Esercizi di respir-azione

Pubblicato su tangenti il Maggio 7, 2008 da caracaterina

Stasera, davanti allo schermo con le fotine delle facce dei ministri nuovi, ho capito che in questi 15 giorni ho tentato di costruirmi un rifugio antiaereo.

granuli, aria, luce, panni stesi, mani di ragazzi, compiti, aria, luce, territorio, una città calma da girare a zonzo, un nuovo ospedale per una fine sempre più vicina, un libro nuovo che fa da collante,  parole scambiate, lezioni pronte e da preparare, compiti, aria, luce, biciclette. granuli, salama e purè, un pacchetto di libri comprati alle ventitrè (scontati del 50 per cento), il fiume Po da sud a nord e da est a ovest, panni da lavare, scarpe, capelli, territorio, bambini che hanno da nascere, cagnoloni che si rotolano nell’erba, un gatto, diciottenni che hanno appena votato e adesso hanno il muso, un vagone prenotato, un sedicenne che aspetta l’estate del 2009 per andare a lavorare tre mesi in Florida, un sedicenne che aspetta che gli venga il coraggio di iscriversi alla scuola di recitazione del teatro stabile, sedicenni che aspettano e basta, comprando balestre-giocattolo, la risata di Mustafà. aria, luce, territorio. granuli.

(un ringraziamento speciale spetta poi a Ludovico B. che oggi ci ha entusiasmato col suo lavoro qui).

E se  la giornata ha il veleno nella coda, che le si tagli la coda.

Ho visto un presidente

Pubblicato su ellissi il Aprile 25, 2008 da caracaterina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma IO devo andare a Brignole!  La signora, anzianotta ma neanche tanto, col vestito della festa ma anche no, ha la faccia di una che sta subendo un sopruso inaudito. Ferma davanti alla transenna che blocca il transito di via XX settembre sotto all’arcata del Ponte Monumentale, in mezzo alla folla che aspetta, a pochi metri dalle corone deposte stamattina, vorrebbe grilleggiare con la boccuccia indignata piegata all’ingiù ma la rabbia stupita di un’inaspettata (inaspettata!) servitù di passaggio le toglie il fiato. Signora, sta arrivando il Presidente. L’intenzione mia sarebbe di informarla, farle sapere, ma lo sento che ho il tono di “quella di sinistra”.  Sai che roba!  fa lei e mi sputa addosso lo sguardo più sprezzante che ha. E’ certamente più importante di lei e lì mi fermo, anche perchè ha voltato i tacchetti e scarpina via.  Non sono mica tanto d’accordo fa un giovanotto acidino voltandosi a sua volta per seguirla.  Per i popolani della libertà oggi, qui, non è giornata.

Ma siamo matti! stride una signora “inequivocabilmente di sinistra”.  Se succede qualcosa quello ci spara addosso!  Per ora veramente ci sta soltanto guardando con un paio di binocoloni ma, certo, quando qui si vede una divisa di quelle non si sta mica tranquilli. La spianata di Santo Stefano è a picco sopra le nostre teste e anch’io non posso trattenermi dal guardare in su per tenere d’occhio i carabinieri che tengono d’occhio noi. Ma siamo in pochi ad agitarci. Mi arrivano accanto in quattro, due giovani genitori con due bambine. Il padre si issa sulle spalle la più grande e intanto chiacchiera con la moglie e accenna col mento: Guarda, saluta. C’è Zarrillo lassù. Me l’aveva detto che toccava a lui e sorridendo agita la mano.

Pochi hanno visto ma tutti camminiamo in salita. Una folla tranquillamente in marcia in mezzo alla strada. Agli incroci le macchine si devono fermare anche se hanno il verde. Le vigilesse fischiano isteriche agitando le mani ma nessuno le bada. Oggi è festa e noi seguiamo il presidente che è salito al Ducale. Oggi è festa e molti applaudono pure la macchina vuota mentre la vedono girare via intorno alla fontana bianca.  Oggi è festa e si applaude anche la banda del ponente, che sulla bandiera vecchia e sul tamburo maggiore porta la scritta: 1845.

La piazza è piena e i discorsi sono piaciuti. Alla fine, nel maxischermo ci vediamo pure noi che stiamo lì e ci applaudiamo ancora più forte. Adesso via, cambiamo piazza che dal Ducale lo fanno uscire di là. Andiamo a salutare.

Poi ceniamo con tutti i tiggì. Per ripassare. Perchè istituzionale io non l’avevo mai fatto.

Quoto

Pubblicato su diagonali il Aprile 15, 2008 da caracaterina

Amaro, intelligente e piuttosto sghembo questo post di suzukimaruti che comunque non condivido in molte parti  ma nei cui numerosissimi commenti ho trovato argomenti che mi interessano firmati da un tal Cuoreditenebra del quale non appare il link. 

Ugualmente senza link il commento di mattia altieri, che mi rattrista.

