intrecci di rosse formiche

Posted Luglio 5, 2009 by caracaterina
Categories: sensori

presa da una frenesia di partecipazione dispersiva e insulsa, non focalizzata nè indirizzata ma che dribbla i miei soliti blog di riferimento (compreso questo, evidentemente). bisogno di guardarmi intorno, cercare di capire, di trovare e ritrovare, mi muovo infantilmente e con discreta petulanza.

- friniscono le cicale nel tropico di liguria – pallido e assorto è un solicchio che patisce fino a scomparire ai confini del temporale meridiano – non si arroventa oggi il muro a cui non m’appresso data la tana del calabrone che presidia e mi inibisce un angolo dell’orto -

saltapicchio su ff, ad esempio, dove sono migrate tutte le voci fighette della blogprimora e si danno gomitate e pacche sulle spalle come le più irritanti e manierate delle brave combriccole italiane, senza punto riuscirci, cerco di farmi un’idea, perchè io, il mio segretario, lo voglio votare. sono un socio fondatore, io, mica bubbole. Oh. leggo e rileggo il manifesto di Marino, che ho salvato prima che ieri l’Unità, passate pochissime ore, lo facesse scomparire e mi chiedo perché, per opera di chi. mi piace, mi attizza, è una questione di linguaggio, mi dico, senza farne nessuna analisi. infantilmente, ripeto, resto prepolitica come in fondo sono sempre stata.

- mi tiro su le maniche corte – avevo ridotto di un terzo le sigarette, fino a ieri l’altro, perchè mi si era ridotto di colpo a un terzo il respiro ma oggi mi rimescolo e mi rigiro, mi moltiplico parossistica, pancia in fuori diaframma in dentro – il verde si secca, lì fuori dalla finestra, il celeste s’ingrigia, se mi sposto un pochino e piglio una lente d’ingrandimento posso guardare il rossopomodoro sul confine del mare e del cielo laggiù – i f.lli esposito col camion da Nola, quella sera, il motore acceso nel piazzale, di cosa avranno mai rifornito il retrobottega napoletano verace arrivato fino alle barche ormeggiate a 80.000 al posto singolo? -

col bicchiere di plastica che scaldava la birra a 2 euri l’altra sera ti dicevo come mi imbarazzava quel sentore da anni settanta, lì dietro le spalle, col suo accento emiliano pesante, anzi romagnolo, e un bel pezzo di staff genovese cinico-entusiasta, come ormai sono tutti da trent’anni quelli che fanno politica, già allora, dicevo, quei discorsi lì, quei giri di frase, quei temi, mi annoiavano a morte, per questo ronzavo intorno a chi non avrei dovuto e meno male che son stata in un angolo, meno male, che il mio sesto senso d’inadeguatezza m’ha salvato, quella diffidenza che avevo di me e che, invece, era tutta per loro, meno male che me l’ero introiettata, però, ecco, era che ce l’avevamo coi padri, pure io con mio padre, che invece era socialista pertiniano e ce n’è voluto perchè si convincesse a deludersi, persino negli anni ottanta continuava a non volerci credere, insomma, Bersani mi piace, si sente la forza della competenza ma no, non so, che ci faccio io qui? che facciamo? vabbè scambiamoci i numeri di telefono che ad agosto c’è quella nazionale, qui a genova, vedremo. il Porcino, sì, il ristorante, è quello il compito della nostra sezione. mioddio. ma non ho mai dico mai fatto politica attiva, nemmeno l’o col bicchiere so fare. eh già, dice, qui vogliono tutti già partire imparati alla grande, nessuno a pelare patate e a volantinare. mioddio. e le idee? me lo chiedo in silenzio, però. la nera si agita e si entusiasma, alla Rossa riesco solamente a chiedere dove se ne va di solito al mare. mioddio ma che ci faccio io qui? due sere prima ero capitata per un caso a vedere ballare. erano forse 15 anni che non vedevo lisci in balere popolari. mi si scioglieva il gelato dimenticato in mano a guardarli. non era così quello che ricordavo. cioè, sì, era così, la gente, ad esempio ricordo bene le coppie di donne, o i papà con le  bambine, e gli anziani a sorridere in mazurka, ma nessuno fino ad allora, neppure i più bravi ed esperti, ballava così, come questi di adesso capaci o incapaci di tutte le età: im-po-sta-ti, le teste voltate di lato i gomiti alti il ginocchio misurato col goniometro dal maestro di scuola.  ecco lì, mi dicevo, dove si è rifugiato il diritto all’istruzione, nelle scuole di ballo.

