Salto del vuoto

Posted Giugno 1, 2009 by caracaterina
Categories: sensori

Ma come fa, chi ce la fa, a stare così avvinghiato al proprio vicino steccato, a guardare fuori dalle sbarre senza mettere a fuoco le sbarre, a zappettare il terriccio intorno ai pali senza avvertire il confine, ad aderire alla propria pelle e a starci dentro aprendo e chiudendo i pori come i pesci le branchie, come fa, chi ce la fa, a sentirsi protetto? Impermeabile? A viaggiare dentro la propria capsula pressurizzata, in genere fatta di affetti familiari e avvolgenti, su cui scivola via il cielo, scivolano le nuvole, l’atmosfera, lo spazio, il tempo? E ce la fanno in tanti: 3 su 4, 4 su 5, 5 su 6.

Sarebbe bene che cambiassi template, almeno. Non c’è navicella che tenga, la pressione esterna è troppo forte, lo scudo termico sta per saltare.

Resti

Posted Maggio 13, 2009 by caracaterina
Categories: ellissi, sensori

Non ricordavo che oggi fosse il triste anniversario. Perdo i giorni, le date. L’ho recuperato per irritazione, leggendo via parergon l’editoriale del “manifesto”. Dell’articolo non ho sopportato l’uso e l’abuso del tempo presente, e quello stupore depresso e risentito di chi si sveglia adesso scoprendo che è troppo tardi per andare all’importante appuntamento e, smadonnando in silenzio, dà la colpa a chi in casa non ha puntato la suoneria, non si è dato da fare a chiamarlo e scuoterlo, come se, figlio mio, non ce l’avessi anche tu l’orologio, come se l’impegno non fosse il tuo. 

C’è un’immagine piccina picciò che mi accompagna da allora, è di qualche giorno prima del luttuoso evento, un insulso ricordo, una sensazione marginale e fondamentale insieme, manco fosse il sapore della madeleine.  Sto a scuola nell’area pc della sala insegnanti, siamo in tanti come al solito, anche perchè lì vicino c’è la macchinetta del caffè.  Siamo tutti de sinistra, nella scuola mia strabocchevole maggioranza, almeno allora, adesso non so (eppure siamo più o meno sempre gli stessi, con un piccolo turnover).  La compagna P., sempre in cerca di una stampante per attaccare tazebao come all’università negli anni Settanta, intanto che schiaccia fanatica gli interruttori (sta sempre in campagna risparmio-energia e mai guarda se stai lavorando cecata, nè, d’altra parte, ascolta, e nei collegi docenti, non solo parla parla durante ma, soprattutto, alla fine, nelle varie ed eventuali, insensibile alla fretta – degli altri , quando invece è la sua, ah beh – prende la parola euforica e pensopositiva e per poco non urla “compagni!”), la compagna P., dunque, ride. E ride, con tutto il diaframma e il corpicino che ha, e balla. Ha scoperto via e-mail una nuova barzelletta sul Berlusca e la legge agli astanti. Molti ridono. E ridono. Io prendo il caffè e sto di sbieco. E non ho il coraggio di incazzarmi forte  per quella leggerezza demente, per quella divertita rassegnazione alla sconfitta, per quell’incoscienza farsesca, giusto il rovescio di una tragedia di cui lì sembro la sola Cassandra. Pare, guardandomi intorno, che solo io mi senta a disagio per quell’estensione imitativa delle guzzantate dell’Ottavo nano.  Mi chiedo come gli possa bastare, come possano accontentarsi di oggi-le-comiche. Come sia possibile che non sentano il peso delle botte che stiamo per prendere, la portata, l’ampiezza della prospettiva livida che si profila, come se tutto fosse nell’ancora ordinato sistema delle cose, come se tutto fosse ancora accettabile e non inclinato di un’ottantina di gradi e forse più, come se la sconfitta prevista potesse essere transitoria e il futuro ancora gestibile.  Non me lo sono dimenticato più tutto quel ridere di quei giorni di maggio. Più, più, nè a luglio nè a settembre di quell’anno.  Più, per tutti questi otto anni di piano inclinato a rotta di collo.  E dio sa come vorrei dimenticarlo.

