Corpi di sinistra

Posted gennaio 28, 2010 by caracaterina
Categories: ellissi

Più che mediatico direi che Vendola è carismatico. Il carisma essendo quella cosa per cui chi ce l’ha viene investito dalla nuvola delle aspettative e delle aspirazioni altrui, Vendola, nella sua passione, è un catalizzatore di passioni. E di proiezioni. Finalmente! Io, per esempio, ci vedo quello che alla sinistra manca dai tempi di Enrico Berlinguer. I due non potrebbero essere, naturalmente, più differenti ma entrambi hanno la capacità di incarnare, proprio nel loro corpo (il carisma è del corpo e di ciò che del corpo gli altri vedono) il bisogno di senso e di direzione che agita le anime. Le vite.

Non sono affatto d’accordo con colui che, leggevo, per il suo essere vincente lo assimila a Berlusconi (e devo dire che non ho mica capito se gli faceva un complimento o no, la prima ipotesi mi sembra demenziale ma tanto di quanto vedo e leggo mi appare così spesso tale che il dubbio resta) se non in quanto tutti i carismatici si assomigliano, per forza, secondo quanto ho scritto su. Ma il corpo di Nichi non catalizza, è ovvio, gli stessi sogni e bisogni di quelli evocati dal cellophanato nazionale di cui è l’esatto, puntuale, rovescio. (Chi ne è invece l’omologo simmetrico è Di Pietro, l’antiBerlusca, laddove Vendola è precisamente, pixel carnale per pixel carnale, il nonBerlusca).

Le rughe, ad esempio. Anche quelle, pur nella faccia tonda, mi ricordano Enrico nella sua faccia lunga. Il grigio dei capelli. Quel difetto di pronuncia. Piccoli fondamentali elementi di autenticità. Un accendersi del motore caldo dalla quiete silenziosa. Pur nel discorso fluente, un senso di sforzo, di fatica, di ricerca, di timidezza che non deve sbagliare, anche se capiterà. La serietà dell’espressione, che non viene mai meno neppure nei momenti di grandi sorrisi e di contentezza e di abbracci. La determinazione del tono, che pare nascere da fonti interiori situate ugualmente nel diaframma e nel cervello. Lo stare perfettamente nel proprio tempo evocando insieme la ricchezza di esperienza passata e la speranza nel dopo. La capacità di strappare per ricucire in modo completamente differente. La pacatezza che spegne ogni veleno di risentimento e stridore di denti. La parola, che esce densa di umori, concentrata e riconoscibile, evocatrice di un Reale insieme immediato e ulteriore. Il senso del conflitto dentro alla padronanza Zen di un tiro con l’arco.

Ogni caratteristica del suo stare nel corpo è segno di un qualche valore de sinistra, nonché dello stadio di trasformazione a cui è arrivata la gente che si sente de sinistra. Compresa, ovviamente, la sua omosessualità, sussunta, più che riassunta, dal suo corpo. E così, con la sensazione di essere dentro un sogno che si invera in ogni momento mostrando la trama del futuro, chi ci vede la concretezza, chi ci vede la padronanza della moderna mediaticità, chi il riscatto del sud, chi la forza del prossimo Re Davide, chi il nazareno che scaccia i mercanti dal tempio, chi l’Obama de noantri, chi l’Enrico dei tempi nostri, navigatore senza barca a vela.

Ma. C’è un ma.

Cerco su google immagini di Enrico Berlinguer e di Nichi Vendola. Ce ne sono più di 38 mila per ciascuno, e più di Vendola che di Berlinguer. Ovvio. Cerco foto, non video, che la mia connessione a manovella non regge. Scopro che Nichi è sempre serissimo oppure in posa oppure sulle difensive. Che ha una sicurezza reattiva. Che la battaglia è lunga e che non è (ancora?) tempo di volare.