- pallido e assorto stocazzo – si impolverano i libri non si asciuga il nero bucato – mi chiedo ti chiedo non mi assolvo – mentre stendevo ho ascoltato una lite dei vicini, non potrei dire “involontariamente” – in fondo era un po’ come se mi riascoltassi dopo tanti anni, però non capivo bene lo stesso – un aereo, finalmente, in questo scalo dismesso – dalla marina si vede tutto il ponente e nemmeno più una nave nei cantieri cassintegrati dopo il varo di maggio in pompamagna della coppia extralusso per crocieristi di media potenza – psicologicamente siamo in crisi – siamo soli – sola mia madre in un palazzo semisvuotato, senza più uomini soprattutto, neppure più gli interinali troppo di passaggio per imparare l’italiano -

fra una cosa e l’altra: una recensione piena di refusi grevi e ridicoli, roba da tirare giù dai tavoli i portatili e lanciarli in testa a Riotta. in rete non l’ho trovata, sta sul domenicale del sole24 di oggi ed è di Pacchiano. mi ha tanto smossa che ho scritto un offtopico commento sul blog della Libia Graverà, dove nell’ultimo post sta scritto così:

“La Presidente Halonen, una signora che ha dovuto subire prima il corteggiamento non desiderato e poi l’insulto di B. ( una cosina leggera tipo: ma l’avete vista? E io ho dovuto anche …), tutti i pomeriggi, siccome le piace nuotare, si reca in una pubblica piscina, paga il biglietto, e, mentre un unico funzionario della sicurezza la segue con lo sguardo, macina vasche fra gli altri cittadini, si riveste nello stesso spogliatoio delle altre ( la traduttrice in finlandese di “Eterna ragazza”, presente all’incontro di Lahti, me l’ha raccontato), saluta e se ne torna al lavoro. Donna, Presidente. Questo è un aneddoto che descrive una democrazia.”

Dal blog di Pino Scaccia

Posted Giugno 23, 2009 by caracaterina
Categories: tangenti

… che si intitola sempre La Torre di Babele , come ai tempi della guerra in Iraq e di Enzo Baldoni, ma che da maggio abita nel sito del Tg1:

  1. ettore paoli scrive:
    Giugno 22nd, 2009 alle 14:55 Egregio Scaccia, innanzitutto mi scuso per scriverle a margine di un post che riguarda una tragedia inaudita, ma allo stesso tempo ne approfitto per affacciarmi alla prima finestrella che mi capita sotto mano per dirle una cosa.
    Oggi mi son messo lì a vedere se – finalmente – il TG1 avrebbe parlato dell’inchiesta di Bari. Contravvenendo infatti a ogni più elementare regola di buon (e anche di cattivo) giornalismo, ma sopratutto al suo ruolo di servizio pubblico, nei precedenti giorni, dopo che TUTTI i principali giornali – compreso quello di cui il vs direttore è stato fino a un mese fa direttore e cioè LA STAMPA – hanno dato ampio conto delle vicende, i principali tg nazionali hanno omesso la cosa in modo spudorato e riprovevole.
    Oggi il TG1 ne hainvece incredibilmente parlato e lei risultava l’autore (?) del servizio. Bene, mi lasci dire che vedere un professionista del suo calibro, col suo curriculum (collegamenti calcistici da san benedetto del tronto compresi…), chernobyl, Faruk, la bolivia, kabul, etc… insomma uno coi controcoglioni – mi si passi il termine ma è quello che ho sempre pensato di Lei – abituato a schivare mine e proiettili in terre ostili, RIDOTTO a schivare parole e aggettivi per non lordare il premier, peraltro più di quanto le sue patologie senili non lo autolordino già, è stato francamente di una tristezza senza confini.mi saluti il direttore, gli dica “bravo Minzolini, continua così” da parte mia…..
    E.P.
  2. radiowaves scrive:
    Giugno 23rd, 2009 alle 12:45 Concordo con ettore paoli. Metterti lì, tu con la tua esperienza e l’idea di un giornalismo indipendente che ci hai sempre trasmesso, a cercare di limitare i danni come un “tengofamiglia” qualunque, ha lasciato molti un po’ perplessi, un po’ delusi.
    Con stima.
  3. pino scaccia scrive:
    Giugno 23rd, 2009 alle 15:03 Chiarisco per l’ennesima volta che accetto tutte le critiche (e ci sono, sotto tutti i post, anche qui sopra) ma non sono assolutamente disposto ad accettare insulti ed offese: soprattutto personali.