Non so ovviamente se, a prenderla allora ancora  e di nuovo un po’ sul serio, sarebbe poi cambiato qualcosa. Direi di no, ovviamente, e poi che c’entra. Erano ormai almeno vent’anni che si scivolava così, di soppiatto. E anche da prima, in fondo, se ci rileggiamo. Ma forse, adesso,  mi sentirei meno ridicola e rabbiosa. Quella cecità ridanciana mi duole come una vecchia cicatrice, più di ogni altro errore commesso. Ancora adesso la attribuisco, quella leggerezza, e quel conseguente moscio risentimento dell’oggi, all’incapacità di essere davvero consapevoli della sofferenza della perdita. Intendo proprio una sofferenza personale. Individuale persino.  Cosa avremmo perduto, e cosa abbiamo perso di fatto, in fondo?  Cosa ci hanno tolto, di personale, questi otto anni? C’è forse qualcuno che, in questa generazione di sinistrorsi acculturati, figli di due boom, demografico ed economico, non ha più trovato una sua personale via di fuga?  Basta che resti il lavoro fino alla pensione, che restino vacanze e cene con gli amici, che restino licei e università per i figli, che restino pc e cellulare, che resti un’auto possibilmente euro4, che resti un appartamento in città con qualche mobile della nonna insieme alla scaffalatura ikea, che restino i libri, le prime visioni e e qualche mostra importante,  che resti quel poco o tanto di eredità familiare, che resti una seconda casetta, che resti una barchetta anche se non oceanica e con un motore da quaranta cv, che resti l’iscrizione alla palestra e il corso in piscina, che resti la buona falsa coscienza, che resti il conto corrente intestato a Emergency e il 5 per mille a qualche ottima onlus, che resti la bicicletta e la salute.

The grey man dances

Posted Maggio 8, 2009 by caracaterina
Categories: tangenti

ggrosz_grey man

No, è che ieri sera ho visto Ghedini …

Sulla notizia

Posted Maggio 3, 2009 by caracaterina
Categories: diagonali

Questa storia è irresistibile davvero. Mi chiedo come mai gli americani non siano ancora riusciti a farci un film (degli italiani, posto che sapessero  scrivere una sceneggiatura decente, dove troverebbero i finanziamenti? e, se li trovassero, chi mai glielo distribuirebbe oggidì? aspettiamo almeno un cinquantina d’anni, poi, magari, chi ci sarà, vedrà).

Forse anche gli americani aspettano di vedere come va a finire. Come tutti. Leggo in giro nella rete, evitando il più possibile i muri dei cessi: A) la fazione dei chissene, 1 – c’è “benaltro” da pensare  2 – son tutti straricchi e marci, non mi riguardano; B) vivaveronica vivaveronica vivaveronica!; C) disincanto e letture “intelligenti” del caso.

Mi piazzo disinvoltamente e senza riscontro nella fazione C), altra faccenda irresistibile per me.  E confesso che di Ida Walser e Benitino ho saputo solo dall’articolo di Sofri l’altro ieri. E sì che insegno pure storia. E che mi picco di essere informata. Tsè. Ma ero del tutto all’oscuro di questa roba qua.

E, da quando ho saputo, mi sento preoccupata pure per la signora Bartolini e non riesco a non pensare che viviamo in quella stessa temperie anni ‘20-’30 e che, a dispetto di tutte le discontinuità, delle trasformazioni epocali, degli entusiasmi nuovi ad ogni generazione ragazzina, la radice del nostro danno sta sprofondata, come una faglia sismica su cui non si sa nemmeno più di abitare, dentro al cuore nero del XX secolo. Anzi, probabilmente ancora più sotto. La storia ha davvero lunghe durate.

E perciò questa faccenda evenemenziale non mi piace.  E mi fa paura la reazione forcarola del popolino, mi fanno paura le minacce sconce ed esplicite su certi giornali, mi fa paura l’aria di linciaggio che le cagnette di Sant’Ilario sono davvero innocue beghine, al confronto. Non è una faccenda di famiglia, è uno spaventoso quadro sociale.

Non mi stupirei per nulla se, fra qualche tempo, leggessimo in cronaca la notizia di un terribile e fortuito incidente stradale in una galleria di Parigi.

Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie

Posted Aprile 23, 2009 by caracaterina
Categories: sensori

Per noi il momento del lavoro non é staccato dalla vita quotidiana, ma si armonizza con essa: dentro i cancelli del porto il socio si porta appresso tutta la sua complessità di persona, la sua famiglia, il suo quartiere, i suoi amici, il suo modo di parlare. La stiva ti sporca e ti sveste, ma, anche quando sei lì dentro, non sei altro che te stesso, riesci ad essere un po’ di quello che eri prima di entrarci e di quello che sarai dopo, quando lasci il lavoro. In porto fai la stessa cosa di sempre, stai con gli amici, con la gente che comunque avresti frequentato, non devi lasciare fuori le tue idee, la tua autonomia, la tua libertà. Pur nel rispetto di una gerarchia operativa non diventi mai come “Fracchia”, parli il tuo dialetto, ti porti dietro il tuo quartiere, discuti di ciò che avviene. Quando esci, il tuo lavoro esce con te, viene nella tua vita, nella tua casa e ripeti il percorso inverso.

Ti accorgi ben presto che non é l’individuo che trasforma l’ambiente, é l’ambiente del porto che trasforma le persone, le plasma, dà loro un’identità collettiva, che esse difenderanno comunque, contro ogni ostacolo. E’ come una batteria , che si alimenta alimentando. Questo processo io non so come avvenga, so che si fa da solo, come il pane in casa, ed é la Compagnia il lievito di questo pane, la scuola di tutti, che insegna a lavorare, ma ti dice anche per chi e per cosa lavori, e che trasforma il singolo lavoratore in un uomo diverso, che risponde all’insieme oltre che a se stesso.

