Pinball wizard

Ho fatto le ore piccole stanotte scrivendo un lungo post che non pubblicherò. Mi colpiva il fatto – incommentabile, non confrontabile, intraducibile – che il bravo Andrea Inglese ed io avessimo usato le stesse fonti per farne due cose così differenti come possono esserlo un saggio tutto curato, con le citazioni e titoli e autori e il numero di pagina fra parentesi, da una parte, e, dall’altra, delle lezioni di geografia in una prima tecnico di fanciulloni sofferenti e senza bisbigli.

Triturare le pagine del Dossier, della ricerca sociologica, del saggio antropologico, farne una pallina solida e compatta, spararla dentro a un flipper. Diventare quella pallina. Spararti dentro al flipper. Sperare in Tommy. Mettersi in gioco.

Ma sono giochi diversi, il flipper e il bridge.

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10 Comments on “Pinball wizard”

  1. caracaterina Says:

    Che si noti, prego, la mancanza del link al post di Inglese su NI.
    Mica ho voglia che arrivi di nuovo un Conte qualunque a trattarmi da parassita senza neanche concedermi il beneficio del dubbio fra antagonista o donatrice.

  2. sergio garufi Says:

    A me le lezioni di geografia piacciono un sacco, con link o senza :-)

    ciao

  3. parergon Says:

    io non lo conoscevo nemmeno andrea inglese!
    e in tutta sincerità da questo post capisco poco di ciò che intendi o a cui ti riferisci / colpa mia probabilmente … l’influenza mi ha lasciata più lenta, più fiacca /
    [tanto a giorni mi tolgono anche internet, qui / navigherò da scuola, di tanto in tanto, fino a trasloco compiuto] / buona giornata /

  4. caracaterina Says:

    Vieni dentro nel flipper, allora, Sergio! E poi mi dirai ;))
    Oh, parergon, ma qui c’è ben poco da capire. E’ una fortuna, così posso essere criptica :)
    Comunque, i riferimenti sono al post del 4 dicembre su NI che si intitola Quelli che vengono dall’altro mondo:antagonisti o donatori? dove si cita il dossier della Caritas/Migrantes sull’immigrazione, Baumann (e chi non cita Baumann? ;)) e il volumetto che raccontavo di aver comprato in quel post sul film di Ken Loach e altro (sai che non mi ricordo come lo avevo intitolato?). Tutta roba che sto frullando per lavorare coi ragazzini di cui parlavo qui sotto, in I-taglia-ni.
    Ci si abbevera alle stesse fonti ma si gioca su tavoli e con regole ben differenti.
    Fra i vari sottintesi di questa differenza c’è anche quello sul linguaggio. Cosa succede alle traiettorie del linguaggio quando si parla di certe cose in una classe (e in una classe proletaria, poi ;))? E’ come stare dentro a un flipper, e tu, parergon, lo sai. Ma, per me, è anche come stare in rete. Questo qui è un discorso che si fa intensamente anche nel commentario di untitled_io. E non è un discorso teorico di grammatiche ma di pratiche linguistiche, con tutto il portato anche etico che la cosa comporta.

  5. parergon Says:

    ti ringrazio per le indicazioni / adesso ho capito almeno un poco /
    poi, la questione del flipper… a dire il vero, il più delle volte mi pare ci si trovi a bocce ferme, e non vi sia rimbalzo / oppure un rimbalzo apparente, di voci che procedono sfalsate e poi disgiunte e di contenuti che si frantumano anzichè germogliare / pessimisticamente rientrata a scuola e in rete dopo alcuni giorni di malattia – guardo tutto come se – immediatamente estranea, per il rapido decadimento del ritmo / ecco, il commentario di unt è ancora un’altra cosa / uno studio dromoscopico quasi, dove la rapidità e la velocità, così come il refresh costante, inibiscono la stasi / e se perdi il ritmo ti perdi…
    devo ancora intendere bene, a dire il vero, ma continuo ad osservare /
    un saluto /

  6. parergon Says:

    poi in effetti, leggere di classi proletarie e di etica mi conforta , e lo smarrimento va parzialmente stemperandosi in proiezioni e prospettive / la progettualità dona sollievo o quanto meno mantiene impegnati i propri muscoli mentali :)


  7. Ma io la progettualità non la vedo mica. Per me progetto è quando ci sono persone che lavorano insieme a qualcosa. E qui ( non qui qui, qui di là) non c’è nessuno che abbia questa idea in testa. Ognuno lavoro per conto suo, mi pare. E anche se lavori bene, il valore del tuo lavoro si perde, proprio perché manca un progetto comune.

  8. parergon Says:

    nello scrivere quelle poche righe, che poi ho anche riveduto drasticamente di là da me, mi riferivo al lavoro di caracaterina con i ragazzi / a quello mi riferivo parlando di progettualità, alla trasmissione di contenuti e stimoli all’interno di altre comunità, con meno privilegi rispetto ai nostri /


  9. Capito, ma io volevo solo dire che per me non si può parlare di progettualità in quel senso, perchè mi sembra che per essere davvero tale un progetto dovrebbe uscire dalle quattro mura di una classe. Che poi il lavoro di caracat abbia un suo valore, questo è innegabile, ma è altro da un progetto.

  10. parergon Says:

    pessimesempio /
    non riesco a capire perchè il progetto debba avere una dimensione minima accettabile / la progettualità riguarda il modo di affrontare le cose, la sensibilità nei riguardi del processo, la consapevolezza che si infonde al lavoro / tutto è progetto, se concepito in tal senso / a me le 4 mura di una classe sembrano già un grande spazio, per far nascere un progetto /
    un saluto /


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