 

Aggiornamento: avendo oggi più tempo, ho spulciato un po’ meglio il blog di Scaccia.  Il post migliore sulla questione è di qualche giorno fa, commentato anche di recente, però.

ddl 1415A

Posted Giugno 17, 2009 by caracaterina
Categories: sensori

Il blog del Diretur sta per chiudere. Sul suo Tempo Reale, Vittorio Zucconi ha appena postato un mesto consulto: ch’aggi’ a fa’?  La mannaia della censura sta per mozzare la lingua non solo a un giornalista brillante e critico ma, soprattutto, ai comuni commentatori che non avranno più a disposizione un luogo di chiacchiere discussioni e confronti sempre stimolante persino quando (e ultimamente assai spesso – segno che il blog “disturba”) infestato da troll destrorsi, a volte persino simpatici.

Quasi tutto il tempo che in quest’ultimo mese non ho passato qui, l’ho vissuto parecchio lì dentro. Assai sporadicamente ho pure commentato (con tutt’altro nick).  Ho notato l’accrescersi progressivo dei commenti e la generosità sempre più diffusa dei postanti. In questi tristi tempi siamo sempre di più quelli che si affannano a cercare luoghi pubblici che si facciano piazza, anche solo piazzetta, e non semplice balconcino, ballatoio, cortiletto, orticello. L’insufficienza e l’irrilevanza di questo di questo mio stare qui mi pesa troppo. Non è più il tempo di una salvaguardia individuale di liberi discorsi di singoli che poi sono comuni e inutilmente consolatori. Anche stare in piazza a far due chiacchiere è consolatorio, d’accordo, ma dà più speranza.

Dopo giorni frenetici passati a cercare di tamponare per quanto mi è possibile i danni dell’orrore inculturale degli ultimi lustri e quelli più immediatamente recenti della Gelmini, non mi basta(va)no più le nuove albicocche dell’albero nuovo e di quello vecchio, i fichi che stanno maturando, le giornate più lunghe e il gelato, e nemmeno le misure del mobilio futuro. Ho fame di società quanto ho fame d’aria – respiro assai male ultimamente, in effetti: sigarette, età, il tempo. I tempi, insomma. Che s’infiltrano biechi fra cuore e polmoni, al di sotto del diaframma. Tempi che stringono.

Come nei film con la bomba il timer è inquadrato e segna i minuti che scorrono. Lo Zero è vicino.

Si sopravvive anche senza libertà di parola, certamente. Nessuno verrà a cercare me, le mie paroline inconsistenti e nascoste, non sarà certo il mio, il blog sotto scacco. Ma non posso non sentire il ticchettìo e dall’esplosione che frantumerà la residua libertà di stampa vorrei che si salvasse quel presente che ha la testa nel futuro, ovvero l’internet. Oh, lo so, internet si salverà comunque.  Anche senza la libertà di postare all’interno del mio paese. Se scivoleremo ancora più in basso fra le nazioni che godono di libertà di stampa, non per questo non potremo parlare e la lavanda del mio giardino cesserà di fiorire.

Ma io respirerò ancora più a fatica perchè questa è l’aria che respiro. Adesso.

So che su FB e su Twitter, che non frequento, si organizzano gruppi. Io mi limito a segnalare quanto ho trovato tramite l’ultimo post sul blog di Zambardino.  In particolare ho apprezzato l’appello di Guido Scorza e la sua proposta di emendamento.  Più irrealistica mi sembra la proposta di Mario Tedeschini.

Condivido e apprezzo questi interventi ma sono totalmente pessimista riguardo alla loro efficacia. Hanno il limite di intervenire in una maniera priva di una chiave politica ma semplicemente “corporativa”, il che non li rende affatto più accettabili dal potere costituito, come alcuni commentatori, vedo, si illudono. Siamo di fronte a un’offensiva cieca e sprovveduta per ciò che riguarda i “dettagli”  ma lucida e occhiuta quanto agli scopi finali.  Come è evidente che gli estensori del decreto non conoscono la Rete, altrettanto chiaro è che ne intuiscono il potere, che temono l’opinione pubblica e che sono determinati a farla tacere.  E in Italia è più facile riuscirci che in Iran, perchè il nostro paese è, semplicemente, più vecchio.

En kyklo paideia

Posted Giugno 4, 2009 by caracaterina
Categories: ellissi

Ci dev’essere un’orologeria dei ricordi, nel cervello. Un meccanismo ciclico autoprogrammato, un tasto “richiama” e una funzione audiovideo installata nell’ippocampo del cui periodo nulla ci è dato sapere, finché non entra in azione e ci prende di sorpresa. Il tempo presente improvvisamente si moltiplica, mostrando in sezione le spirali sovrapposte della sua struttura a molla, e la rubrica  ”accadde oggi” cessa di essere una curiosità da almanacchi e diventa viva.  Ultimamente mi succede spesso,  a quanto pare, e forse é semplicemente un segnale di vecchiaia:  non siamo fatti per sapere il nostro corpo, e vedersi in funzione rappresenta una sorta di osteoporosi dell’esistenza. Il tessuto si fa lucido e liso, si vede la trama.