  1. La tentazione di applaudire in toto a un post che, fra le altre cose, suscita sincera emozione, è tanta. In realtà, però, credo che la lettura di questo risultato richieda anche una parallela analisi di quel che, dall’altra parte, ha lasciato anche gli elettori non costituzionalmente berlusconiani senza speranza. Cosa ancor più doverose in ore in cui uno schieramento passato nel giro di 20 mesi dal 13 al 3% ha individuato come causa primaria di questo disastro la cannibalizzazione dei propri voti da parte del PD. A parte le carenze aritmetiche dei personaggi di cui sopra, e parlando nello specifico del nord in cui vivo, vorrei ricordare:
    - la desertificazione delle strutture territoriali dei partiti di sinistra, popolate da mezze calze la cui abilità migliore consiste da almeno quindici anni nel rispondere signorsì al capetto di turno, sapendo che quella è la strategia migliore per prenderne il posto;
    - l’aver sistematicamente ignorato il cambiamento del tessuto del mondo del lavoro, continuando a rivolgersi da un lato a un mondo operaio in via di estinzione, dall’altro guardando alle decine di migliaia di partite Iva come ad altrettanti potenziali (anzi sicuri) evasori fiscali e non come al nuovo ceto lavorativo debole e vulnerabile del XXI secolo;
    - il non aver nemmeno provato a dare risposte “sane”,in contrapposizione a quelle “malate” (perchè xenofobe, razziste e miopi) della Lega all’oggettivo disagio e insicurezza determinato da microcriminalità, immigrazione incontrollata, marginalità sociali, bollando immediatamente come razzista oscurantista chi, anche solo timidamente, abbia osato accennare a questi aspetti come a problemi reali e realmente percepiti dai cittadini. Le polemiche contro Cofferati a Bologna sono in questo senso paradigma assoluto di questa attitudine.
    Mi stupisco dello stupore di chi sottolinea come ormai da anni le fasce sociali tradizionalmente appannaggio della sinistra votino a destra. Rinunciare per anni, mi ripeto, a proporre alternative “sane” a risposte “malate” su temi che, piaccia o meno, sono problematici, non solo erode l’elettorato e porta alla sconfitta, ma quel che è per me più grave significa abdicare, al di là di buioni sentimenti di maniera, al tradizionale ruolo di una sinistra capace di incidere nella società. Non velleitaria, quindi, ma con una visione alternativa del futuro radicata in una realistica percezione el presente.
  2. La mancanza di risposte, a mio avviso, è consistita proprio nell’aver lasciato agli xenofobi della Lega il campo libero nel rispondere a quelli che sono sentiti come problemi oggettivi dai cittadini, nel non avere in altre parole offerto altra risposta che non fosse, ad esempio, qualla di tacciare di razzismo gli abitanti dei quartieri lungo Reno di Bologna che si lamentavano della microcriminalità crescente. Quale alternativa, ad esempio? Una seria politica di integrazione parallela a una altrettanto seria politica di rispetto delle regole da parte di tutti, italiani e immigrati: questo, a mio parere, sarebbe stato capito meglio dagli elettori. Nè più nè meno di quel che ha cercato di fare Cofferati a Bologna, che naturalmente è stato subito tacciato (una persona con il suo passato!)di razzismo e xenofobia da quei trinariciuti del cazzo ceh oggi sono andati al 3% e non saranno nemmeno rappresentati in Parlamento. E a ulteriore scanso di equivoci, chi ti scrive ha una solidissima storia di sinistra, non solo come elettore ma anche come militante, ed è profondamente addolorato del fatto che quella sinistra in cui si è sempre identificato oggi non sia più in grado di parlare alla gente con un linguaggio che ne faccia crescere la coscienza sociale e la consapevolezza della realtà del mondo e delle sue trasformazioni.
  3.  E’ ormai anni che sento parlare di “riprendere a lavorare sul territorio” gente che evidentemente sul territorio non ha mai messo piede, forse perchè troppo impegnato ai party della Santanchè o di Anna La rosa (no, dico, Anna La Rosa): diversamente, forse, avrebbero colto le trasformazioni - sociali, non antropologiche come a qualcuno fa comodo credere - che hanno portato allo sfacelo attuale. E’ ormai anni che in Lombardia vedo la Quercia,i Ds e tutta la compagnia di giro candidare degli emeriti sconosciuti perchè i big avevano paura di lasciarci le penne. E’ ormai anni che sento (stra)parlare una sedicente sinistra comunista che si è dimenticata di uno dei cardini della lettura marxista del mondo, ovvero l’analisi dei rapporti di forza e dei movimenti sociali delle masse. E mi chiedo, ahimè, quanto di vero e consapevole ci sia nel voto giovanile a sinistra (reale o ipotetico non si sa ancora) se questi personaggi hanno ancora - o continueranno ad avere - credito.

