Una volta avrei passato una serata come questa a scrivere. Una volta

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Le giornate dei morti-viventi

La Lega mi ha sempre impressionato, anzi, i leghisti mi hanno sempre decisamente atterrito. Mai comprese la sottovalutazione, l’indulgente comprensione, il dileggio indifferente con cui sono state accolte le sue manifestazioni pubbliche: ancora ancora se ne poteva ridere all’inizio (ma no, neppure allora!) ma dopo? Non so cosa sia sempre stato a farmi vibrare di ansia, chiusa nella mia apparente solitudine di spaventata: il DNA ha questa facoltà di sapere, avvertire, suonare l’allarme? Per dirla con le parole di quel pazzo integrale (sì, lo è, da curare alla svelta, quello potrebbe virare in un Breivik o, ancora più probabile, indurre altri a farlo) di Paolo Sizzi, di cui ho scoperto l’esistenza ieri sera, i miei “4 nonni sono cognominati alla lombarda” da generazioni e generazioni. Se guardi la nuvola di distribuzione territoriale di Gens scopri un fissume denso fra Cremona, Reggio Emilia, Modena e Mantova: sono geneticamente più padana di Bossi. Ma, fortunatamente espatriata fin dalle origini, per di più sulle rive di un mare aperto a sud e dalle antiche onde repubblicane, ho sempre voltato le spalle a quel piattume nevrotico che ha voluto rimuovere di essere stato, a sua volta, mare, ma che non può dimenticare l’acqua e che ha solo nelle tribù di barcaioli (poi diventeranno operai, novecenteschi, moderni davvero: guarda Piacenza, guarda Ostiglia) i gruppi umani di laggiù che più (unicamente?) rispetto.

La Padania non esiste. Infatti. Esiste la Val Padana, anzi, la Bassa: queste sono sempre state le parole dei miei, le autentiche. La Padania è (solo?) un orizzonte mentale, un sogno sfuggito all’immaginazione residuale di chi è chiuso nelle valli, circondato da realtà terragne, e vede l’acqua dei torrenti scendere in giù, a valle, allontanarsi, perdersi chissà dove, si dice, a consolazione, verso un padre eterno che la accoglie, lei, acqua povera ma limpida e schietta, e la accompagna sollecito e sicuro, autorevole e potente, verso un mare mitico, onirizzato come sfogo inibito, represso e quindi incubo. L’acqua del Po è una meta lontana e perturbante, una Samarcanda evocata ab antiquo da rari viaggiatori che arrivavano in valle come lo zingaro di Garcia Marquez arrivava a Macondo, portando esotismi che illudevano ma non redimevano.

A meno che …

La Padania è nata sui monti, nelle valli prealpine, come fantasia di redenzione, Terra Promessa alla miseria e, nel tempo, conquistata grazie a un Mosè idiota (davvero interessante e attenta, Lynda Dematteo, nella sua stimolante analisi etnografica), fool alla corte del Faraone. Ci sono voluti tempo, astuzia, pazienza e visione ma la Padania-Jerusalem è divenuta finalmente un luogo rituale (è propriamente questo un “luogo”, secondo Augè), l’acqua del Po è testimoniata ora come esistenza certa, una conquista reale da trasformare in tempio, tangibile semel in anno, in pellegrinaggio natalizio al santuario montano, in festa pasquale nell’esodo veneziano (certo più solenne e magnificente di un raduno, più geograficamente corretto ma indubbiamente miserello, per esempio in quel di Codigoro). La Padania non esiste, dunque, ma esiste la conquista del Po, la comunione col dio, con la polenta (celticissima! barbaricissima! E ci credo che uno, appena sufficiente di storia a scuola, si mette a ridere, ma non dovrebbe, no, l’ignoranza e il sincretismo irrazionale sono pericolosi) al posto del pane e l’acqua sacra invece del vino, che non merita l’eccezione del rito data la sua quotidianità ubriacona.

Ripenso alla nascita prealpina del mito padano divenuto ideale e poi ideologia e penso ai langaroli come Cesare Pavese, come Paolo Conte e al loro orizzonte onirico genovese, alla gente dell’Alessandrino, a quelli di Novi Ligure, e al loro perenne agognare al mare, alla transumanza continua e alla contaminazione leghista da cui molti, i più impauriti, i meno mobili, sono esposti e attaccati.

