Le vite degli altri (o del “male necessario”)

Al terzo tentativo (i primi due fallimenti sono stati un ritardo e una coda eccessiva al botteghino) mi è finalmente riuscito di vederlo, Le vite degli altri. E ne sono stata contenta perchè il film è proprio come si dice in giro: denso, compatto  (persino quadrato, tanto per non smentire gli stereotipi), profondo, multistrato, avvolgente, commovente. E istruttivo. E quando avverto questo retrogusto didattico in me si apre una piccola crepa critica: se è da far vedere ai ragazzi, spesso gatta ci cova. Ma comunque ci sta, che dentro all’etica ci siano la morale della storia e il messaggio, perché il film è vibrante di suo e  si infiltra nei sogni e nel cuore, resta vivo il giorno dopo, e probabilmente ancora molto oltre,  fa il suo lavoro di tarlo, o ancora meglio di bacterio nel legno marcio della postmodernità. Già: questo è un indizio. Ma tiremm’innanz.

C’è dell’altro, ancora. C’è, più che Brecht  (che è un Brecht lirico, “personale”, che interviene sulla coscienza, ma non sulla politica, la quale ha regole e leggi tutte sue, altro tema in fondo postmoderno, ma non solo, non solo, certo), c’è, dicevo, quel guten Menschen che fa da leit-motiv della  vicenda, quella bontà che finalmente riscatta tutto il buonismo casereccio e che, finalmente pure, ha un costo, e molto alto.

E c’è quella richiesta Perdono!” che lo scrittore  – umano troppo umano, ha tanto da espiare, barcamenato com’è, come tutti noi, fra il successo e lo scotto non pagato, angustiato da una non-colpa eppure un’atroce responsabilità e da una coscienza inane e parecchio inetta – rivolge con dolore e  speranza. Piange, lo scrittore, piange e chiede perdono, il benestante, il salvato, alla sua donna (santa e puttana, altro indizio) che porta le stigmate nel nome: Christa, che potrebbe essere, e probabilmente lo è, un’allusione dichiarata alla Wolf, ma che è rafforzato da quel Maria, che non sembra proprio essere casuale. E quel cerchio vuoto, sulla strada dove si consuma il sacrificio: dentro al cerchio la richiesta di perdono che echeggia, fuori dal cerchio tutti gli altri, sconfitti, delusi, attoniti, a capo chino.

E quella levetta a cui poco si crede, di cui ci si perplime, ma che è la chiave di volta della storia (Storia?)? In effetti, come  non essere diffidenti davanti alla conversione? E in nome dell’amore, poi, che nel caso sa più di carità che di eros.

Ma davvero bravi tutti, davvero. Il Muehe spanne sopra, con quella mimica facciale impercettibile che rende trasparente, anzi epifanico, ogni moto interiore impossibile a vedersi con gli occhi del mondo. Bello. Bel film, sì.

E la DDR, si dirà? E la Stasi? Beh, era il comunismo realizzato, bellezza, uno dei mali necessari  della Storia. Non “il male assoluto”, però.

Ma non nego che a me colpiscono i dettagli, i fuori campo, i fuori testo. Che non riesco mai a vedere l’opera in sè. E che mi ha impressionato tanto, oltre l’età, il cognome del regista. Sono due bizzarrie, diciamolo. E, tornata a casa, nella notte di internet, ho consultato la wikipedia tedesca. E mi si è pennellato in testa un quadro che attraversa la Storia.

Henckel von Donnersmarck: dal Sacro Romano Impero Germanico alla chimica industriale, così potevo supporre sui titoli di coda e questo ho trovato. Uno stemma araldico del 15° secolo, una nobiltà slesiana (la marca del Donner, dove starà? Più o meno direi, fra la Polonia, la Pannonia e il Tirolo), una fedeltà imperial-cattolica che fra Sigismondi, Leopoldi e Ferdinandi ha messo insieme una pila alta così di titoli e onorificenze che hanno iscritto la famiglia da secoli nei libri del Gotha. Un padre che è stato presidente del Sovrano Ordine dei Cavalieri di Malta (ex Ospitalieri di San Giovanni) nonchè  manager della Lufthansa. E  infine un ragazzo, cresciuto cosmopolita. Che ha potuto fare davvero quello che ha voluto e che avrebbe potuto anche voler scocainarsi  tutto il tempo fra Porsche e Briatore, fra Bahamas Montecarlo e Costa Smeralda, spendacciando alla Fuerstenberg vita e averi di famiglia e che invece cosa ha voluto? Prima di tutto studiarsi il russo a San Pietroburgo, poi, quando è stato il tempo di studi più seri, fare filosofia, e vabbé, ma anche economia e commercio. Dove? Ma a Oxford, naturalmente. Quindi imparare un mestiere iniziando a fare pratica. Di cinema, o avi perspicui e di virtute onusti. Di cinemaaa? E sia. Ma almeno trovatevi, conte, un mentore adeguato. Ci sarebbe quel vecchio amico di famiglia, sir Richard Attemborough. D’accordo ma poi studiate, signor conte figliuolo, che alla pratica va unita la grammatica. Certamente, alla scuola di cinematografia di Monaco di Baviera.  Questo il tipo, le ascendenze e il cursus honorum.

Ma poteva anche non essere bravo. E invece lo è. Ed è un uomo, questo regista, un adulto, il che non mi viene tanto naturale da dire parlando oggi di trentenni occidentali (soprattutto ci faccio caso da quando il mio studente antillano è sbottato: ma perchè  voi, qui, chiamate “ragazzi” la gente di trent’anni?). Insomma: Florian Henckel eccetera dev’essere un’accettabile soddisfazione per lo zio paterno, sopravvissuto al padre e priore di tutti i cistercensi d’Austria.

Ora, c’è chi parla  di rinascita del cinema tedesco. Ma li avete rivisti, ve li ricordate i Rainer Fassbinder, i Werner Herzog, il  Klaus Kinski d’antan? E adesso, questa “rinascita”. In un anno, due film tedeschi di enorme successo e pluripremiati di cui il primo è il mistico Grande Silenzio e il secondo un film di rigore paolino. Entrambi prodotti con l’intervento della televisione bavarese. La Baviera, la cattolica. Già.  Parlavo di indizi. Ma potrebbero essere solo coincidenze e il caso.

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2 risposte a Le vite degli altri (o del “male necessario”)

  1. caracaterina ha detto:

    Io, questo post, lo amo: mi ha appassionato vedere il film, mi ha appassionato pensarci, mi ha appassionato scriverne e ragionarci durante.
    Scrivendo questo commento improvvisamente mi è venuta in mente una cosa. Mi sono alzata e sono andata a cercarlo nello scaffale. Ecco: Maurice Blanchot, La comunità inconfessabile:” […] ella appartiene alla comunità, nasce dalla comunità, pur facendo sentire con la sua fragilità, la sua inaccessibilità e la sua magnificenza, che è l’estraneità di ciò che non può essere comune a fondare questa comunità eternamente provvisoria e sempre già disertata”.

  2. carlo ha detto:

    Una precisazione

    Il padre di Henckel von Donnersmarck è sato presidente dell’Associzione Tedesca dei cavalieri del Sovrano Militare Ordine di Malta e non presidente dell’Ordine stesso (carica che non esiste) al cui vertice è l’attuale Gran Maestro Frà Andrew Willoughby Ninian Bertie. Inoltre l’Ordine di Malta può essere ancora chiamato Ordine ospedaliero di San Giovanni.

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