Certe notti

Posted gennaio 28, 2010 by caracaterina
Categories: sensori

L’altra notte – ma nel sogno mi sembra che fosse giorno – mi sono trovata a uscire da una porta per andare dove dovevo andare che non so dove, semplicemente avanti, credo. C’era però la sorpresa di dover attraversare dell’acqua, e pure scura e un poco densa, alta più o meno fino al petto. L’acqua stava davanti alla porta ma stava ferma lì. Voglio dire: non è che uno apre la porta e viene investito da una cascata. Era come se l’acqua si trovasse in un contenitore, un canale d’acqua, che però non c’era. Ero con qualcuno, un uomo, forse mio marito. Lievemente perplessi. Poi io mi risolvo e passo. Sento l’attrito contro il corpo, come, appunto, quando si entra in mare oppure si fa acquagym ma non è che ho il costume, sono invece tutta vestita con piumino e pantaloni. E’  una situazione esterna anche se non mi sto proprio avviando a una strada, fuori dalla porta non c’è una via, piuttosto un corridoio, forse. Attraverso, l’acqua arriva alle spalle, due-tre passi e sono dall’altra parte, una volta fuori mi accorgo che, in fondo, non sono neanche poi bagnata, tocco il piumino, solo vagamente umido, un po’ qui e un po’ là.

La notte successiva, invece, sto davanti all’ascensore della casa di mia madre, a piano terra, ma mi rendo conto che, quando si aprono le porte, non riesco a entrare perchè la carrozzella da invalido su cui sono seduta paralitica non entra. Mi innervosisco e mi esaspero pure, perchè non so come fare per salire sei piani e guardo incazzata la rampa di scala davanti a cui mi sono portata ruotando la mia carrozzella. E adesso come farò? Penso che devo andare a citofonare a mia madre fuori da l portone per spiegarle che non so come salire ma immediatamente mi rendo conto che il progetto è impossibile perchè per uscire fuori devo scendere gli scalini dell’androne e da handiccapata non posso. Occazzo!   Ma come avrò fatto, allora, a salire fin lì se sono ormai in questo stato?

Mi sveglio, ma non trovo risposta.

La notte successiva, quella scorsa, non riuscivo ad addormentarmi per il batticuore e le punture di spillo. Perciò ho dormito pochissimo e  anche adesso, porcaccia, è passata la mezzanotte e, insonne, sono già a domani.

Dei mezzi e dei modi

Posted gennaio 8, 2010 by caracaterina
Categories: ellissi

Fra i commenti pubblicati dall’Unità sui fatti di Rosarno trovo:

la gente della piana e stufa…per tanti anni queste persone anno mangiato nello stesso piatto dei calabresi…..il problema sorge quando qualke ragazzino di pessima educazione spara con una pistola …fatto gravissimo.

e mi viene subito in mente che,  a Venezia,  il problema sorge quando qualke ragazzino di pessima educazione brucia un clochard con un accendino.

Ipotizzando nei due casi una matrice simile di ignoranza razzismo ecc. ecc. , di cui non voglio parlare adesso, mi lascio colpire dalla differenza più evidente  nella narrazione dei due casi così come l’ho letta, quella data dai bersagli e dagli strumenti. E non è una differenza da poco, anzi è sostanziale per misurare l’ampiezza della tragedia sociale ed economica della Calabria. 

Un accendino. Una pistola. Mi  risulta insieme spaventoso e deprimente il riduttivismo del commentatore, il suo sguardo normalizzante, la rassegnazione a derubricare a maleducazione il possesso criminale di un’arma, e nelle mani di un ragazzino, poi.  Probabilmente, agli occhi di chi ha scritto, è proprio il fatto che sia un pischello ad azionare l’arma ciò che sminuisce  la portata del gesto, ne attenua la valenza di reato fino ad annullarla a gestaccio di malacreanza. Un riduttivismo critico che vediamo normalmente all’opera nelle reazioni pompieristiche davanti alle urla da stadio delle tifoserie e, ancora peggio, davanti alle devastazioni dei treni da parte degli ultras ecc ecc. 