Paride Batini

Letto e trascritto alle 19:00 circa del 23 aprile 2009, dal cartellone che campeggia alla Sala Chiamata del Porto, sopra la bara.

batini

Scherzano ange e pessima, chiamandoci reduci, scherza pure mauro, muovendosi sorridendo con la sua nostalgia in una notte dove io, invece mi sento a disagio. Giorni fa ho scoperto di me una cosa semplice, evidente: che vivo nel lutto. Non è morto solo mio padre, prima di lui è morto un mondo e io, in fondo, non me n’ero accorta. Come ho fatto a tenermelo nascosto, davvero non lo so. Di certe cose tremende non prendi atto subito, nonostante l’evidenza. Ne rifiuti il peso, la portata, le reali e concrete conseguenze, rifiuti il vuoto e il cambiamento che riempi di sciocchi appigli, e di affanno. Scambi scena e platea, non sai da che parte stai guardando e la recita dov’é. Ti scopri un giorno, al sole, a fumare davanti alla porta degli uffici CGIL, in attesa del tuo turno per compilare documenti definitivi e guardi. Alle spalle la palazzina e, davanti, il vuoto della dismissione. Il vuoto dei gasometri giganti scomparsi, inabissati come i dinosauri, le macerie quasi del tutto spianate, lo spazio del futuro ancora ingombro di residui avvelenati, i dubbi sulla bonifica. L’orizzonte del vuoto è lontano ma visibilmente segnato, seppur da significanti caduchi. Perché, che vuoi che sia quella riga impilata di cassoni sempre in transito, sempre gli stessi e sempre diversi, che vuoi che sia quell’agglomerato di calcestruzzo cartongesso e tubi modulari, così simile a un castello di carte e destinato allo stesso scopo. Passa-tempo.

Lo stabilimento, invece. Già dal nome. Lo stabilimento.

Lo stabilimento non c’è più. Come non c’è più mio padre. Questo ho pensato, quel pomeriggio, al sole e, alle spalle, la porta. Ma mi sembrava teatro, il mio teatrino personale, autofiction all’ultima moda. In effetti lo era. Ho avuto bisogno di ancora altro tempo. E di fatti. Accaduti ad altri. Ad altre, soprattutto. E poi, ancora, di questa ritirata rovinosa di un universo che non è più né rosso né rosa, di questa Caporetto delle idee e della dignità. Perchè, sì, va bene, le rane nel beo, e le rose e il gelsomino arrampicati sul recinto, e va bene il ramo carico dell’albicocco nuovo, e questa continuità, e questo sguardo vertiginoso sui tempi della natura e poi lo sguardo ravvicinato sul sorriso del momento, va bene ogni schermo, ogni filo d’erba, ogni venatura di tronco che, dice, vale quanto la foresta, va bene ogni proiezione, in avanti, in dietro, in nessun dove che non sia il sogno.

Ma un crollo è un crollo, e la perdita è una perdita. Per sempre. Non esiste ri-costruzione se non nella menzogna, anche utile, perché no.

L’uomo che un giorno ha detto quelle parole è morto di notte, la notte scorsa. Qui è come se fosse morto di nuovo Berlinguer. A una televisione di qua Burlando, l’ingegnere, ha appena finito di raccontare nel suo bofonchio così adeguato ai tempi, così moderno, così sornionamente moscio. Eppure, neppure questo narrare tristanzuolo é riuscito a estirpare la forza di quel discorso. Ed ecco che arriva: l’aneddoto, piuttosto noto in città, dello scopone scientifico, che Batini giocava da sempre nei suoi posti più vicini, i localacci portuali che qui si allungano dai moli fino in cima alle valli (perchè il camallo, come ogni ligure è un uomo di dislivelli, di curve isometriche misurate col batimetro in equilibrio sul lavoro delle anche). Una partita recente, una sfida a lungo lanciata e finalmente accettata. Lo sfidante è un noto armatore, il luogo, il retro del ristorante del centro dove ogni lunedì si incontra l’élite della città, la posta è la cena. Riti antichi di costoso understatement. Il racconto è mezzo in dialetto perché questa è la lingua in cui si intende ancora il potere repubblicano di questa città, ancora per qualche anno, almeno. Batini vince, l’andata e il ritorno, si alza e va alla cassa. Ritorna al tavolo. L’armatore gli chiede che ha fatto e lo rimprovera di non essere stato ai patti. Il console risponde che sì, lo sa bene, ma che lui ha pagato comunque per sè e il suo socio, che l’armatore pensi tranquillo alla parte sua. Perchè? Visto come giocavate, risponde, mi sarebbe sembrato di rubarvi i soldi.