    Comment by Cuoreditenebra — 15 April, 2008 #

    1. Nel Nord, dove vivo io (anche se da me, nel cuore delle Alpi, fortunatamente il Pd è diventato il primo partito) la sinistra ha una grossa colpa: non ha mai capito che il tema dell’immigrazione è vissuto dai ceti sociali più deboli come una minaccia.   La nostra è una società in naturale declino. Le seconde vittime del crollo del Muro di Berlino siamo proprio noi europei occidentali, un tempo centro del mondo e ora solamente periferie di un globo in cui i giochi veri si fanno altrove.  Non possiamo più rimanere agganciati ai privilegi che avevamo prima, però non abbiamo il coraggio di dircelo. Nessuno. Ma tutti lo sanno. E arriva quindi la paura e la diffidenza. Dello straniero, dell’extracomunitario, del nero. Se poi ci aggiungiamo il fatto che tanti di essi non sono effettivamente quei “lavoratori indefessi che cercano di integrarsi e sono cacciati dai padani razzisti ecc”, come vuole una litania di sinistra, si capisce perchè il solco che si è creato è profondo. La Lega ha intercettato questo movimento.  Poi c’è un’altra questione, molto più tragica e disperata. Una sinistra ha senso solo se porta una visione alternativa della società. Da noi non ce l’ha più da anni, perchè non può averla. Non esiste un’altra società possibile, ora. Punto. Abbiamo questa e dobbiamo cercare di salvarci, singolarmente, uno a uno.  Berlusconi dice “io”, la sinistra è il “noi”. Ma il “noi” non esiste più. Quindi è ovvio che vinca, stravinca il singolo, chi predica le doti del “faccio tutto io”. La capacità dell’uomo, che in barba e strafottio di ogni regola, riesce a mettersi in mostra sempre e comunque. E’ invidiata, piace, dimostra che “io posso”. Che il vecchio “noi” può andare in soffitta. L’”io” non vuole regole, sono solo impedimenti. Lo Stato, le leggi, il vivere civile.   Senza dimenticare il ruolo determinante di un sistema informativo che, volente o nolente, si è fatto trasportare nel ciclo voluto da colui che è un grandissimo imbonitore.  Ma si può essere abili a vendere quanto si vuole, ma se non trovi chi è predisposto ad acquistare la tua merce, vai in rovina.  Ho lottato contro Berlusconi - e tutto quanto lui rappresenta - per 15 lunghi anni. Con il coltello tra i denti, tra sconfitte e vittorie. Restistere, resistere, resistere. E’ stato il mio motto in cinque anni di vera lotta giornaliera contro l’inciviltà che avanzava.  Ma sbagliavo.  Berlusconi non era la causa. Era solo la conseguenza. Posso mettermi a lottare contro Berlusconi nel mio piccolo. Ma non posso mettermi a lottare contro 20 e passa milioni di persone.  Io ho finito qui.   
  4. Comment by mattia altieri — 15 April, 2008 #

L’Era Glaciale 3

Pubblicato su sensori il Aprile 15, 2008 da caracaterina

Primo giorno

Go to a nunnery, go, go

Pubblicato su sensori il Aprile 14, 2008 da caracaterina

A dir la verità, però, in questo momento di reazione a botta calda sono più attirata da una scelta di vita in stile simil-Amish. Dopotutto un pezzetto di terra ce l’ho e imparare a coltivare broccoli e patate non deve essere poi così difficile. Magari anche il grano o addirittura il mais. Un’aiuoletta - una presa, dice mia madre - ci può bastare. Allenandomi potrò anche arrivare a fare a meno dell’elettricità, e certamente da subito della televisione. Più difficile rinunciare al gas perchè detesto fare la doccia trasportando pentoloni di acqua calda dalla stufa (dovrò comprarmela, nel nordest ne vendono di efficienti) al bagno. Ma dopotutto del gas me ne frego: non è affar mio interessarmi alla sua compravendita internazionale.  Nè interessarmi d’altro che non sia il mio orticello. 

Insomma, non posso emigrare, ma non è poi impossibile ritirarsi da questa marcia Danimarca.

 

Del lasciare

Pubblicato su ellissi, sensori il Aprile 12, 2008 da caracaterina

 Ho aiutato sua sorella ad attraversare il Po e a trascinare rotelle sopra i binari di Poggio Rusco e così anche io ho passato qualche ora con lei. Solo due pomeriggi però. A sollevarla sul letto, a imboccarla, a spalmarle la crema, Galja è del tutto più brava di me, ma è a me che toccherebbe accarezzarla, parlarle del mondo, leggerle il giornale. A me che l’ho sempre amata soltanto da lontano, senza dirglielo mai. Ieri l’hanno trasferita e in questo reparto la stanza è più bella, ne ha convenuto anche lei. Soprattutto c’è il televisore e, ieri, che forse l’effetto dell’antiepilettico era finito ed era più presente a se stessa, abbiamo guardato tutti i tiggì. Non si riesce a regolare il volume un po’ alto ma alla sua vicina non può dare fastidio e lei si appisola ogni tanto lo stesso, scivolando le spalle e piegando il collo verso il lato immobile. Ma se le tocco la spalla, l’altra, e le chiedo se ha sete mi fa segno di sì e allora cominciamo a provare se si riesce a succhiare la cannuccia oppure è meglio passare al bicchiere. Galja non è ancora arrivata e ancora non ho imparato che c’è un altro sistema, migliore. Ma intanto si è un poco ripresa e tiene gli occhi sul televisore, snocciola i nomi, quasi quasi solleva la testa. Le ho preso del gelato alla crema, una cosa buona, finalmente. Lo mangiano insieme, sua sorella e lei, che imbocco con attenzione impacciata. E ride persino, quando arriva E., che si mette a raccontare di un tipo buffo che conoscono loro. Intanto io ho letto il biglietto delle istruzioni sopra il tavolino e alzo gli occhi verso l’altro nipote. Lui allora capisce e le chiede dove tiene la carta di identità e la scheda elettorale. Sono giorni che non sentono frasi tutte d’un fiato, così lunghe, articolate e precise uscire dalla sua bocca che ancora riesce a respirare. Va bene, oggi gliele porterà. Non ho potuto fare a meno di ricordarglielo al telefono, quando sono rientrata qui a casa, anche se non ce ne sarebbe stato bisogno. Anche se, forse, non sarà possibile che ce ne sia bisogno. Ora che ogni respiro, ogni gesto, ogni pensiero anche solo intuito appare una conquista strappata a forza al futuro.

Mi manca già. Porto già dentro questa a tanti ben nota ferita che, alla mia età, ancora non mi aveva segnato, di non essere riuscita a ringraziarla, nei miei saluti ultimi, di quello che la scorsa settimana, prima che si sentisse definitivamente male, ha fatto per me. Spaventata com’ero che emergesse intero il sottinteso inespresso che mi aveva portato fin lì. Più che un errore, un peccato. Di viltà. L’ho commesso in pieno proprio davanti a lei, che non si è negata mai e che persino adesso continua a pensare al regalo, così ovvio e comune, di un “dopo” per tutti.

