-ed altri- usano (credo che posterò qualcosa su di lei nei prossimi giorni- Tra l’altro osservavo che, con grande meraviglia, molte delle ricerche che portano al mio blog sono ricerche su di lei e questo mi sembra strano, francamente. Comunque è un altro discorso). Mi pare che quello che nel pezzo che riporti si cerca, si possa avvicinare molto a questo genere di scrittura, almeno la ricorda. Non sempre però facile farsi zappa e rastrello e insieme separare le zolle. Il rischio, e mi pare che tu lo sottolinei accostando i due frammenti in un unico post, è quello di fare una lingua ma di non avere una storia, o un presente da raccontare. Come se a volte ci fosse la voce, il fiato per dire, ma mancassero le parole perchè mancano le storie. E qui si potrebbe davvero aprire di nuovo il discorso sulla mancanza di passato e di memoria del presente, insomma un discorso anche questo vecchio, intorno al quale giriamo in molti, mi sembra, ma che non riusciamo a far quagliare, come si dice. Le cose che sento, le storie, i libri che presentano alla radio o altrove, mi sembrano davvero brutte copie o anche belle copie di cose e storie già viste e anche quando leggo mi pare di non sentire niente di nuovo, il che significa niente sussulti. Discorso lungo, da riprendere. Buon primo maggio,però.

  4. caracaterina ha detto:

    Grazie, Giulia. E’ molto bello anche il blog di Ora sesta.

    Non ho letto Rabito nè letto/visto la Gualtieri, mi spiace. E’ possibile (almeno io mi sento di sostenerlo) che non avendo il sentimento del passato, una “storia”, sia difficile, per non dire fallimentare, raccontare il presente. Ma mi sembra più importante, per la lingua – perchè è lei che determina le cose da dire – la mancanza di una necessità nel presente. Costruire il presente e non continuare a costruire il passato, questo mi piaceva nel discorso di Ora sesta.
    Intendo: se senti che devi assolutamente dire “qualcosa”, la metti alla prova la tua lingua, la sfidi, ti traduci anche alla bell’e meglio. Non ti limiti a giochicchiarci perchè tanto una “casa” ce l’hai già e non ne desideri un’altra. Una lingua la si costruisce quando si ha necessità di radicarsi, di smettere di vivere in un luogo che è fisico ma che è diventato un topos della letteratura: l’esilio.
    Ora, con ‘sta faccenda che siamo tutti sradicati, precari, liquidi, nomadi etc., mi sembra che ci si stia costruendo un alibi. Non dico che si debba essere tutti dei Celan che tentano di costruirsi un tedesco oltre l’atrocità o un Canetti da Lingua salvata, proprio no, e non intendo nemmeno che si debba fare della scrittura “edificante”, anche se, poi, quando uno pensa allo scavo di una lingua, a un minimo di costruttività, è abbastanza inevitabile pensare a un fondamento morale.
    Intendo una lingua che cerchi di costruire relazioni.

  5. calais ha detto:

    ieri leggevo Ginzburg in spagnolo, las pequeñas virtudes. Parlava del suo mestiere, scrivere. Disse che durante molto tempo non potè scrivere. Viveva in un paese di sole, al Sud, che amava con l’erba bruciata e le case bianche mentre ricordava la sua città del Nord, le strade e le colline che si univano alle strade del paese del Sud e si mischiavano. Lì doveva cucinare zuppe e fare salsa di pomodoro ed essere molto attenta al tempo, se non c’era vento nè pioggia per andare fuori coi bambini. Quando questi hanno cresciuto e sapendone già molte cose dei pomodori -dice- si è trovata di nuovo con la scrittura e le parole le sembravano fresche e come lavate

  6. untitled io ha detto:

    Il presente è molto più difficile da scavare che il passato. Questa frase, per esempio, è molto difficile a scavarsi.

  7. caracaterina ha detto:

    Non è facile neanche scavare il passato, direi. Nessuno scavo è facile, Unts. E allora?
    Non è uno sforzo della volontà, comunque, non è un compito oppure un dovere. Lo scavo è un’attitudine involontaria, che si fa strada carsicamente (appunto!) e spunta fuori quando hai smesso di far conserve di pomodori :)

  8. Effe ha detto:

    non riesco a non dire, nonostante i giorni che distolgono e non mi lasciano possibilità di rallentare qui, di come vi stia osservando al di sopra delle vostre spalle.
    Lo dico per farvi sentire inquiete, eh, che l’altro è sempre presente.

  9. caracaterina ha detto:

    Al di sopra delle nostre spalle? Effe, non approfitti della sua statura.

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