E mentre, dopo l’introduzione della Dematteo, torno indietro alla prefazione di Gad Lerner, (il libro l’ho appena cominciato, incuriosita già dal tempo della sua uscita, ho deciso solo ieri di comprarlo, scossa anch’io dalla tsunami mediatico e dall’apparenza da KKK intorno alle note faccende), il cervello parte in quarta davanti a queste parole: “Belotti, in particolare, nel frattempo divenuto assessore regionale senza rinunciare al suo ruolo di capotifoso ultras dell’Atalanta …”

Ma allora ecco perchè i leghisti mi fanno tanta paura, penso alla svelta, perchè sono morti viventi, zombies irriducibili all’attacco. Non sono solo retrivi, regressivi, reazionari, sono proprio affetti da pulsioni di morte. E non lo sanno. Non lo vogliono sapere, perchè in realtà sono loro gli assassini e non lo possono assolutamente sopportare.

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Allo stesso modo in cui, infatti, un capitano di una squadra di calcio dalla forte impronta identitaria, che resiste ad ogni sfortuna del tempo in nome dell’orgoglio per il suo glorioso passato (come, qui, il Genoa, che, infatti, corre un simil rischio, a quanto pare) arriva a uccidere l’anima della squadra stessa e dei suoi totalitari sostenitori, tradendoli ignominiosamente per denaro, allo stesso modo, dicevo, gli abitanti delle fasce pedemontane e, ancora più giù e a oriente, quelli delle terre del mito padano, hanno ucciso l’anima loro, il loro habitat, il loro ambiente, il paesaggio, l’acqua e la terra, nella corsa alla conquista predatoria nata come fuga dalla miseria.

Insieme con la loro povertà hanno ucciso se stessi, l’insieme dei valori di appartenenza, di solidarietà, di compensazione. Perdita intollerabile tanto più in quanto perdita colpevole. L’avidità di ricchezze, l’altra faccia del giusto orrore popolare per la povertà, li ha posseduti interamente, e supini e inferociti, l’hanno accolta in sè, nel momento in cui il sogno della Terra Promessa è divenuto realtà. La conquista predatoria li ha prosciugati nell’anima ed è così che il rito dell’ampolla e dello sposalizio con la foce si è trasformato, in realtà, non in una celebrazione di esistenza, ma in un esorcismo necromantico. Morti, morti, ma non rassegnati a morire del tutto, legati indissolubilmente alla vita dal feticcio del soldo, si sono trasformati nelle maschere terrifiche di zombies ghignanti. Non Arlecchini e Brighelle da Commedia dell’Arte, non Bertoldi e Ruzzanti, ridicoli e ammirati, stupidi saggi, specchi spettacolari in cui contemplarsi indulgenti, non maschere semplici ma maschere di maschere. Perchè quel mondo di contadini furbi e irresponsabili delle loro disgrazie non esiste più ma è terribile ammettere di averlo ammazzato. E così si fabbricano simulacri al quadrato da agitare nella ricorrenza necessaria e perciò continua: non Carnevale ma Festa dei Morti. Ma senza pacificazione (così come a questo preteso Carnevale mancava sempre la necessaria Quaresima), senza requie. Sempre lì, i Nosferati, a ballare minacciando, senza che gli ossi bastino mai.

E’ nel momento della caduta (dell’Atalanta, della Legaladrona) che la rivelazione si manifesta e mortifica. Ed è quindi nel momento di massimo pericolo che l’esorcismo deve farsi più potente ancora, perchè la Morte, in uno sforzo che, per altro, le appartiene in quanto essenza, neghi se stessa. Ed è così che il Mosè-Mai-Morto con chiara evidenza (e proprio per questo ancor più legittimato a guidare ciò che è mostrato, in effigie, come esodo ma che è, in realtà, una conquista), il più Nosferatu di tutti, rinnega la sua progenie, sacrifica un futuro di vita (vita minore, vita sfuggente e imperfetta, vita horribilis, quindi: Vita) per un futuro di Morte-in-Vita.

Chi dà, speranzoso, per finita la Lega, è perchè ignora il potere degli zombies, la loro disperata necessità di rifiutarsi di morire del tutto, gli stratagemmi ontologici che la Morte sa scovare sotto la superficie ripulita.

Ancora due riflessioni.

La prima si avvolge intorno alla nostalgia per Andrea Zanzotto e alla sua denuncia della Danza Macabra della Lega. Lui che vedeva chiaramente che la morte del territorio era un assassinio impunito e tragico di cui, inascoltato come tutti i poeti veri, denunciava i responsabili proprio in coloro che, atroci vigliacchi, ne gettavano la colpa sugli innocenti.