La CULMV è, qui, da noi, il modello della cultura operaia. Chi, degli operai, ha visto solo il mare di tute scure, o le facce ingrugnite o incazzate o lo sventolare sanguinoso delle bandiere rosse o l’assordante rumore delle latte battute in corteo o i pugni alzati come magli d’esercito o il buio e il fuoco delle lamiere o il fumo velenoso dell’aria abbrunita a morte, pensa forse che un’aura morta è finita e che adesso si può respirare. Respirare: la superficie delle foglie, le bolle a filo d’acqua, lo sguardo al cielo.

Io vedo i chilometriquadri di vuoto, i detriti raspati e lasciati, la bonifica lenta e l’ombra del turbinio dei progetti da miliardari. Aspetto. Alle spalle ho la porta e il deserto davanti.

Giorni e nuvole, il dvd, una settimana fa, circa. Contenuti speciali. Questioni di scuola e di progetto, dovevo guardare. Per motivi inerenti la produzione, Soldini ha girato un piccolo documentario, Un piede in terra l’altro in mare. Niente di che, ordinaria amministrazione. Sei lavori di Liguria, con interviste ad andamento alternato. Vedetevele, però. Fiori olive vigne pesci. I primi tre recuperano spazi marginali e c’è chi ci spera, in certi ritorni. Mano a mano che dalla periferia della regione ci avviciniamo al centro, sembra di entrare in un abbagliante buco nero. Vecchio e rugoso il pescatore, vecchio e nostalgico l’antico capitano di mare. Arrivi in città, poi. Ed è col camallo e con l’ex operaio dell’ex Italsider che capisci che cosa hai perduto. Cos’era la cultura operaia. Ora uno pensa che la Compagnia, l’Unica, esiste ancora. Ma il Console è morto ed è ora di attraversarlo, davvero, l’ingombro deserto del lutto.

La ricostruzione (Più grande e più bella che pria 2)

Posted Aprile 16, 2009 by caracaterina
Categories: ellissi

Mussolini procede alla fascistizzazione integrale attraverso una operazione graduata nel tempo, a volte drastica a volte duttile, a seconda delle situazioni e delle convenienze. La principale linea di fondo dell’operazione – non eliminare ma fascistizzare i maggiori quotidiani d’informazione di matrice liberale che non si erano ancora allineati al fascismo – si era già intravista quando Mussolini non era ancora padrone incontrastato del campo.  E trova conferme nelle vicende del “Corriere della Sera” e della “Stampa” che Luigi Albertini e Alfredo Frassati avevano portato a fama europea. [...]

Che il capo del fascismo voglia servirsi dei quotidiani più influenti e non chiuderli o stravolgerne totalmente l’assetto editoriale lo dimostrano le vane richieste di sopprimere il “Corriere della Sera” e la “Stampa” avanzate dai fogli fascistissimi. E’ Farinacci a guidare, nella seconda metà del 1925, questa campagna.

Le minacce, i sequestri e la diffida del gerente responsabile del “Corriere della Sera”,  Alberto Albertini (2 luglio 1925), spingono i fratelli Crespi, che detengono la maggioranza della società editrice e che hanno già accettato il fascismo, a sbarazzarsi dei fratelli Albertini. Approfittando di un cavillo legale, i Crespi sciolgono l’accordo societario che li lega agli Albertini e li estromettono.

Il 28 novembre 1925 esce il Commiato di Luigi Albertini nel quale il più famoso giornalista dell’età liberale spiega l’impossibilità di resistere all’azione dei Crespi legata a una precisa volontà di Mussolini. I fogli fascisti esultano, quelli di opposizione non possono che limitarsi a scarse notizie. Il “Times” dedica a questo fatto emblematico un editoriale intitolato A Great Newspaper.

Anche l’opposizione della “Stampa” viene definitivamente spenta nello stesso periodo. Con un pretesto, il 29 settembre, il prefetto di Torino aveva sospeso le pubblicazioni del quotidiano di Frassati. Quando, in seguito a un equivoco compromesso, “La Stampa” torna in edicola il 3 novembre, Frassati annuncia il proprio ritiro dalla direzione del giornale che, d’altra parte, appare ormai irriconoscibile. [...]

Ottenuta obbedienza , quello che interessa a Mussolini è sfruttare nel modo più vantaggioso il peso e il ruolo delle vecchie testate, prima di tutto evitando di comprometterne, con una fascistizzazione drastica, la penetrazione e il prestigio. Da abile e appassionato giornalista, Mussolini queste cose le sa e conosce la loro importanza. Certi “riguardi” usati verso il “Corriere della Sera” dopo l’uscita degli Albertini, sono dettati dalla notorietà di cui gode all’estero il quotidiano milanese. Tanto più che [...] una certa gradualità nella fascistizzazione integrale, il temporaneo adeguarsi a determinate situazioni, l’accettare o il promuovere piccoli compromessi provvisori nella nomina di questo o quel direttore o nell’epurazione dei giornalisti contrari al regime, non incrinano il sostanziale allineamento di tutti i giornali al volere del duce.