 

Domani lo saprò, se zia Jones è ancora viva. E se anche è riuscita, come lei desidera e noi di casa speriamo, persino a votare.

Giù la maschera!

Pubblicato su diagonali, sensori il Aprile 8, 2008 da caracaterina

Sento uora uora che il pregiudicato Dell’Utri ha dichiarato che: 1) Mangano è stato un eroe 2) con il Pdl al governo si provvederà finalmente a epurare i libri di storia dalla puzzolentissima retorica della Resistenza.

Benissimo, se i “vaffa”, i “tradizionalisti” e i “radical” avevano qualche dubbio su quanto condizionante fosse la loro posizione nei confronti della società civile italiana (almeno di quella parte che forse sarà anche minoritaria – ma non ne sono affatto convinta - ma certo è assaissimo consistente), se temevano di non poter condividere la fama e la nomea con Ponzio Pilato, se ritenevano di non contribuire abbastanza, per il semplice fatto di limitarsi a stare a guardare, alla discesa della ghigliottina sul collo dei girondini, si tranquillizzino. Assisteranno al trionfo del loro egoismo, alla celebrazione pomposa – che già è da un po’ che se ne sentiva il bisogno, di pompe – della fine di questo grigio diluvio democratico, alla loro agognata alleanza con le forze della Libertà.

e provvisoriamente concludo

Pubblicato su ellissi, tangenti il Aprile 5, 2008 da caracaterina

Non è facile sintetizzare il sentire. E quel certo dolore. L’incontro di mercoledì ha mostrato che il libro di demetrio, checchè ne pensi tu, mauro, è un libro necessario perchè fa deflagrare mondi. Anche se i mondi vorrebbero tenersi insieme e conservarsi. Integri. Persino un po’ fermi. C’è un effetto collaterale della memoria che è un effetto perverso, congelante. Non è facile tenersi sempre più o meno alla stessa distanza mentre il tempo corre avanti, preservare il presente dall’invasione del passato, non ingombrare lo spazio del futuro.

Sabina Rossa è seduta accanto a lui, davanti a noi. Ha un corpo minuto e atletico, elegante e determinato, totalmente presente a se stesso, alla propria voce che scorre come un piccolo torrente di montagna in un fondovalle aperto al sole. Un’acqua trasparente ma iscurita dal letto di roccia granitica. Ne immagini la sorgente. Questa presenza fisica è il corpo del libro di demetrio, incarna materialmente le domande che scorrono lungo le pagine. E se davanti all’interrogazione del libro si può anche tentare la fuga, correggendo la grammatica, valutando la bibliografia come se si fosse semplicemente al cospetto della tesina di uno studente, è assai più difficile sfuggire a chi ha accettato di essere domanda vivente e dotata di voce.  Non si può scegliere il proprio destino ma si può scegliere di assumersene la responsabilità. Chissà, forse è proprio così, ci appartiene davvero solamente ciò che non abbiamo voluto ed è questa, in fondo, l’essenza del tragico.

Sta di fatto che lì non ci si è sottratti. Non ancora la catarsi, certamente, ma l’apertura di una confessione. Un confronto. L’ammissione di un silenzio, di una pantomima. Io non sapevo chi era quella signora coi capelli bianchi che alla fine dell’incontro ha stretto la mia mano nelle sue come se mi domandasse e oggi l’ho trovata in questa foto qui. Il suo racconto mi ha davvero colpito e ci sto ancora pensando. Non alle due macchine incendiate nell’arco di mesi, non alla sua paura di sentirsi spiata e minacciata, non ai volantini a stella dentro alla cassetta della posta, non alla solitudine di chi è bersaglio e vede vicini e compagni tenersi alla larga. Di quello sapevo già da altri, a Genova succedeva, ad esempio a sindacalisti dell’Ansaldo, anche se allora non lo sapevo e lo seppi molto molto più tardi. Pensavo al racconto del “dopo”, a quel “dopo” che è l’oggi, l’adesso. Dice che l’ha saputo per caso, chi fosse stato e quanta galera ha scontato. Dice che conosceva e conosce. Che frequenta e che chiacchiera, e puranche con una certa qual reciproca simpatia. Vicini di casa tranquillamente normali. Mai una parola su allora, mai, nemmeno il più piccolo cenno. Come se quelle due persone di allora non fossero mai esistite, come se non fossero loro due. La signora si vergogna alle sue ultime parole, alla sua debolezza, confessa sì, ma distogliendo lo sguardo. Poi lo solleva di nuovo ma verso di noi che le sediamo dietro, e non in faccia, come a cercare sodali.

Non c’è da stupirsi che si neghi la tragedia, se anche un’angoscia brutta ma assai più minuscola basta per seppellire una storia nel buio che si slarga dietro un indulgente sorriso.

Ciao ciao, grazie grazie. Ci scambiamo nomi e cognomi, alla fine, ci teniamo le mani, ci guardiamo con sorrisi esitanti e sorpresi, come se fossimo ora ora tornati da una sorta di esilio.

“solitudine” è la prima delle poche parole che ho segnato a matita sulla pagina bianca in fondo al libro, all’inizio della presentazione. “solitudine” è una delle prime parole che pronuncia quella signora anziana quando inizia a parlare.