L’altra attacca certi masochismi sinistrorsi sempre più imbelli e inetti, tanto più tristi e sterili in quanto li vedo agiti da giovani virgulti che dovrebbero avere ben altra energia e ben altra visibile sostanza perchè speranza non crepasse del tutto sotto le ceneri ormai quasi fredde. Dicono, costoro, che invidiano la capacità leghista di dimostrare nei fatti la tanto sbandierata differenza morale, vessillo un tempo orgogliosamente issato dalla Sinistra che sapeva farsi rispettare e ora ammosciato dall’alluvione dei Penati. Perchè non vedono, codesti orbettini che mimeggiano, patetici, i cobra, che le scope issate a mo’ di picca nella Vandea bergamasca hanno spazzato, ancora una volta, soltanto i simulacri: un ragazzino molliccio che tutti sanno viziato e scarso di testa, e una donna, foresta e stupidamente prepotente, illusa di un potere del tutto vicario, perciò strega designata dalla notte dei tempi. Roghi come fuochi fatui, com’è d’obbligo per degli zombies dagli artigli protesi per l’agitare dello spavento. Non ho invece visto nessuno, ma proprio nessuno, e da tanto tempo ormai, nè fra gli zombies, ed è ovvio, nè fra i presunti vivi che, però, paiono davvero più anime morte dei primi, sguainare spadoni o anche solo scuotere manacce, contro un principe di legioni come Davide Boni. E la Totentanz continua, nel riflesso abbagliante proiettato dal sole delle Alpi.

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Archeologia spaziale

Stasera ho scoperto per caso che il web s’è mangiato Il mio stupido blog: cinque anni di vita ridotti a tracce sperdute che orbitano nello spazio oscuro come i rottami dei satelliti esplosi. Forse un giorno qualche pezzo cadrà sulla terra e nessuno capirà cos’è quello strano detrito, tranne chi lo costruì che, però, sarà troppo lontano.

Deboli scie, per adesso ancora visibili, qui.

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in sintonia con il Paese

quest’autunno primaverile che accompagna la ripresa preoccupata dei miei passi rigidi

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nella dimora dell’Ade c’é uno spirito, un fantasma, ma dentro non c’é più la mente

(ein Aìdao dòmoisi psiché kaì eìdolon, atàr frènes ouk èni pàmpan) ILIADE, XXIII, 103-104

Buone letture, era l’augurio di un collega che mi salutava giorni fa, all’inizio del mio periodo di malattia. E invece niente. O almeno assai poco. Bloccata e ostacolata dal gambone, accentuo la mia inettitudine e, scivolando da vizio in vizio – pur con paura-, scendo in visita a luoghi di cui ho sempre e solo intravisto appena le ombre, in un oltremondo saputo ma personalmente sconosciuto. Eppure sono posti fittamente abitati, e mica poi da un popolo del sottosuolo tipo quello di H.G.Wells o di Fritz Lang. Mi vergognerei ad ammetterlo. E’ la mia gente, quella lì, ci vediamo tutti i giorni, abitiamo insieme, fianco a fianco, dico di pensare. E invece no. Come ai tempi di Wells e di Fritz Lang, il popolo continua ad abitare là sotto, ma è un underground solamente rispetto a quanto sento in me, mentre in realtà questo habitat è la superficie del mondo, che io, evidentemente, non riesco a toccare, così che resto a sgambettare a mezz’aria, senza nemmeno volare, a bordo di un’antiquata mongolfiera zavorrata, coi miei vestiti secolari e gli occhialini. Quella superficie per me sotterranea è costituita dai corridoi, claustrofobici, labirintici, ipnotici, illuminati e insopportabilmente imbellettati della tv del pomeriggio.

Ci sono entrata come i protagonisti dei film americani ambientati nelle casone della prateria entrano ignari nelle loro cantine, aprendo “quella porta” e scendendo la scala. Aaaaaghhh!!!

Giorni fa qualcosa di Forum e della sua noia mortifera e ambigua (oh, il dolore che devono vivere il padre ed il fratello di cotanta Rita!) e poi l’orrore della De Filippi, che meriterebbe tomi di antropologia o almeno un Umberto Eco di oggi per essere un minimo indagata nella sua fenomenologia di maitresse, apansè naturalmente – e lo dico senza alcuna ironia. Anzi, per dirla tutta, uno dei grandi limiti del pur lodevole L’egemonia sottoculturale di Panarari sta nel non averla presa in adeguata considerazione mentre dedica i giusti capitoli ai vari Signorini, Ricci e Minzolini. E la Maria? Che se il nome non fosse suo (ma è suo, poi?) avrebbe dovuto sceglierselo come nome d’arte, data l’innegabile carica cristologica e popolare insieme che ne destinava il successo.

Ci sarà mai da qualche parte almeno una studiosa che si incarichi di investigare il ruolo che hanno avuto le donne “dominatrici” nel mondo mediasettizzato? E la Maria prima di tutto. O dovremo continuare a occuparci sempre e solamente delle servette, delle odalische e delle olgettine?