Per quarantunanni sono passata e ripassata sulle stesse giornate del calendario senza aver mai più avuto cognizione che quelle lacrime disperate di bambina appartenevano, se non proprio a questo giorno, almeno a questa settimana di giugno. Del mio ‘68 ricordo poco, netta sul calendario spicca solo la mattinata del 21 agosto, con lo sgomento della radio in collegamento coi disperati di Praga. Nulla del Maggio, conosciuto solamente dopo, non so più quando. Nebulosa e ancora dolente l’impressione priva di cronologia dei garrotati baschi di Burgos. In un qualche punto vagante, l’isola di Wight, ma forse più per i successivi Dik Dik  che per qualche telegiornale in bianco e nero. Nulla, di nuovo, di Woodstock. Città del Messico invece, quella sì,  quella degli studenti ammazzati e dell’Oriana Furiosa che inveiva ferita, quella di un pieghevolino a stampa su cui segnavo le medaglie di tutti, gara per gara, da futura inviata speciale.  E poi, mi son sempre ricordata di lui,  ma senza giorni né mesi.

Quell’anno, in estate, sarei andata in vacanza a Valtournanche, nelle “casette” della parrocchia, con un’amica di seconda media ci saremmo raccontate le nostre lacrime per quegli occhi azzurri e quel ciuffo biondo, ci saremmo mostrate il quaderno che entrambe avevamo portato di nascosto con incollate tutte le foto che avevamo cominciato a raccogliere “dopo”.  Qualcuna capiva, finalmente, quel pianto che mia madre mi aveva rinfacciato incredula e  con un’irrisione quasi esasperata: “  Maccosacciài? Perchefaicosì? Mica è morto tuo padre!”  Questo mi aveva detto un giorno ora so ch’era giugno, forse già il 6,  quando il mondo intero, almeno il mio intero mondo, aveva ricevuto la notizia che avevano ucciso sparato anche Robert F. Kennedy.

Son tempi amari questi, per certuni, si sa. Tempi in cui consolarsi guardando lontano. Si sa. Però  questo non so,  perchè proprio ieri e solo ieri ho pensato che era il giorno giusto per vedere il dvd di Bobby, comprato già da tanto alla coop in un acquisto d’impulso.

Salto del vuoto

Posted Giugno 1, 2009 by caracaterina
Categories: sensori

Ma come fa, chi ce la fa, a stare così avvinghiato al proprio vicino steccato, a guardare fuori dalle sbarre senza mettere a fuoco le sbarre, a zappettare il terriccio intorno ai pali senza avvertire il confine, ad aderire alla propria pelle e a starci dentro aprendo e chiudendo i pori come i pesci le branchie, come fa, chi ce la fa, a sentirsi protetto? Impermeabile? A viaggiare dentro la propria capsula pressurizzata, in genere fatta di affetti familiari e avvolgenti, su cui scivola via il cielo, scivolano le nuvole, l’atmosfera, lo spazio, il tempo? E ce la fanno in tanti: 3 su 4, 4 su 5, 5 su 6.

Sarebbe bene che cambiassi template, almeno. Non c’è navicella che tenga, la pressione esterna è troppo forte, lo scudo termico sta per saltare.

Resti

Posted Maggio 13, 2009 by caracaterina
Categories: ellissi, sensori

Non ricordavo che oggi fosse il triste anniversario. Perdo i giorni, le date. L’ho recuperato per irritazione, leggendo via parergon l’editoriale del “manifesto”. Dell’articolo non ho sopportato l’uso e l’abuso del tempo presente, e quello stupore depresso e risentito di chi si sveglia adesso scoprendo che è troppo tardi per andare all’importante appuntamento e, smadonnando in silenzio, dà la colpa a chi in casa non ha puntato la suoneria, non si è dato da fare a chiamarlo e scuoterlo, come se, figlio mio, non ce l’avessi anche tu l’orologio, come se l’impegno non fosse il tuo. 

