Un poeta sconosciuto. Che Guido Ceronetti non ne sia solo il traduttore e curatore è più che un sospetto. Nella memoria gugolica del web le uniche notizie rimandano solo a questo piccolo libro Adelphi. Se apocrifo è, che importa? E’ un apocrifo meraviglioso.
I – In perpetua afflizione giriamo attorno Alle mura altissime del Gineceo Tra le donne qualcuna c’è che canta Indoviniamo le loro abluzioni di lacrime I loro occhi dalle grate ci spiano Le loro mani ci gettano ritagli d’unghie Torsoli di mela monete dentini guasti Gusci di arachide ditali fili Pezzetti di carta con macchie e graffi Dove nulla è leggibile e dove tutto Illumina
VII – Hanno installato una radio, grande, vera! Un impianto per satrapi, tedesco, Che le arie tzigane e le captive Voci fa giungere dal Gineceo Fino a noi tra le montagne anatoliche, Nelle tebaidi dell’Antitauro, Qui nelle case che ogni notte tremano. Vecchi impietriti e giovani eccitati Hanno l’orecchio alla bocca che ci parla Di corpi vivi che non hanno volto. Tutte lamentano lune saltate Diarree pruriti aborti mai finiti Rughe sconce superfluo grasso capelli grigi Denti ballanti insonnie convulsioni, Ma un flacone odoroso dai Parisi Gli arrivi o in qualche vecchio foglio Le illustrazioni di Achille Beltrame O un martellìo di piedi da Granada Un’ondata di gioia le sommerge. Allora sulla guzla solitaria Una voce si leva e sia pur dolore Tema del canto noi ci disfacciamo In quell’umido incanto che fluisce Da un bauletto con pile.
XIII - Urlo. Urlo. Silenzio. Via tra i fucili. Il villaggio non ha più suoni. Il muezzin si è coperto. Le vedemmo ammucchiate, orfane d’uomo, Per lo stupro la tratta la mitraglia Portare via … Nei pozzi asciutti marcire oscene. Lungo il cammino messe all’incanto, Bocconi da iene kurde. E gli occhi, ancora, di macellate, Pietà – implorare – terra anatolica! Malvagia come il turco non le copriva. Oh chiavellate su tutti i ligni Armene Armene spolpate dall’Eufrate Treni di Trebizonda e di Erzerùm Cilicia di terrore Aleppo di sciagura … Oh Armene Armene Armene Armene Armene! Come chiodi di sangue resteranno I giorni dell’infamia, i telegrammi sudici Dei becchini unionisti, i macabri deliri, Conficcati nel ventre del respiro! Oh corpi delle martiri! E’ oscurata La visione turanica dei puri. Vi guardo e anche l’ombra scurrile Del Karagoz tra i tavoli è di sangue, Piange dietro il lenzuolo che ride, Ecube armene al palo dell’Assiro! In sciarpe e impermeabili wellsiani Come un pudendo celiamo il viso Perchè qui, a Galata, nella stazione, Tra i binari e i vagoni nella pioggia dell’alba Campana sono i rantoli di Armene E i loro occhi di Sofie squartate Di Ipazie senza nome ci osservano, Le udiamo dirci: mai ci placheremo.
che bello trovare un fan di gayuk e del suo gineceo!
siamo mosche bianche, eh ;)