Non è propriamente una divagazione. E’ che devo arrivare al punto, ovvero, niente di meno che: “l’educazione sentimentale delle masse”. “Sentimentale”, in tutto e per tutto, non semplicemente amorosa, ma che riassume tutto quanto sta fra Eros e Thanatos, l’enorme bacino inesauribile del “sentire”, per quanto inquinato, ostruito, ammalato sia. Roba da letteratura, per lo più, e ancora adesso, nonostante i più di due secoli trascorsi fino a noi da quando Kant e da quando Rousseau.

Fra Eros e Thanatos, dunque. E qui arrivo a oggi e alla trasmissione dei funerali. Di tal Simoncelli. Va bene, ammetto, non lo conoscevo, e mi ero interrogata solo di sfuggita e superficialmente su quel Sic frapposto fra il nome e il cognome di un mio studente un po’ sciocco di cui spio spesso la bacheca su Fb. D’altronde, la sua passione per le moto e i motori non sembra poi molto spiccata, dopotutto, come, a quanto pare, nessun’altra passione. (L’amore, per esempio, è di assai sparute parole, come noto nelle bacheche di tanti altri ragazzi e ragazze, afasici, per lo più. Ma, anche qui, aspettiamo i tomi degli indagatori, se mai arriveranno). C’è poi l’altra, la studentessa, che invece è sfegatata nel suo postare continuamente due ruote e nascondersi dietro fotine di eroici centauri, come nessuno di noi insegnanti sospetterebbe, vedendola in classe così ligia e un po’ secchiona. Sono giorni che linka necrologi e commenti tutti uguali, grondanti eppure striminziti, patetici di un pathos ordinario tuttavia insistente, come a cercare uno sfogo, un pertugio, una via d’uscita, d’espressione: le parole per dirlo.

Se c’è una cifra che accomuna tutta questa scuola delle emozioni che è la tv pomeridiana mi sembra possa essere la petulanza. Una ridondanza ossessiva, fastidiosa, senza fine. Uno strillare asfittico, un “rivo strozzato che gorgoglia” ma che viene voglia di arginare del tutto, zittire, che si faccia lago, artificiale e fermo, una buona volta, e che la smetta.

E petulanti erano gli applausi, continui, noiosi, a onde, che accompagnavano il lungo percorso della bara; petulante l’omologazione delle magliette, del 58 ripetuto come se ci fosse un errore di stampa nel rullo dei numerini distribuiti nella fila dal salumiere.

La petulanza è uno dei modi di autorappresentazione della miseria, che è prima di tutto miseria di sè, mancanza di padronanza. Un sentirsi bisognoso che diventa identitario e si trasforma in autoaffermazione di sè, in rivendicazione del diritto di stare al mondo da protagonista e invasore di campi altrui proprio in quanto bisognoso.

Ma di che cosa hanno bisogno tutti questi petulanti che si sono riversati a Coriano o hanno tracimato dalle pagine internettiche piangendo per un ragazzino – a vederlo sembrava pure lui un poco sciocco – morto spettacolarmente mentre azzardava la vita in tutta consapevolezza?

C’è chi si è indignato di questo spropositato lutto mediatico con argomenti conosciuti e razionali. Chi ha contrapposto questa morte da ricco con quelle atroci e nascoste dei poveri cristi. Chi ci ha speculato e chi ha stigmatizzato chi ci speculava. Eccetera eccetera.

Io continuo a chiedermi il senso profondo di questa straordinaria (e petulante) partecipazione popolare. Di quest’esagerazione che deve essere sintomo di qualcosa che la mente non afferra ma che da qualche parte deve stare, sia pure nello scantinato delle ombre.

Quali parole sono nascoste nel gorgoglìo di questo rivo?

Ho ripreso l’Iliade, allora, libro XXIII, i funerali di Patroclo. Perchè nell’eco prodotto dalla morte di Simoncelli ho creduto di intravedere una similitudine (cavalli, seppure motore, corazze, gloria, rischio, rivalità, l’epica dello sport di massa, insomma, e proprio di “questo” sport, aggressivo, mortale e corso a cavallo. Cosa? Ah, ma là, a Troia, non contavano i milioni di ingaggio? Ma ne siamo poi così sicuri?). Le epiche onoranze tributate all’eroe, morto giovane perchè caro agli dei, morto in “guerra”, spietata ma cavalleresca, morto in cerca di onore, morto in nome dell’amico, sono davvero così distanti dalla celebrazione mediatica a cui ho assistito (a dir la verità per non più di venti minuti – aggiunti ad altro che ho visto e letto mi è sembrato bastevole)? C’è chi dice SI’, naturalmente. E c’è “chi dice NO” (che ci sta proprio a fagiuolo).