All’inizio, quindi, l’allineamento non appare compatto e all’unisono nel linguaggio e nel tono: ci sono quotidiani che fin dalla marcia su Roma “avevano sperimentato il frasario e la retorica del futuro ventennio” e, per contrapposto, ci sono quotidiani che, lì per lì, non fanno altro che accentuare il grigiore formale delle loro pagine. Ma l’allineamento diventa sempre più concreto nei contenuti. Dalla politica all’economia alla “cronaca nera” [...] si nota nei giornali una crescente rispondenza al richiamo alla “responsabilità”.

P. MURIALDI, La stampa del regime fascista

Laterza, Roma-Bari 1986, pp. 1-5 (passim)

Vie di fuga

Posted Aprile 14, 2009 by caracaterina
Categories: ellissi

 copia-di-pasqua_2009_ravenna-050

copia-di-pasqua_2009_ravenna-033

copia-di-pasqua_2009_ravenna-056

copia-di-pasqua_2009_ravenna-047

copia-di-pasqua_2009_ravenna-028

copia-di-pasqua_2009_ravenna-021

Batrakodìa

Posted Aprile 4, 2009 by caracaterina
Categories: sensori

Una, ancora una, sta continuando. Ecco, proprio adesso un’altra risponde. Hanno taciuto per una mezzora, forse, e temevo che si fossero addormentate, esauste, queste vicine di casa che, da dieci giorni oramai, iniziano dopo il tramonto a farmi compagnia e mi accompagnano a dormire con un’eco rimbombante che mi con-sola. Che poi io uso il femminile, pensando che siano rane. Invece, forse, sono rospi. Di tanta forza è il loro canto. Se apro le finestre ed esco nel buio mi inonda, mi investe. Alcune, alcuni, stanno proprio dietro la rete, nel beo, o forse nel giardino di Dorina. Cerco di contare le voci, non arrivo a più di quattro, così mi pare. Non cantano insieme, non fanno coro. Si rispondono evocandosi, a turno, ciascuna, ciascuno, potentissima, potentissimo nel suo desiderio. Perché questi son dialoghi d’amore, mi dico. Nient’altro potrebbe dare loro così tanta forza, nel buio.

La coppa del nonno

Posted Marzo 22, 2009 by caracaterina
Categories: diagonali

Che tipo d’Italia era quella che ieri sera a milioni si è vista la finale di Ballando con le stelle? La domanda non è peregrina perchè c’ero anch’io, in quell’Italia lì. E fra tutta una serie di motivi che mi hanno condotto a guardare quasi sempre questo programma e quasi sempre fino alla fine (e sì che la tiravano lunga, la tiravano), fra i motivi c’era anche quello del divertimento, perchè mi piaceva vederli zompettare incapaci, e poi spiarli provare e riprovare, e poi valutarli migliorare e/o venir cacciati, eccetera eccetera, con tutto il sadismo voyeuristico che la tv permette ed aizza. Il divertimento era così piacevole che l’ha sempre vinta su ogni altra considerazione di ordine stilistico sociale estetico culturale e chi ha più consapevolezza più ne metta. D’altronde, stava sul canale più nazional-popolare che ci sia, che è poi quello che mi ha cresciuta e che mi ha dato l’imprinting da oca Martina, e quindi me lo godevo, il ritorno alle origini, dopo più di trent’anni circa di sabati “alternativi”.  Tanto più che – e non è secondario – fra i motivi che mi hanno indotto eccetera, c’era pure che mia madre l’ha sempre vista, la trasmissione, anche gli anni passati, e poterne fare due chiacchiere con lei, ogni tanto, mi consola del saperla tutta sola alla sera davanti alla tivù.  Chissà quanti vecchietti come lei, mi dico, stanno dentro a quei milioni di teleutenti, e sicuramente quello è il target, mi dico, ma più del 30% di share non lo si fa, mi dico, solo coi vecchietti ultraottantenni e nemmeno con le figlie stanche e motivate da patetici sentimentalismi, dalla voglia di lasciar sciogliere membra e sinapsi e da una curiosità pseudosociologica di capire come sono fatti i sogni e i piaceri dei paesani di questo paese di cachi.

Durante la trasmissione formato kingsize, apprendo da un qualche funzionario RAI, che sta seduto lì e di cui mi sfugge il nome, che persino il Moige ha fatto i complimenti alla statuaria presentatrice di Stato per uno spettacolo che ha riunito serenamente le famiglie sabatine davanti alla tivvù, nella sicurezza che non ci sarebbero state parolacce, ammazzamenti e indecorosi atti impuri – e che le seminudità e la sculettanza provocante delle maestre danzanti erano tutta roba a fin di bene, a scopo di insegnamento.