Non abbiamo raccontato tutto, osserva la bionda, poi, dopo, tra lo spegnersi dei discorsi, i saluti di chi va e i lavori di riassetto di chi resta. Anche lei ha più di sessantanni, non lo nasconde per niente. Ed è soltanto davanti a un bicchiere di vino, quando a bere siamo rimasti ormai solo in cinque, e per di più per strada, che ricorda, ma ancora adesso con frasi traverse, quei discorsi nascosti in una sala insegnanti del pomeriggio, con un collega che invitava al passo con parole tanto velate quanto evidenti.

C’è tutta una generazione, in questa città, che sapeva e fece finta di niente. E che continua così.

E che resiste gentile e ostinata, sebbene un poco impressionata, quando butto l’ipotesi in mezzo alla sala. Perchè un pensiero è arrivato ad attraversare la mia piccola confusione, e in una forma tutta sua letteraria: quasi alla fine del libro Demetrio scrive:

“E se alla fine questa negazione della tragedia non fosse altro che il mancato coraggio di dire: Noi abbiamo fatto di tutto per perdere?

E allora a me è venuto da pensare che, se è vero che persino il furore tremendo dell’Iliade non si nega alla personalità di Ettore, che Eschilo scrisse con la voce dei Persiani sconfitti a Salamina e che, ai giorni nostri, è stato possibile un film come Lettere da Iwo Jima, allora l’opera tragica compare soltanto là dove c’è, il talento, certo, l’onestà intellettuale, d’accordo, ma, prima di tutto, la vittoria.

In fondo, sarà pure divina, ma anche l’opera di Dante, sconfitto, è pur sempre una commedia.

Una risposta dovuta - e ancora incompleta

Pubblicato su ellissi, sensori il Marzo 25, 2008 da caracaterina

[PARTE  II]   [PARTE  I  qui

book_232.jpgDemetrio Paolin sarà in questa mia città, a Genova, giovedì  mercoledì prossimo, 27 marzo  2 aprile, a presentare il suo saggio alla libreria Finisterre, in Piazza Truogoli di Santa Brigida, alle sei della sera, ovvero alle 18.00, e ci vedremo, naturalmente. Ciascuno dopo la sua giornata, che sarà per entrambi piuttosto intensa, ciascuno arrivato per vie differenti. Parleremo.

E potrei cavarmela così, Demetrio, come si usa. Potrei cavarmela così, aggiungendo al massimo una parola sul chi ci sarà lì con te, con noi, e senza girare troppo intorno neppure al dove. Ma non posso limitarmi a dire che a parlare del tuo libro ci sarà Sabina Rossa e poi piantarla lì. Non con quello che ho scritto di lei allora. Non con quello che è la sua storia. Non con quello che lei è e rappresenta oggi. Non con quello che ci siamo detti io e te prima e durante la tua scrittura e poi.

E il dove. Il dove.

salita_santabrigida.jpg 

Ricordi, Demetrio? Al telefono ti dissi, guarda una mappa di Genova, guarda in che strada sbuca la scala che sale dai Truogoli, e poi attraversala in due salti, quella strada, e continua a salire, dall’altra parte.

Quando verrai saliremo insieme, e scoveremo la lapide, piccoletta e insignificante, che ricorda l’omicidio di tre uomini, in un meriggio (sì, è la parola giusta, un “meriggio”) di giugno di 32 anni fa. Quei tre uomini erano il giudice Coco, e altre due persone di cui devo, ancora adesso, imparare i nomi a memoria, come è per tutti noi quando parliamo degli uomini della scorta di qualche vittima eccellente delle Brigate Rosse. Perchè io mica me li ricordo i nomi degli “altri”. Neppure i nomi dei cinque uomini della scorta di Moro, mi ricordo, tanto il silenzio ha coperto le vittime, tanto lo strillo narciso della politica sparata ha riempito tutta la memoria di rumore.

[Sul silenzio a scacchiera fra permessi e divieti di cui parli nei primi due capitoli del tuo saggio ho preso qualche appunto, ma il tema è complessissimo e non so se ci uscirà un discorso, non adesso, comunque. E questo è il primo dei molti "non so" che, vedrai campeggiare qui dentro].

Eppure io c’ero, allora. Ma non mi ricordo nulla della diretta di quell’omicidio. Forse in quella giornata, stranamente, non ero a Balbi 4, dove vivevo gran parte del mio tempo, fra poche lezioni e tante parole. Forse stavo a casa, a preparare un esame. Non so, non so. Il fatto è che fra Coco e Mara, il nome che sentii pronunciare con rispetto nei giorni successivi era il secondo. Del primo si parlava con tagli di sprezzo, piuttosto. Ma non direi disumano. Anzi. Ed è stato sempre così, ancora quasi trent’anni dopo, l’ultima volta che sentii un amico parlare di Coco, e di Sossi, ascoltai parole tremende, di odio freddo e insopito. Un antico mese di carcere, una rivolta dei detenuti “comuni” frammisti ai “politici” che davano la linea, sui tetti e sulle sbarre dei muri, una sentenza, a firma di Sossi. E tanto odio, in un racconto che comincia sempre, anche il suo, dell’amico, come quelli che analizzi tu, con il ricordo di una corsa a perdifiato, per le strade di Milano, e finisce coi celerini che lo pigliano a botte a Marassi. Pestato a sangue, capisci? Dalla polizia. Poi uno dice guarda quello, come ancora odia. Poi uno chiede: perchè nei racconti i poliziotti non parlano? Perchè picchiano, dem. E poi stanno zitti. Non lo vedi? Fa ancora molta paura tutto questo, no? A me sì. Tanto da chiudere la bocca.

Anche se non è una giustificazione.