C’è un’immagine piccina picciò che mi accompagna da allora, è di qualche giorno prima del luttuoso evento, un insulso ricordo, una sensazione marginale e fondamentale insieme, manco fosse il sapore della madeleine.  Sto a scuola nell’area pc della sala insegnanti, siamo in tanti come al solito, anche perchè lì vicino c’è la macchinetta del caffè.  Siamo tutti de sinistra, nella scuola mia strabocchevole maggioranza, almeno allora, adesso non so (eppure siamo più o meno sempre gli stessi, con un piccolo turnover).  La compagna P., sempre in cerca di una stampante per attaccare tazebao come all’università negli anni Settanta, intanto che schiaccia fanatica gli interruttori (sta sempre in campagna risparmio-energia e mai guarda se stai lavorando cecata, nè, d’altra parte, ascolta, e nei collegi docenti, non solo parla parla durante ma, soprattutto, alla fine, nelle varie ed eventuali, insensibile alla fretta – degli altri , quando invece è la sua, ah beh – prende la parola euforica e pensopositiva e per poco non urla “compagni!”), la compagna P., dunque, ride. E ride, con tutto il diaframma e il corpicino che ha, e balla. Ha scoperto via e-mail una nuova barzelletta sul Berlusca e la legge agli astanti. Molti ridono. E ridono. Io prendo il caffè e sto di sbieco. E non ho il coraggio di incazzarmi forte  per quella leggerezza demente, per quella divertita rassegnazione alla sconfitta, per quell’incoscienza farsesca, giusto il rovescio di una tragedia di cui lì sembro la sola Cassandra. Pare, guardandomi intorno, che solo io mi senta a disagio per quell’estensione imitativa delle guzzantate dell’Ottavo nano.  Mi chiedo come gli possa bastare, come possano accontentarsi di oggi-le-comiche. Come sia possibile che non sentano il peso delle botte che stiamo per prendere, la portata, l’ampiezza della prospettiva livida che si profila, come se tutto fosse nell’ancora ordinato sistema delle cose, come se tutto fosse ancora accettabile e non inclinato di un’ottantina di gradi e forse più, come se la sconfitta prevista potesse essere transitoria e il futuro ancora gestibile.  Non me lo sono dimenticato più tutto quel ridere di quei giorni di maggio. Più, più, nè a luglio nè a settembre di quell’anno.  Più, per tutti questi otto anni di piano inclinato a rotta di collo.  E dio sa come vorrei dimenticarlo.

Non so ovviamente se, a prenderla allora ancora  e di nuovo un po’ sul serio, sarebbe poi cambiato qualcosa. Direi di no, ovviamente, e poi che c’entra. Erano ormai almeno vent’anni che si scivolava così, di soppiatto. E anche da prima, in fondo, se ci rileggiamo. Ma forse, adesso,  mi sentirei meno ridicola e rabbiosa. Quella cecità ridanciana mi duole come una vecchia cicatrice, più di ogni altro errore commesso. Ancora adesso la attribuisco, quella leggerezza, e quel conseguente moscio risentimento dell’oggi, all’incapacità di essere davvero consapevoli della sofferenza della perdita. Intendo proprio una sofferenza personale. Individuale persino.  Cosa avremmo perduto, e cosa abbiamo perso di fatto, in fondo?  Cosa ci hanno tolto, di personale, questi otto anni? C’è forse qualcuno che, in questa generazione di sinistrorsi acculturati, figli di due boom, demografico ed economico, non ha più trovato una sua personale via di fuga?  Basta che resti il lavoro fino alla pensione, che restino vacanze e cene con gli amici, che restino licei e università per i figli, che restino pc e cellulare, che resti un’auto possibilmente euro4, che resti un appartamento in città con qualche mobile della nonna insieme alla scaffalatura ikea, che restino i libri, le prime visioni e e qualche mostra importante,  che resti quel poco o tanto di eredità familiare, che resti una seconda casetta, che resti una barchetta anche se non oceanica e con un motore da quaranta cv, che resti l’iscrizione alla palestra e il corso in piscina, che resti la buona falsa coscienza, che resti il conto corrente intestato a Emergency e il 5 per mille a qualche ottima onlus, che resti la bicicletta e la salute.

The grey man dances

Posted Maggio 8, 2009 by caracaterina
Categories: tangenti

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No, è che ieri sera ho visto Ghedini …

Sulla notizia

Posted Maggio 3, 2009 by caracaterina
Categories: diagonali

Questa storia è irresistibile davvero. Mi chiedo come mai gli americani non siano ancora riusciti a farci un film (degli italiani, posto che sapessero  scrivere una sceneggiatura decente, dove troverebbero i finanziamenti? e, se li trovassero, chi mai glielo distribuirebbe oggidì? aspettiamo almeno un cinquantina d’anni, poi, magari, chi ci sarà, vedrà).