Patroclo Simoncelli (scommetto che qualche avo con un nome così ci deve essere stato, in quelle terre) è venuto dall’Ade in “psiché” ed “eidolon” a visitare il sonno di quest’umanità achillide, non epica nè eroica, certo, perchè priva di nobiltà e di divinità, ma certamente spietata, veloce, aggressiva e ossessionata dalla popolarità e dall’avidità. (La verità: Achille non l’ho mai potuto soffrire, da quando, alle elementari, lo conobbi nelle pagine di Vita meravigliosa, e non vedevo l’ora che qualcuno gli infilzasse quel suo maledetto tallone).

Nel XXIII libro é l’ombra della morte che, finalmente, sfiora Achille e lo ridimensiona. La vicinanza dei due giovani, la loro antica familiarità, la loro comune fame di areté si tramuta, dopo tanta inconsapevolezza, nell’idea di una comunanza del morire. Achille, che ha dato con gusto la morte a millemila creature senza punto preoccuparsene – anzi-, pensa per la prima volta che capiterà a lui pure.

Allo stesso modo oggi, dopo tante morti terribili ma finte e/o lontane, la televisione ha restituito alla gente, che sa che si muore ma non sa più morire, una morte “vera”. “Vero”, “autentico”, sono gli aggettivi che più si sono sprecati nelle bocche e nelle tastiere a commento. Usati come attributi di Simoncelli, in realtà erano parole proiettive. E’ del proprio “vero” destino che la gente intende parlare, senza saperlo fare. Come non lo sa fare Achille, d’altronde, l’eroe più proiettivo della cultura occidentale, l’eroe del “fare”.

L’umanità achillide, visitata dal proprio stesso spettro, gli ha risposto proprio come fa il Pelide, agitandosi come un demonio a ergere cataste dopo aver disfatto boschi, a scannare animali e uomini da sacrificare, a divorare e ungere di grasso e, infine, a indire giochi arditi con ricchi premi e cotillons: chè, se oggi al posto degli Olimpici è Mammona l’unico dio, non per questo allora la rozza materialità della ricchezza veniva disdegnata, essendo anzi considerata, altrettanto quanto lo è adesso, feticcio per antonomasia di merito e virtù.

Figura-simbolo di questa umanità achillide è proprio l’amico fraterno di Patroclo Simoncelli, quell’Achille Valentino che, a tutta prima, pensa di “suicidarsi”, sportivamente parlando, (ma in che altro risiede l’identità di Valentino Rossi, se non nel suo ruolo di motociclista?) a causa del dolore per l’amico morto e, per di più, suppone, per causa sua ma, poi, tagliati i ricci, si rassegna con molto onore a un sontuoso funerale.

Cosa manca, in tanta similitudine, a questa società achea dei tempi nostri perchè non si percepisca stonata ed esagerata questa vicinanza all’Iliade?

Mancano le “parole per dirlo”, quelle che Omero aveva in abbondanza e che, invece, per adeguarsi ai tempi, sono state miserevolmente tolte da Baricco: manca il senso del sacro (quello che perfino Troy prova a scimmiottare, sembra così esotico e avventuroso, il sacro, fa cassetta). Che poi non è altro che il senso della propria insufficienza, del limite umano. Non c’è bisogno di scomodare dio, dei, e religioni varie.

E, in questo vuoto di sacralità, si infilano le ore di diretta tv e i blabla degli opinionisti, mentre i miseri inconsapevoli di esserlo blaterano con petulanza di buoni e lacrimevoli sentimentalismi, linkano addii <3 per non dimenticare <3, disegnano stelline, liberano palloncini e abbracciano piagnucolando il simulacro sentimentale di turno (per non parlare dei baci e abbracci a Maria).

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La manutenzione del blog

Quasi sistemato il blogroll (do you remember blogroll ?)

La contentezza di vedere che sono ancora quasi tutti attivi

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Lavori in-forma-ti-ci

Legàmi poco chiari e legamenti dolenti

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Errori

Stavo scrivendo una noticina che doveva essere breve ma forse troppo veritiera. Un errore di battitura e tutto s’è cancellato, dopo essersi coperto di blu. Coperto.

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Tempi

Arrivo, arrivo. Lenta. E trovo un commento di circa quindici giorni fa su un post del 2007. Ed è pure un consiglio. Mi sento tutta un’irritazione, tsé. Tsé.

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Senza titolo

So di essermi persa.

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