Alla notizia del Moige apprezzante devo dire che ho perso un po’ dell’indifferenza olimpica in cui avevo chiuso a chiave la petulante consapevolezza, e ho cominciato a sentire un cicalino nella testa, fastidioso come un acufene. Votata com’ero alla spensieratezza, ho continuato a guardare. Immaginavo a chi si sarebbe ristretta la competizione per la vittoria, avendo visto le altre puntate e assistito agli evidenti manezzi. Ma non c’era certezza. Guardavo, ma il parere del Moige tornava a disturbarmi. Mi disturbava l’eco di una certa consonanza con certi miei recenti pensieri da catona educatrice. Vuoi vedere, avevo infatti già pensato giorni fa per conto mio, tornando a guardare per qualche sera la tivvù, e sleggiucchiandoci intorno, vuoi vedere, avevo pensato, io, che mi sono obbligata a vedere, per ragioni scolastiche (ma questa adesso non la spiego), una puntata di X Factor (e mi sono pure divertita, davvero, e i ragazzi son stati bravi, davvero, e se lo diceva Anastacia, seppur per cortesia e contratto, chi sono io etc etc), vuoi vedere, avevo pensato, io che non ho mai visto una puntata che una di un Amici qualunque (nè di qualsivoglia altra mariadefilippica), vuoi vedere (oh insomma BASTA!) che questo viraggio televisivo dai reality-niente ai reality talent show segna un cambiamento importante nella mente della gente? Della gggente. Vuoi vedere che, finalmente (finalmente!), comincia a passare l’idea che la Visibilità, il Successo, i Soldi, (che si potrà pure criticare il fatto che siano i valori dominanti ma che, certo, non sono mica dei disvalori) te li devi pure un po’ guadagnare con una certa fatica, un certo impegno, con l’umiltà di sottostare a un giudizio e di accettare di imparare? Vuoi vedere, pensavo, che c’è una svolta etica in corso? D’altronde la pubblicità, che è sempre la prima a testare e a mostrare e a incentivare gli umori della gente (della gggente), è già un po’ che te la sta vendendo. Da prima della crisi, se ci si pensa bene. Più o meno da quando Obama vinse le primarie, se ci si pensa bene. E lo pensavo con una certa soddisfazione, direi, da cittadina di un paese penosamente e mostruosamente cialtrone, da insegnante in una scuola che sta implodendo, da sinistrorsa depressa, da cinquantenne, last. But not least.

E mi sembra che sì, che in fondo sia vero. Che questa svolta etica ci sia. E che non solo si stia curvando verso una strada che si sa da percorrere in salita, con le gambe in spalla, il fiato grosso da allenare, la testa china e persino un’idea-guida in quella testa, ma che si cominci anche a sentire che è una strada che non si percorre da soli, in splendido ed egocentrico individualismo, correndo a perdifiato e senza regole tranne quelle dei colpi bassi contro chiunque, ma che va camminata con dei compagni di viaggio, la strada, e che questi compagni di viaggio, se anche restassero indietro, vanno pure un po’ aspettati, magari persino aiutati e, udite udite! rispettati.

Fatica e solidarietà, insomma. Roba di una volta, roba che si credeva dimenticata da vent’anni almeno, roba dei nonni.

Perchè, è vero. C’è tutto un rifiorire dei valori dei nonni, in giro. E c’è il gran clamore commosso sopra il gran Eastwood di Gran Torino, per dire. E c’è tutto un sentire di jingle pubblicitari, giusto per tornare al discorso di lissù, fatti con canzonette anni ‘30, anni ‘40, anni ‘50, per venderti automobili, per venderti cucine, per venderti campari.

Ed è a questo punto, proprio a questo punto, mentre la famiglia è riunita nella cucina Ikea e vuole vivere così, che arriva il Moige. E che la faccenda che mi pareva potesse darmi un po’ di soddisfazione comincia, invece, a sembrarmi inquietante.

Perché non tutti i nonni sono uguali, no. Non tutte le fatiche. Non tutte le solidarietà. Non tutti i valori.

Perché il primo a tuonare contro la competitività sfrenata e individualistica in nome del dio mammona e a belare dei buoni tempi andati, in Italia, ad esempio, è stato Tremonti. Perchè a chiedere uguaglianza di trattamento sono, ad esempio, gli ex repubblichini. Perchè il valore della vita umana è proclamato a panini e bottiglie d’acqua. Perché a chiedere, a parole, il rispetto della Costituzione e il voto agli immigrati stranieri è Fini. Perché a dirsi di sinistra é Brunetta.

Perchè ci sono nonni tutti Dio-Patria-Famiglia, e ritorno all’ordine, ad esempio.