Forse anche gli americani aspettano di vedere come va a finire. Come tutti. Leggo in giro nella rete, evitando il più possibile i muri dei cessi: A) la fazione dei chissene, 1 – c’è “benaltro” da pensare  2 – son tutti straricchi e marci, non mi riguardano; B) vivaveronica vivaveronica vivaveronica!; C) disincanto e letture “intelligenti” del caso.

Mi piazzo disinvoltamente e senza riscontro nella fazione C), altra faccenda irresistibile per me.  E confesso che di Ida Walser e Benitino ho saputo solo dall’articolo di Sofri l’altro ieri. E sì che insegno pure storia. E che mi picco di essere informata. Tsè. Ma ero del tutto all’oscuro di questa roba qua.

E, da quando ho saputo, mi sento preoccupata pure per la signora Bartolini e non riesco a non pensare che viviamo in quella stessa temperie anni ‘20-’30 e che, a dispetto di tutte le discontinuità, delle trasformazioni epocali, degli entusiasmi nuovi ad ogni generazione ragazzina, la radice del nostro danno sta sprofondata, come una faglia sismica su cui non si sa nemmeno più di abitare, dentro al cuore nero del XX secolo. Anzi, probabilmente ancora più sotto. La storia ha davvero lunghe durate.

E perciò questa faccenda evenemenziale non mi piace.  E mi fa paura la reazione forcarola del popolino, mi fanno paura le minacce sconce ed esplicite su certi giornali, mi fa paura l’aria di linciaggio che le cagnette di Sant’Ilario sono davvero innocue beghine, al confronto. Non è una faccenda di famiglia, è uno spaventoso quadro sociale.

Non mi stupirei per nulla se, fra qualche tempo, leggessimo in cronaca la notizia di un terribile e fortuito incidente stradale in una galleria di Parigi.

Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie

Posted Aprile 23, 2009 by caracaterina
Categories: sensori

Per noi il momento del lavoro non é staccato dalla vita quotidiana, ma si armonizza con essa: dentro i cancelli del porto il socio si porta appresso tutta la sua complessità di persona, la sua famiglia, il suo quartiere, i suoi amici, il suo modo di parlare. La stiva ti sporca e ti sveste, ma, anche quando sei lì dentro, non sei altro che te stesso, riesci ad essere un po’ di quello che eri prima di entrarci e di quello che sarai dopo, quando lasci il lavoro. In porto fai la stessa cosa di sempre, stai con gli amici, con la gente che comunque avresti frequentato, non devi lasciare fuori le tue idee, la tua autonomia, la tua libertà. Pur nel rispetto di una gerarchia operativa non diventi mai come “Fracchia”, parli il tuo dialetto, ti porti dietro il tuo quartiere, discuti di ciò che avviene. Quando esci, il tuo lavoro esce con te, viene nella tua vita, nella tua casa e ripeti il percorso inverso.

Ti accorgi ben presto che non é l’individuo che trasforma l’ambiente, é l’ambiente del porto che trasforma le persone, le plasma, dà loro un’identità collettiva, che esse difenderanno comunque, contro ogni ostacolo. E’ come una batteria , che si alimenta alimentando. Questo processo io non so come avvenga, so che si fa da solo, come il pane in casa, ed é la Compagnia il lievito di questo pane, la scuola di tutti, che insegna a lavorare, ma ti dice anche per chi e per cosa lavori, e che trasforma il singolo lavoratore in un uomo diverso, che risponde all’insieme oltre che a se stesso.

Paride Batini

Letto e trascritto alle 19:00 circa del 23 aprile 2009, dal cartellone che campeggia alla Sala Chiamata del Porto, sopra la bara.

batini

Scherzano ange e pessima, chiamandoci reduci, scherza pure mauro, muovendosi sorridendo con la sua nostalgia in una notte dove io, invece mi sento a disagio. Giorni fa ho scoperto di me una cosa semplice, evidente: che vivo nel lutto. Non è morto solo mio padre, prima di lui è morto un mondo e io, in fondo, non me n’ero accorta. Come ho fatto a tenermelo nascosto, davvero non lo so. Di certe cose tremende non prendi atto subito, nonostante l’evidenza. Ne rifiuti il peso, la portata, le reali e concrete conseguenze, rifiuti il vuoto e il cambiamento che riempi di sciocchi appigli, e di affanno. Scambi scena e platea, non sai da che parte stai guardando e la recita dov’é. Ti scopri un giorno, al sole, a fumare davanti alla porta degli uffici CGIL, in attesa del tuo turno per compilare documenti definitivi e guardi. Alle spalle la palazzina e, davanti, il vuoto della dismissione. Il vuoto dei gasometri giganti scomparsi, inabissati come i dinosauri, le macerie quasi del tutto spianate, lo spazio del futuro ancora ingombro di residui avvelenati, i dubbi sulla bonifica. L’orizzonte del vuoto è lontano ma visibilmente segnato, seppur da significanti caduchi. Perché, che vuoi che sia quella riga impilata di cassoni sempre in transito, sempre gli stessi e sempre diversi, che vuoi che sia quell’agglomerato di calcestruzzo cartongesso e tubi modulari, così simile a un castello di carte e destinato allo stesso scopo. Passa-tempo.

