Di marketing, di epica e di un bambino che (forse) non diventa re

L’altro ieri Fainberg ha aperto, nel suo blog personale e in quello della nostra casa editrice, un interessante discorso che, partendo dalle sue personali riflessioni sul marketing, che è il settore di cui si occupa, si è allargato al tema della  mendacità delle parole che, sempre più spesso, si  spendono nella rete. Una mendacità che ha le caratteristiche delle tecniche di marketing occulto e, molto presumibilmente, gli stessi scopi. Un modo di stare in rete assai inquinante.  Osservazioni, commenti, richieste  e io che parto e mi allargo.

A me piace la parentesi nel commento di Effe. Perchè mi pare che metta il dito (zac!) nella piaga che Fainberg mostra. Di là, commentando questo post da Invasiva, licenziamentodelpoeta (sappiamo come si chiama ma uso il nick, volutamente, tuttavia non ho qui intenzione di aprire la questione annosa, sebbene credo che si dovrebbe parlare dell’evidente cambiamento in atto nella rete, da rete di nick a rete di nomiecognomi, perchè c’è un perchè, in questo cambiamento), licenziamento, dicevo, ricorda giustamente i sofisti, i primi tecnici della comunicazione e della persuasione occulta. Docenti a pagamento di una classe dirigente che inventò, letteralmente, la politica e l’economia, e la loro unificazione in quel sistema altamente imperfetto chiamato democrazia.

Niente di nuovo sotto il sole, dunque, e morta lì?

Non direi perchè il problema sollevato da Fainberg, qui chiosato da Effe e rilanciato da derrida con il riferimento ai baricchici barbari, rimanda alla questione (eterna? e allora? non ci si deve forse misurare solo perchè ritorna a ogni generazione?) delle parole del potere.

Per  chi volesse trovare un  senso al titolo lì sopra il resto  è qui.

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9 risposte a Di marketing, di epica e di un bambino che (forse) non diventa re

  1. Pingback: Un diffuso bisogno di epica « scompartimento per lettori e taciturni

  2. davide l. malesi ha detto:

    Ripenso sovente alle (per me, sante) parole di Sennett: “Portare una maschera è quella attività che ci consente di vivere al riparo gli uni dagli altri, e tuttavia di fruire della reciproca compagnia. Portare una maschera è l’essenza della civiltà”.

    Personalmente ritengo che la capacità di mentire bene, di produrre menzogne ben raccontate, sia la prova definitiva dell’intelligenza di una persona.

  3. caracaterina ha detto:

    Bene, davide l.malesi. Quindi?
    Da Torquato Accetto a Georg Steiner l’ovvietà di una non-verità, di un linguaggio che è ambiguo, disinforma, inventa, è vista come indispensabile non come struttura di moralità, ma di sopravvivenza.
    Direi che è più che altro è una questione di giochi di potere. Ora: l’intelligenza quanto potere dà? E, viceversa, quanto bisogno ha, il potere, dell’intelligenza? Quanto bisogno ne ha l’impotenza?

  4. Fainberg ha detto:

    Questo se si presuppone che quella di mettersi al riparo dagli altri sia una necessità costante. Io non credo lo sia.
    Tuttavia rilancio con le parole di quel mirabile bugiardo che fu Oscar Wilde: ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero.

  5. Fainberg ha detto:

    (Scusa Caracaterina, sono passata sopra il tuo commento, non l’avevo ancora letto)

  6. davide l. malesi ha detto:

    A me il conflitto per il potere diverte, perché implica due cose che mi son sempre piaciute: il giuoco e il rischio. E’ un conflitto che vivo in prima persona sul posto di lavoro tutti i giorni, visto che ho fatto una scelta professionale all’insegna del carrierismo belligerante, e non la rinnego. Ciò detto, diventa complicato stabilire quanto il potere abbia bisogno dell’intelligenza. Di suo, ne potrebbe fare anche a meno (la storia è piena di uomini di potere poco intelligenti, magari dotati di forme d’astuzia primitive ed efficaci quel tanto che basta per conservare il potere). Diciamo allora che il potere necessita di intelligenza se non vuol essere distruttivo o fine a se stesso: se vuole esprimere una qualche qualità positiva. Non c’è dubbio che Lorenzo de’ Medici praticasse il dispotismo, né che lo facesse Attila: ma qualcosa mi dice che si trattava di dispotismi diversi.

    Non so rispondere all’altra tua domanda (“quanto bisogno l’impotenza ha del potere”). L’impotenza mi sembra una condizione non desiderabile, in nessuna forma, e dunque non mi sono mai preoccupato di cosa avesse bisogno.

  7. davide l. malesi ha detto:

    sorry, nel virgolettato volevo scrivere “quanto bisogno l’impotenza ha dell’intelligenza”. my fault.

  8. f_e_d ha detto:

    potere e impotenza sono le due facce della stessa medaglia.
    sono un distico indistricabile.
    chi pratica il potere soffoca la parte di sè impotente (e non la riconosce); chi sperimenta l’impotenza reprime il tiranno che ha in sè.
    il vero potere ha a che fare con la consapevolezza, l’accettazione e il superamento di questa dinamica dialettica e con il gioco superiore-inferiore che necessita di altri come specchi narcisistici della propria esistenza (che si sente, in sè, non reale).
    fin che non vi è il superamento di questa dinamica non vi è neppure vera relazione. mai. forse reciproca compagnia, ma non nutrimento.
    il vero potere ha a che fare con l’accettazione totale della propria splendente e irradiante (da dentro) nudità. è un lavoro sottile e alchemico di integrazione personale e non può essere confuso con una strategia, nè con l’intelligenza.
    chè spesso si scambia per intelligenza la semplice furbizia o il semplice opportunismo o una capacità di muoversi tra maschere con agio. una semplice efficace operatività.
    c’è da distinguere tra dimensione orizzontale dell’esistere (dove il fuori e gli altri sono materia limitata ed aggredibile d’espansione e di conquista personale) e dimensione verticale e sono due piani contemporanei in ciascuno di noi che non andrebbero confusi e sovrapposti.
    cioè, di quale potere parliamo?
    potere su, potere di……?

  9. f_e_d ha detto:

    per dire:
    il bambino che dice che ‘il re è nudo’ ha a che fare con la dimensione verticale in cui verità, potere e nudità sono la stessa cosa;
    i cortigiani che fingono gli abiti del re fino a vederli hanno a che fare con la dimensione orizzontale del collettivo.
    ognuno dei due sistemi ha valore ‘in sè’. c’è solo da decidere in quale ‘bolla’ agire. e spesso il passaggio dall’una all’altra non ha a che fare con una scelta conscia ma con la maturazione, con una ‘crisi’, con un’ incrinatura (non desiderata) nel consolidato sistema di credenze, con una possibile (e dolorosa, spesso) apertura della maschera all”essere’.
    :)

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