E perché a vincere, con metodi mascherati da acclamazione popolare, in un’apparentemente innocua trasmissione lodata dal Moige, con uno share di più del 30% e un’audience di più di 6 milioni di spettatori, in un sabato sera nazional-rilassato e popolar-divertente, quando più alta è la serenità della famiglia riunita e più bassa è la soglia di capacità critica, sono proprio due bei nipotini. Il principe e il povero. Entrambi aitanti, impegnati ugualmente (ugualmente!) a sudare per crescere, disinvolti a mostrarsi umili, simpatici a chiacchierare, cavalieri con le loro dame, solidali fra loro, generosi con gli altri. E con due nonni solo un poco speciali. “Certo la mia famiglia non avrà fatto la storia d’Italia”, dice il ragazzo di 24 anni, un tipo del popolo, dal look tutto strada e piadina, nella clip preparata in anticipo ed evidentemente orientata, nonostante la millantata sorpresa, ad un confronto alla pari e ugualmente vincente con chi la storia in famiglia l’ha fatta eccome, il principe nipote del re di maggio, primo in linea di successione al trono d’Italia, “però… anche mio nonno, nel suo piccolo: parà della Folgore, combattente sconfitto a El Alamein, prigioniero in Africa …Se vinco, la coppa è sua”. La famiglia. I valori. Quelli del Moige possono stare tranquilli. C’è tutto un rifiorire dei valori dei nonni, in giro.

Tout se tient

Posted Marzo 4, 2009 by caracaterina
Categories: ellissi

Insomma, c’è questo muro che s’è gonfiato, drammatico e stanco, in casa di mia madre. Aspettiamo. Il consigliere di scala, l’amministratore, il muratore. Aspettiamo. Che non venga giù, mammamia. Di qua e di là, nella camera e nello stanzino. Bisogna dirlo che questo imprevisto ci mette l’ansia. E’ una tramezza, la tappezzeria la tiene insieme, per adesso. Quand’è che sarà, verrà abbattuta. E poi tirata su di nuovo, naturalmente. Che lavoro, mammamia, che lavoro. Aspettiamo. E stanotte hanno di nuovo attaccato il macchinario, mi avvisa la mamma. Quelli di sopra, intende. Ma nessuna di noi due salirà a parlargli, per ora. Nemmeno ci sono, adesso. Son trasfertisti, c’è sempre un giro di omoni, qui sopra, operai in affitto per qualche settimana, di solito stanno al cantiere, e nemmeno questi sembrano italiani. Silenziosi però, macchinario a parte. Quelli che l’hanno vista, la crepa, la pancia, la lunga riga prolassata e sghemba, dicono che non c’è pericolo ma io certo non sto tranquilla. E’ la stessa ansia che oggi m’ha fatto telefonare ai pompieri per via del pino inclinato sulla strada, del suo tronco di muffe di resine un po’ chiare un po’ scure, della sua aria marcia sotto la pioggia, all’interno del grande curvone. Mi dicono: è strano, in genere sono gli autisti AMT ad avvertirci e non ci hanno ancora mai detto niente. Io non lo so, le fronde non sono ancora così basse da sfiorare un autobus che scende, io non lo so, non sono mica un giardiniere, e quand’anche, forse, comunque, non saprei prevederlo, il punto di rottura. L’ho notato da una settimana, anzi c’è chi me l’ha fatto notare, quell’uomo che viene a potare, a portar via le ramaglie, a tagliare. Ma questo che ho aggiunto a loro non lo dico. E nemmeno che anche lui vive d’ansia, e ne ha ben d’onde.

“Calzato”. La voce al telefono mi rassicura, l’albero è calzato, sono venuti a controllare. Gentili col cittadino. Han saggiato pure il terreno, l’albero tiene, il tronco pure. Per adesso. Tranquilla per adesso. Come mercoledì, dopo un’ora di lastre e di eco che il dottore non capiva perchè non la trova più, quella bianca macchiolina. Fino a luglio tranquilla, serena per adesso. Le lacrime dell’albero, dice la voce, descrivendo la resina in un modo che me lo vedo accarezzarla, sotto la pioggia, quel poetico pompiere. Resto così consolata, così grata, che al telefono non so neppure cosa dire, tutta quanta imbarazzata. Richiamo subito dopo, ma non è lo stesso a rispondere, comunque no, niente da pagare, si figuri, niente da scrivere, niente da firmare. Gentili col cittadino, è dovere. E’ mestiere.

Anche il consigliere di scala è un ex pompiere, un pompiere in pensione. E se lo dice lui, che si può aspettare. Mia madre a pranzo mi racconta che ieri, poi, è scesa la moglie, a tenerle compagnia e a raccontare. Ma non basta che quella donna farfugli e parli a bassa voce, perchè mia madre non capisca. Anche la storia che viene fuori da quella voce all’asma è talmente incredibile e stramba che mi viene in mente la vicenda di ieri, del TSO che mio marito ha firmato e che dopo a cena mi ha voluto raccontare, e così due storie folli si incrociano a pranzo, senza che noi due, mia madre ed io, le possiamo districare. E se un giorno scoprissimo che … Magari sul giornale … Mammamia che vicenda.

Aspettiamo.

E’ per questo che scrivo, per por tempo in mezzo, per allungare. Per abbracciarlo, questo tempo messo in mezzo. Fino a prenderlo dentro, farlo mio. Pure quello che mio non è.

