Per un punto passano infinite rotte

Tiri il filo e il punto si smaglia. E corre giù la faglia, stesse il testo, lo scassa. Non c’è storia. Hai voglia. Al massimo rammendi, e lo si vede.  Comunque.  Sto provando gli occhiali nuovi.  Nuove inclinazioni degli occhi per lo schermo e la tastiera, sennò è una pena, si offusca, si sfoca.  Stamattina ho provato anche gli altri, quelli da sole. C’era, il sole, e mi coprivo le spalle con la luce mentre guardavo attraverso i filtri  la strada concava. Risalivo, cercavo un appoggio  sul muro. All’inizio si sale.  A scuola ho rimesso gli occhiali vecchi perché dovevo lavorare, riprendere  il passo di pianura, la solita misura, non quella che trabocca. Dovevo rendere, andare al sodo, al soldo, al solido.

Ho letto con  gli occhiali vecchi. Non c’è invece. C’è anche. C’è che anche Praga ha fatto il lifting  nascondendo l’età e ci sono rimasta male. Io non faccio il lifting alla mia pelle, al massimo mi taglio, mi macchio, mi rincresco e di una storia senza storia, tutta sfilata ad esempio, faccio un mito, piuttosto, uno specchio, un’immagine riflessa e lontana, un  muro d’appoggio. Magari saccheggio i poeti, se serve. Montale serve, ad esempio. Lei  gli ruba la banderuola, io l’alluvione.  Dev’essere stata l’alluvione che a  Praga “ha sommerso il pack dei mobili, delle carte, dei quadri che stipavano un sotterraneo chiuso a doppio lucchetto”.  L’Europa è una scusa. Ed allora ho ripreso in mano il Ripellino, iniziato cinque anni fa  e rimasto a pagina 20 finchè non ho avuto bisogno di un mito.  Ma poi vado cercando le cicatrici, le piegoline, le rughe d’espressione, il colore alla radice dei capelli  e per scovare il presente mi sono decisa: ho comprato due paia di occhiali, molto nuovi e, soprattutto, costosi. 

A Praga ci sono andata coi ragazzi. I ragazzi ieri erano all’osservatorio, a guardare nel sole. E lo vedi adesso, ecco, se provo a tirare un filo il punto si smaglia. Non c’è storia e il testo si disfa, si apre. Scoppiano i punti. Si moltiplicano i fili  e tutto è un presente ed esplode. Perchè, sai, la loro Praga non è la mia, nemmeno lo stesso sole condividiamo. E ieri mattina  non hanno visto YouTube e neanche la Repubblica  nè i giornalisti locali davanti alla scuola. Nessun  sangue scorre  alla medesima velocità  dentro differenti sacche di pelle e il mio, ieri, è corso fino alla testa. Quello spazio, quel buco nel muro,  quella storia, e neppure quei ragazzi sono i miei. Quello è solo un rammendo, non è la storia. Perché la storia non c’è.  Ed è questo davvero l’insopportabile dell’essere nudi.

Sono ancora sul tavolo i fogli scritti a mano per un’altra infilata d’emergenza che si è incrociata sghemba ad infilate urgenti.  Stamattina i colleghi chiedevano “ma, allora, li hai pubblicati? “  Un  altro punto è saltato.  Sono stanca, adesso. Mi tolgo gli occhiali.

(infilare un filo, quel famoso filo del racconto di cui è fatto anche il filo della vita, attraverso tutto ciò che è avvenuto nel tempo e nello spazio! […] Nella relazione fondamentale con se stessi quasi tutti gli uomini sono dei narratori. Non amano la lirica, o solo di quando in quando,  e se anche nel filo della vita si annoda qualche “perché” o “affinché”, essi esecrano ogni riflessione che vada più in là: a loro piace la serie ordinata dei fatti perché somiglia a una necessità, e grazie all’impressione che la vita abbia un “corso” si sentono in qualche modo protetti in mezzo al caos. E Ulrich si accorse di aver smarrito quell’epica primitiva a cui la vita privata ancora si tien salda, benché pubblicamente tutto sia già diventato non narrativo e non segua più un “filo” ma si allarghi in una superficie sterminata.

R. MUSIL, L’uomo senza qualità)

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4 risposte a Per un punto passano infinite rotte

  1. Effe ha detto:

    le frasi, le frasi di Musil
    dicono tutto quello
    tutto quello
    che so

  2. f_e_d ha detto:

    criptico assai, caracaterina.
    :)

  3. caracaterina ha detto:

    Sono a scuola in questo momento. Sono le 17.50 di venerdì. Fra 10 minuti, se i colleghi impegnati in altre riunioni sono puntuali, inizierà il mio consiglio di classe. Ne sono la coordinatrice. E’ una quinta. Non è la classe con cui sono andata a Praga. Intanto, nel salone accanto a questa postazione, è in corso il consiglio di classe plenario della classe prima in cui alcuni alunni hanno fatto quello che è segnalato nel post al link di Repubblica. Decine di persone sono lì riunite, Tutti i genitori di tutti gli alunni, tutti i docenti, quasi tutti gli alunni. Mi arrivano gli echi della discussione, cauta, pacata. Per ora e forse anche successivamente sarà così. Non è semplicemente una situazione da Rashomon. Questo è solo un punto. Dovessi provare a rendere conto della mia giornata, come potrei fare? Mi metto a raccontare per filo e per segno dal momento in cui ho aperto gli occhi come ha fatto un tempo un irlandese di genio? Quanti punti esplosi si potrebbero contare?
    f_e-d, se ci fosse un filo. ah, se ci fosse un filo …
    Effe, se quel che scrivi qui è vero, come applichi quello che sai, cos’è allora l’affabulazione in cui tu sei maestro in rete?

  4. gabryella ha detto:

    calza, la citazione (calza, e già si smaglia)

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