Lo stabilimento, invece. Già dal nome. Lo stabilimento.

Lo stabilimento non c’è più. Come non c’è più mio padre. Questo ho pensato, quel pomeriggio, al sole e, alle spalle, la porta. Ma mi sembrava teatro, il mio teatrino personale, autofiction all’ultima moda. In effetti lo era. Ho avuto bisogno di ancora altro tempo. E di fatti. Accaduti ad altri. Ad altre, soprattutto. E poi, ancora, di questa ritirata rovinosa di un universo che non è più né rosso né rosa, di questa Caporetto delle idee e della dignità. Perchè, sì, va bene, le rane nel beo, e le rose e il gelsomino arrampicati sul recinto, e va bene il ramo carico dell’albicocco nuovo, e questa continuità, e questo sguardo vertiginoso sui tempi della natura e poi lo sguardo ravvicinato sul sorriso del momento, va bene ogni schermo, ogni filo d’erba, ogni venatura di tronco che, dice, vale quanto la foresta, va bene ogni proiezione, in avanti, in dietro, in nessun dove che non sia il sogno.

Ma un crollo è un crollo, e la perdita è una perdita. Per sempre. Non esiste ri-costruzione se non nella menzogna, anche utile, perché no.

L’uomo che un giorno ha detto quelle parole è morto di notte, la notte scorsa. Qui è come se fosse morto di nuovo Berlinguer. A una televisione di qua Burlando, l’ingegnere, ha appena finito di raccontare nel suo bofonchio così adeguato ai tempi, così moderno, così sornionamente moscio. Eppure, neppure questo narrare tristanzuolo é riuscito a estirpare la forza di quel discorso. Ed ecco che arriva: l’aneddoto, piuttosto noto in città, dello scopone scientifico, che Batini giocava da sempre nei suoi posti più vicini, i localacci portuali che qui si allungano dai moli fino in cima alle valli (perchè il camallo, come ogni ligure è un uomo di dislivelli, di curve isometriche misurate col batimetro in equilibrio sul lavoro delle anche). Una partita recente, una sfida a lungo lanciata e finalmente accettata. Lo sfidante è un noto armatore, il luogo, il retro del ristorante del centro dove ogni lunedì si incontra l’élite della città, la posta è la cena. Riti antichi di costoso understatement. Il racconto è mezzo in dialetto perché questa è la lingua in cui si intende ancora il potere repubblicano di questa città, ancora per qualche anno, almeno. Batini vince, l’andata e il ritorno, si alza e va alla cassa. Ritorna al tavolo. L’armatore gli chiede che ha fatto e lo rimprovera di non essere stato ai patti. Il console risponde che sì, lo sa bene, ma che lui ha pagato comunque per sè e il suo socio, che l’armatore pensi tranquillo alla parte sua. Perchè? Visto come giocavate, risponde, mi sarebbe sembrato di rubarvi i soldi.

La CULMV è, qui, da noi, il modello della cultura operaia. Chi, degli operai, ha visto solo il mare di tute scure, o le facce ingrugnite o incazzate o lo sventolare sanguinoso delle bandiere rosse o l’assordante rumore delle latte battute in corteo o i pugni alzati come magli d’esercito o il buio e il fuoco delle lamiere o il fumo velenoso dell’aria abbrunita a morte, pensa forse che un’aura morta è finita e che adesso si può respirare. Respirare: la superficie delle foglie, le bolle a filo d’acqua, lo sguardo al cielo.

Io vedo i chilometriquadri di vuoto, i detriti raspati e lasciati, la bonifica lenta e l’ombra del turbinio dei progetti da miliardari. Aspetto. Alle spalle ho la porta e il deserto davanti.