Oggi non ho voluto lavorare per la scuola e ho letto. Una cosa leggera leggera, da pomeriggio molle. Preso in biblioteca il primo che capitava di Andrea Vitali. Combinazione il primo che abbia pubblicato. Finito in un bau, proprio quello che ci voleva. Te ne parlo sorridendo. Proprio quello che ci voleva. Tutta questa vecchia, educativa, lombarda, cultura popolare, quando quella lombarda aveva, grossa gonfia ed evidente, la vena educativa. E’ manzonismo, in fondo, e mi commuove. Parliamo di quando l’italiano scritto non esisteva e ogni libro portava impresso il ritmo della sua propria lingua, del suo proprio parlare. Qui è così, senti il lombardo. Quello che oggi è diventato un lombardo italiano, senza pretese. Nato da una cultura fatta sugli almanacchi, sui calendari, sui ritagli di giornale. Una cultura mediocre e utile, che viene da lontano, lunga tutta il secolo breve. Se non fosse stato per quella pancia nel muro, non li avrei ancora mai tirati giù tutti quei libretti addossati sugli scaffali dello stanzino. I libri di una figlia. Scendono nelle scatole, provvisoriamente, gli anni dei libri di scuola, sempre più indietro, finchè non vanno a incrociarsi con l’istruzione continua di un operaio che stava al mondo e che al mondo aveva messo la bambina. E’ un libriccino tascabile, flessibile e denso, quello che mi porto a casa e che tengo lì, da due giorni, ad aspettare. E’ oggi, dopo il raccontino di Vitali, il giorno giusto. “Leonardo”, si chiama, del 1957. Quasi piango. Sorrido, invece, e mi batte il cuore. Fumo, dopo, e mi metto a scrivere. Non la finirei più, se potessi, non la finirei più, tanto è l’ammasso di fili che si ammatassano da giorni e giorni. Possibile che abbia così tanto tempo dentro di me? Anche il tempo non mio, anche quello di mio padre, anche quello di mia madre, di quelli che hanno conosciuto, che mi hanno conosciuto, di quelli con cui vivo, di quelli che incontro ogni tanto? E i posti. Tutti i posti dove tutti quanti abbiamo camminato.

Sabato ero a un funerale, in un posto estremo della città, un posto che non avevo mai visto, c’è un bar lì vicino, si chiama il Capolinea, è evidente. C’è un sottotitolo nell’insegna: Il primo bar di Genova. E’ evidente. Ma solo per chi scende dai gradoni di roccia lungo la statale. Ero lì, a celebrare la morte di uno che non conoscevo, che finchè è stato in vita non sapevo neppure che esistesse, ad accompagnare l’intimità improvvisamente svelata seppure appena di vista, di sfuggita, di passaggio, di una persona a cui lavoro accanto. Era un uomo della mia stessa età. A mio madre ho detto: ingegnere, dirigente all’Ansaldo. Ah, ma allora, ha fatto lei, Ilario lo conoscerà! Mamma! le ho fatto, Cosa ti viene in mente? essendo Ilario il fratello, di poco più grande, di una mia compagna delle elementari, persi di vista entrambi da decenni ma di cui lei, mia madre, incontra la madre per caso, per strada, più o meno tre o quattro volte l’anno.

La chiesa è di quelle che si dice “moderne”, di quelle “brutte”, di cemento, un capannone ovale. Sul muro dietro all’altare stanno appese due sole cornici, in una un quadro di Madonna elementare, nell’altra un poster del papa, ma il polacco. Tutta la strada fin qui è un susseguirsi di quelle che un tempo si chiamavano sezioni, adesso sedi ancora riverniciate di quella cosa che chiamano PD. La statale è una striscia continua lungo il fiume brutto finchè non scarta di lato, segnata da un ponte che immette in un’altra valle, una delle più famose della Resistenza, su su, fino in cima, e ancora più su, ancora di più, oltre il capolinea e l’ultimo bar della città, oltre le gallerie e oltre il mostro, oltre il cippo nella piazza e il ricordo dell’eroe sempre giovane e bello. Guido e penso al libro di quell’altro, che sto leggendo piano piano, al mio antico professore che è suo fratello, al mio modo di leggere adesso, come se tutto ciò che sapevo andasse riscoperto, come se il passato, passando, stesse tornando nuovo, ancora da scoprire, come un posto che sapevi esistere ma che non hai mai visto fino ad ora che lo vedi, come una persona che hai sempre avuto accanto senza saperla.

La chiesa è piena piena, siamo tantissimi e tutti colleghi di lavoro, colleghi di lei, colleghi di lui. C’è la scuola e c’è la fabbrica, ci sono cinquant’anni di storia che si sfilaccia, si dipana, si fa storie ammatassate adesso qui, all’improvviso, in un solo gesto di ri-conoscenza. Celebrano il parroco e un cappellano del lavoro. Lo vedo che ormai siamo alla fine e la bara è già uscita. Allora mi muovo e vado a salutarlo, Ilario.