Anche se non si deve. Anche se non si può. Più.

Io quell’amico non lo vedo da un pezzo. Ma non per quei racconti, sai? Ma per come vive il presente, in cui agisce come se guardasse al futuro mentre tutto, tutto in lui, è voltato all’indietro. Con quell’uomo e la sua compagnia ad un certo punto non è stato più possibile condividere niente, neppure una sera in pizzeria. Non è successo tantissimo tempo fa, è accaduto quando abbiamo aperto la nostra casa editrice. E’ stato allora che io mi sono sentita spinta verso il futuro e ho cominciato a vederli divergere sempre di più e più velocemente nella direzione opposta, fosse pure per un discorso sulle vacanze. Abitiamo a cinque curve di distanza, lui fa un lavoro al centro del nostro mondo, e pure bello, e culturale, e “moderno”, apparentemente. Eppure … E’ questa convivenza col passato che non passa a dare malessere, a fare paura. Questi zombies vitalissimi, dell’una e dell’altra parte, questi vampiri sessantenni e di belle sembianze che succhiano la vita del “nuovo che avanza” e che non riesce a nascere. Hai voglia a cercare di liberarsene per correre da soli. E’ questo che mi fa paura. E dà quel malessere che tu dichiari in fondo al tuo saggio, nelle motivazioni che hanno spinto te, che non c’entri e non c’eri, a scriverci, per chiederci conto. Non sono “solo” le nuove brigate rosse, non “solo” D’antona, Biagi, la Lioce, il G8, la Diaz e Bolzaneto. C’è il racconto dei tanti piccoli nosferatu de noantri a stare in circolazione e a presidiare le arterie fino a occluderle, a infartuare. Mai davvero vissuti e mai davvero morti, seguono a schiere senza nome, come fantaccini dell’inferno, come i mostriciattoloni realizzati al computer nel Signore degli anelli, le voci di piccoli Sauron di provincia.

[Curioso, non trovi, come le voci dei cattivi maestri siano partite per lo più dalla provincia? Perchè, dai, non è che Pisa, Padova, Trento siano proprio dei gangli dell'intellighentzia del mondo. Eppure. Ci sarebbe da farla, una geografia del pensiero eversivo italiano. Che dici, dem? Ci pensi tu che già ti sei portato un po' avanti? Sorrido, ma non troppo.]

Il tuo libro, Demetrio, è un’interrogazione importante e scomoda, non tanto o non solo nei confronti, come dici, della letteratura italiana contemporanea, che frantuma, sminuzza, rimpicciolisce, imborghesisce, nasconde, oblitera, quanto nei confronti della memoria di noi tutti. Nei confronti della mia senz’altro. E mi è difficile riuscire a risponderti, dem, nonostante tutto questo cumulo di parole, perchè gli stessi buchi che tu scopri nelle narrazioni pubblicate che tu anatomizzi, li trovo nella mia mente. Le stesse deviazioni, le stesse distorsioni, lo stesso distogliere di sguardi. A mia discolpa potrei dirti che io, personalmente, non ho nulla di rilevante da ricordare. Io c’ero, sì, ma dormivo. E, per una volta, il non-fare-nulla significa non avere commesso nulla. Pfuii, meno male. Però: io sapevo che dietro certe porte di Balbi 4 si preparavano le molotov e si oliavano le P38, anche se quelle porte non le aprii mai. Potevo immaginare chi fosse stato a scrivere sui muri delle aule perennemente occupate, ma non vidi mai scrivere nessuno le cose che tutti ricordano che ci stavano scritte. Però: Enrico Fenzi lo stavo a sentire, e proprio in quanto e perchè non faceva lezione e si trovava nelle assemblee, o nelle aulette dei seminari 3X1 (tre esami in uno, col 30 politico, fra l’altro) : con quel clima e quelle storie non sarei mai andata ad ascoltarlo spiegare Petrarca, no. Se colpa ho, è quella di essere rimasta abbacinata dallo scoppio, intossicata da una nube velenosa che ci copriva con un’impalpabile pioggia acida. Respiravamo quelle polveri sottili e ci sentivamo mutanti all’attacco. Non è abbastanza, questo, perchè possa assumere una postura tragica. Non è abbastanza neppure se metto insieme tutta quanta la mia indifferenza di allora per tutte quante le vittime. A cominciare da quella ritratta nella copertina del tuo libro, che tanto ha a che fare, lei pure, con i morti ammazzati sulla Salita di Santa Brigida, come qui giustamente si spiega.

Di tutti quei morti io ho solo due specie di ricordi: le parole di odio per loro respirate in particole di slogan dentro e fuori dall’università e le immagini sui giornali e alla televisione. Quella della tua copertina è della seconda specie, ed è legata ai giornali, chè ancora la tivvù non era così presente. E poi io ero piccola davvero, un grumo di inconsapevolezza.