Giorni e nuvole, il dvd, una settimana fa, circa. Contenuti speciali. Questioni di scuola e di progetto, dovevo guardare. Per motivi inerenti la produzione, Soldini ha girato un piccolo documentario, Un piede in terra l’altro in mare. Niente di che, ordinaria amministrazione. Sei lavori di Liguria, con interviste ad andamento alternato. Vedetevele, però. Fiori olive vigne pesci. I primi tre recuperano spazi marginali e c’è chi ci spera, in certi ritorni. Mano a mano che dalla periferia della regione ci avviciniamo al centro, sembra di entrare in un abbagliante buco nero. Vecchio e rugoso il pescatore, vecchio e nostalgico l’antico capitano di mare. Arrivi in città, poi. Ed è col camallo e con l’ex operaio dell’ex Italsider che capisci che cosa hai perduto. Cos’era la cultura operaia. Ora uno pensa che la Compagnia, l’Unica, esiste ancora. Ma il Console è morto ed è ora di attraversarlo, davvero, l’ingombro deserto del lutto.

La ricostruzione (Più grande e più bella che pria 2)

Posted Aprile 16, 2009 by caracaterina
Categories: ellissi

Mussolini procede alla fascistizzazione integrale attraverso una operazione graduata nel tempo, a volte drastica a volte duttile, a seconda delle situazioni e delle convenienze. La principale linea di fondo dell’operazione – non eliminare ma fascistizzare i maggiori quotidiani d’informazione di matrice liberale che non si erano ancora allineati al fascismo – si era già intravista quando Mussolini non era ancora padrone incontrastato del campo.  E trova conferme nelle vicende del “Corriere della Sera” e della “Stampa” che Luigi Albertini e Alfredo Frassati avevano portato a fama europea. [...]

Che il capo del fascismo voglia servirsi dei quotidiani più influenti e non chiuderli o stravolgerne totalmente l’assetto editoriale lo dimostrano le vane richieste di sopprimere il “Corriere della Sera” e la “Stampa” avanzate dai fogli fascistissimi. E’ Farinacci a guidare, nella seconda metà del 1925, questa campagna.

Le minacce, i sequestri e la diffida del gerente responsabile del “Corriere della Sera”,  Alberto Albertini (2 luglio 1925), spingono i fratelli Crespi, che detengono la maggioranza della società editrice e che hanno già accettato il fascismo, a sbarazzarsi dei fratelli Albertini. Approfittando di un cavillo legale, i Crespi sciolgono l’accordo societario che li lega agli Albertini e li estromettono.

Il 28 novembre 1925 esce il Commiato di Luigi Albertini nel quale il più famoso giornalista dell’età liberale spiega l’impossibilità di resistere all’azione dei Crespi legata a una precisa volontà di Mussolini. I fogli fascisti esultano, quelli di opposizione non possono che limitarsi a scarse notizie. Il “Times” dedica a questo fatto emblematico un editoriale intitolato A Great Newspaper.

Anche l’opposizione della “Stampa” viene definitivamente spenta nello stesso periodo. Con un pretesto, il 29 settembre, il prefetto di Torino aveva sospeso le pubblicazioni del quotidiano di Frassati. Quando, in seguito a un equivoco compromesso, “La Stampa” torna in edicola il 3 novembre, Frassati annuncia il proprio ritiro dalla direzione del giornale che, d’altra parte, appare ormai irriconoscibile. [...]

Ottenuta obbedienza , quello che interessa a Mussolini è sfruttare nel modo più vantaggioso il peso e il ruolo delle vecchie testate, prima di tutto evitando di comprometterne, con una fascistizzazione drastica, la penetrazione e il prestigio. Da abile e appassionato giornalista, Mussolini queste cose le sa e conosce la loro importanza. Certi “riguardi” usati verso il “Corriere della Sera” dopo l’uscita degli Albertini, sono dettati dalla notorietà di cui gode all’estero il quotidiano milanese. Tanto più che [...] una certa gradualità nella fascistizzazione integrale, il temporaneo adeguarsi a determinate situazioni, l’accettare o il promuovere piccoli compromessi provvisori nella nomina di questo o quel direttore o nell’epurazione dei giornalisti contrari al regime, non incrinano il sostanziale allineamento di tutti i giornali al volere del duce.

All’inizio, quindi, l’allineamento non appare compatto e all’unisono nel linguaggio e nel tono: ci sono quotidiani che fin dalla marcia su Roma “avevano sperimentato il frasario e la retorica del futuro ventennio” e, per contrapposto, ci sono quotidiani che, lì per lì, non fanno altro che accentuare il grigiore formale delle loro pagine. Ma l’allineamento diventa sempre più concreto nei contenuti. Dalla politica all’economia alla “cronaca nera” [...] si nota nei giornali una crescente rispondenza al richiamo alla “responsabilità”.

P. MURIALDI, La stampa del regime fascista

Laterza, Roma-Bari 1986, pp. 1-5 (passim)