Per passare dai Truogoli (così differenti, allora, così corrosi e rugginosi e intopati ma assai più vivi di quel cemento di oggi in cui li hanno annegati) alla Salita, c’è da traversare, breve, via Balbi. Appunto. Ho contato i libri che hai messo in bibliografia fra citati e analizzati nel tuo saggio. Sono 72, una bella cifra, un gran lavoro. Ma manca questo. E manca anche a me, nel senso che lo possiedo da quando è uscito, l’ho iniziato in quell’anno là e l’ho piantato subito, ci ho lasciato il segnalibro, a pag. 42. Tramortita dalla stucchevolezza di un lirismo ammorbante. E dire che lo afferrai sullo scaffale della libreria e lo portai alle casse in un volo, tanta era la voglia di vedermi rimandare una vita che devo ancora ricostruire. Nella terza di copertina ci stanno due piccole foto, due ritratti dei ragazzi di allora, l’autore e il protagonista. Le ho riconosciute entrambe, me le ricordo benissimo, per strada, nei baretti lì intorno, nelle aule delle assemblee. Non gli ho mai parlato, alle persone di quelle facce, o forse sì, è un dettaglio insignificante, come insignificante ero io, studentessa neofita (non “matricola”, neofita, proprio) confusa fra i tanti che si aggiravano lì, senza fare assolutamente nulla. Se non eccitarsi ad un senso di nuovo e di “rivoluzionario”, se non “esserci”. Ascoltavo, molto, mi sentivo ignorante e inadeguata davanti a tanti “politici”, mi documentavo sulle riviste e sui libri che afferravo alle assemblee, credevo di imparare, e avrò pure imparato ma ancora non so dire cosa. Sicchè … E’ questa una colpa oggettiva? Se lo è, allora sì, sono colpevole. Ma certo non è quest’ammissione che può dirsi una tragedia.

Ma insieme a tutti questi buchi, Demetrio, il tuo libro scopre in me anche un tumulto. Tu mi chiami in causa direttamente, in fondo al libro, e io non mi sottraggo, lo vedi, ma faccio fatica. Non solo perchè “non so”, “non ricordo”, ma perchè, al contrario, mi viene in mente “troppo”. Ed è un “troppo” sempre, sempre, molto normale. Ieri sera, dem, son stata lì a scrivere qualcosa per questa faccenda fino alle due e mezza di notte. E oggi sto continuando, ed è Pasquetta e fuori c’è un bel sole. Per ora. No, non me ne lamento, anzi, accetto la sfida, contenta di trovare il tempo. Il tuo libro, dem, apre un vaso di Pandora, fili impazziti di memoria si slanciano in ogni direzione e io fatico già solo ad afferrarli, figurati a farne una treccia, una corda. Ci credo che poi uno/a si stufa e sta zitto/a.

Ma mi hai beccato mentre sto impegnata in un giro di boa necessario, di cui parlo qui sotto, e non so mica quanto ci metterò a virare.

Sono anni che parliamo di queste storie, dem, che proviamo a procedere. Ed era il 2000 quando in rete scrissi questo che pubblicai anni dopo anche nel vecchio blog. Mi fa piacere che tu sia il mio “tu”. Credo che proprio questo sia necessario alla nostra generazione, sforzarsi di rispondere a chi non sa nulla e ha la forza culturale e morale di non accontentarsi di frasi fatte, bensì di rintuzzare le posizioni di comodo, di sgamare le prese di posizione che diventano velocissimamente delle rendite. Delle rese.

Chiedere la parola fine forse è troppo, chiedere di aprire gli occhi sul passato per poter voltarsi a guardare al futuro è comunque molto, quaggiù fra noi. Ma tu continua a farlo, Demetrio. Da parte mia, cercherò di continuare a risponderti. Anche se non so (non so!) se verrò mai al terzo capo e, dunque, alla treccia. Alla corda.

Una risposta dovuta - e comunque incompleta

Pubblicato su diagonali il Marzo 24, 2008 da caracaterina

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Come in una treccia almeno tre sono i capi che vorrei annodare proprio qui e proprio adesso, perché ci vuole ben un momento in cui si deve iniziare a fare quel che si ha da fare. E non c’è Pasqua che tenga, per me, che (fra parentesi) non amo la Pasqua. (Un’altra volta, forse, ne dirò, un’altra volta…)

L’ultimo capo mi è arrivato in mano proprio ieri, che ho visto Onora il padre e la madre e sono rimasta schiacciata ferma sulla sedia tutto il tempo e sono uscita nel silenzio annichilito di tutti quanti. Mai visto niente di più nero e disperato e luttuoso. Uno schiaffo definitivo paralizzante mortale di un vecchio regista al suo paese, un disconoscimento totale, il rifiuto di un’eredità, che vada piuttosto tutto quanto in malora, che tutto bruci. A restare vivo è soltanto il fallimento. E’ una tragedia, questa che ho visto? mi chiedevo poi. O non è piuttosto Balzac, Maupassant, o addirittura Verga? E se tragedia non è, e non lo è perchè, nonostante alcune – tante - mosse narrative da teatro classico, che gli americani sanno riprodurre benissimo al cine, non c’è catarsi, allora non è meglio la commedia? Quel teatrino arlecchino che tanto lamentiamo dell’Italia non è in fondo almeno un tentativo di essere vivi, data l’impossibilità di essere tragici? Avevo voglia di consolazione, davvero.

Perchè ci sia tragedia, scrivi, Demetrio, nel tuo saggio sulla narrativa che ha per oggetto il terrorismo italiano dei Settanta, gli elementi necessari sono un sentire condiviso, il riscatto della violenza e l’esperienza catartica. Non so dire, adesso, fino a che punto siano necessari tutti e tre ma comunque non mi sembrano sufficienti. Perchè sia possibile la rappresentazione tragica ci vuole piuttosto un orizzonte di senso. Questo mi è apparso evidente guardando il film di ieri pomeriggio dove, invece, si rappresenta la totale mancanza di un limite e, perciò, di un senso. L’ammissione di un limite è ciò che permette di riconoscere il suo superamento, la hubris, ma il limite si ammette soltanto se non ci si ritiene onnipotenti e totali, se si riesce a distinguere – uso termini stantii e attualmente irricevibili, lo so – fra Soggetto e Oggetto.

 

A proposito del Soggetto: c’è chi sostiene che la tragedia come genere non è praticabile nelle democrazie attuali, in cui il soggetto individuale è una parodia grottesca di se stesso e affoga, nonostante le sue disperate e disperanti mossette apparenti, nella massa indistinta. La tragedia è roba da àristoi, da re, è faccenda di Nomi e Numi. Non l’abbiamo imparato già a scuola questo discorso? Eppure gli americani, che sono una democrazia, sanno scrivere tragedie. Lo sanno ancora fare nonostante Sidney Lumet sembri prefigurare anche per l’America la morte della tragedia. Non a caso il suo film mi ha fatto pensare, ad un certo punto che capisce chi li ha visti entrambi, a una deliberata polemica con il tragico Clint Eastwood di Million dollar baby, un film religioso. Il fatto è, invece, che in Onora il padre e la madre, a differenza di altri film americani, non c’è alcun dio, Dio è proprio morto, mortissimo, mentre la tragedia si muove, appunto, in un orizzonte solitamente religioso. E la tua esigenza, Demetrio, di ottenere dai narratori italiani di chiarire il senso di quel periodo, di quel terrorismo che ha fatto da culla alla tua nascita al di là di ogni caratteristica biografica da te dichiarata nell’Appendice 2, forse muove proprio dalla tua religiosità e dalla richiesta di salvazione che la innerva. Perchè devo nascere nel male, Io, proprio Io che non l’ho voluto, perchè lo devo pagare sulla mia pelle? Perchè non posso muovermi per Torino, per le sue fabbriche e i posti lavoro, per le sue scritture, sapendo almeno cosa devo e a chi? Quell’operaio che nel saggio tu assimili a Gian Maria Volontè è come una sorta di deus ex machina che, però, invece di risolvere, non solo resta un Nume opaco e illeggibile, un’icona, appunto, ma che, addirittura, chiede a te di perimetrare un limite che, invece, se tragedia ci fosse e comandasse, (se i padri facessero i padri, i figli i figli secondo un ethos che, se non naturale è sentito almeno come tradizionale) dovrebbe essere lui a tracciare perchè a te fosse possibile varcarlo o meno.

Chi si pone fuori dal Soggetto contrapponendovisi e confliggendo? Chi pone limiti a un figlio se non un padre? Chi pone un limite all’umano se non un dio? Una comunità di individui consapevoli, forse. Una serie di regole e di istituzioni capaci di gestire i conflitti, forse. Roba forte, roba difficile da trovare, dalle nostre parti.

La tragedia richiede un’assunzione di responsabilità soggettiva di una colpa oggettiva, una colpa che sta fuori dal soggetto, fuori da ogni sua consapevolezza e intenzione. Richiede, perciò, un Io che si fa forte dei suoi stessi limiti. Un Io del quale non contano le giustificazioni, le intenzioni, i “volevo dire”, i “sono stato frainteso”, i “non avevo capito che”, i “vorrei un aiutino”, i “vorrei confessare, quant’è lo sconto di pena?”, e nemmeno, come tu giustamente rilevi, gli inestinguibili profondissimi e nascosti sensi di colpa, ma solo le rilevabili e patenti azioni compiute. I fatti.

Ma che succede dove le azioni contano meno delle intenzioni? Dove “agente” o è uno sbirro o un venditore o un complemento? Dove, come tu rilevi, Demetrio, parlando del deprimente libro di Enrico Franceschini, il posto dell’Io e della sua voce viene preso dallo strillo di un noi indifferenziato? Dove prevale la logica del branco che oggi si usa per spiegare il bullismo? Se l’unico attore sulla scena è il coro (la doxa) la tragedia lì è negata, lì resta il dramma dell’umano troppo umano, e le rappresentazioni che rimangono a disposizione sono il nero cupo del film di Lumet (ben oltre ogni noir di genere che ha sempre quel manierismo splatter che distanzia e consola), oppure il melò, che è poi in definitiva la cifra prevalente, mi sembra di capire, fra i romanzi che tu hai analizzato (ma che lavoro enorme e appassionato che hai fatto!) o la commedia, virata in tutti i toni che la cultura teatrale, e soprattutto teatralizzante, italiana ben conosce.

I racconti sul terrorismo negano la tragedia perchè dunque manca, nella coscienza (nazionale?), il senso di responsabilità individuale. Nella coscienza (nazionale?) mancano il senso dell’Io e quello di una comunità esterna all’Io verso la quale l’Io è comunque debitore di almeno alcune parti del senso di sé.

Che cosa ti fa pensare, Demetrio, che questa coscienza, come credi dovrebbe, possa manifestarsi in un qualche scrittore italiano? Il fatto che ci siano riusciti Pasolini e Sciascia che tu citi giustamente e ampiamente non significa nulla. L’Italia è sempre stata piena di singoli eccezionali, e asincroni, almeno per ragioni biografiche, rispetto al loro tempo, che fanno da foglia di fico alle vergogne della nostra pochezza civica. Noi abbiamo il coro e basta. Oppure i comici.

Però la tua è un’esigenza condivisa da molti, moltissimi. Anche da me, che pure ho un senso del limite che non muove da alcuna istanza religiosa. (Anche se so che uno religioso, proprio nel fatto che abbia un senso del limite potrebbe ravvisare la mano di dio su di me e, magari senza dirmelo perchè è democratico e rispettoso, penserebbe Eh eh eh, ti conosco mascherina!)

E qui verrò, a momenti, al secondo capo della treccia, che è quello della mia chiamata in causa personale, della mia età.