Immagino che ci siano ancora dei meridionali che, sotto sotto, o anche sopra sopra, provino un qual certo senso di orgoglio per questa capacità di normalizzare il crimine, come se l’abitudine rassegnata alle varie gradazioni di prepotenza fino a quella estrema dei morti ammazzati per strada avesse alzato la soglia di resistenza e avesse temprato presso alcune fette della società civile meridionale un gruppo di supereroi, di duri e perciò puri. Di forti e perciò selettivamente adatti. Mica è da tutti, in effetti. Mica è come da voi, al nord, che i morti per strada li vedete al massimo per gli incidenti d’auto e già v’impressionano. All’orgoglio della resistenza si accompagna spesso, soprattutto nell’immaginario mitico relativo alla Calabria, quello della selvatichezza, la romantica ipervalutazione (compensativa) della visuale magica e primitiva, anzi primigenia, che ben rinvigorisce l’idea  di forza d’animo e di corpo di cui godrebbe chi è – e mi sembra di parlare non dal 21° ma dal 18° secolo – roussovianamente più vicino alla natura.  Mi immagino questi retropensieri, o forse meglio, queste retroemozioni, perchè credo che io le avrei e perchè mi è capitato di trovarle esposte in diverse scritture in rete, alcune anche molto brillanti e di websuccesso.

Le considero viceversa una postura inadeguata, frutto di una mitriditizzazione, non manifestazione di forza ma di impotenza piccolo-borghese (avrà ancora un senso scrivere piccolo-borghese?) nei confronti della democrazia. Ma, d’altronde, come non compensare, per uno spirito democratico, una frustrazione sentita come impossibile da superare?

Un clochard. Dei negri schiavizzati. La debolezza, naturalmente, il sadismo, naturalmente. La forza prevaricante che dà la felicità. (C’è un Settecento che non passa, evidentemente, come si vede anche dall’altro post). (C’è un Settecento che non passa anche nei luoghi, emblematici, di una Venezia che s’inabissa in maschera e di un Regno delle Due Sicilie che si riforma dall’alto e nell’orrore violento dei baroni). (C’è un’Italia che non c’è, per cui Jacopo Ortis deve ancora morire e che Vincenzo Cuoco deve ancora analizzare).  Ma, soprattutto, c’è quanto si annoda intorno all’idea di lavoro.

Un clochard nel Veneto è cartaccia sporca dentro un cartone buttato, è lo scarto del retro-officina. La “maleducazione” dei ragazzi, l’adolescenziale insolenza nei confronti delle regole, il desiderio di mettere e mettersi alla prova non li ha portati alla differenziata ma, direttamente all’inceneritore-fai-da-te, al cassonetto bruciato per strada nelle domeniche da stadio, nel tempo vuoto senza-lavoro in cui si fanno le cose che non contano, che non producono, il diletto, il gioco. Mica si scherza con un artigiano. Mica si va a dileggiare un commerciante. Mica sono monelli alla Gavroche che si fanno un vanto di spaventare i borghesi. E’ un tempo da poco, ci si aggiusta con niente.  Un clochard è niente. Nella triade vivi-produci-crepa mancano i primi due termini, dunque che crepi. Se non produce utile, che almeno produca l’inutile, quel surplus di divertimento che ti dà l’illusione del piacere. Un accendino è un oggetto da poco, da niente. E l’unica cosa a cui serve è accendere l’illusione del piacere sfumato di una paglia.

Il clochard può essere incenerito con niente perchè non ha un lavoro.

Il negro può essere colpito  perchè lavora, invece. Ma non è invidia, quella, non è guerra fra poveri per un tozzo di pane, è disprezzo.  I negri, il lavoro non ce lo portano via: ce lo devono, stante il loro status di bisogno e di inferiorità.  Il lavoro è schiavitù, è maledizione, è l’orrore della fatica, è  il segno della sconfitta degli Iloti, è il calcio nei fianchi e lo sparo in testa da parte dei Conquistadores, è l’oro colato in gola agli omuncoli, insieme alla spremuta di quel rosso pomodoro, è il contratto di asiento che ci rende  quell’oro  restituito dieci volte e speso, sputtanato, sprecato, alla Borsa di Anversa ai margini dell’impero. In cambio di moda, di arte e di status symbol. In cambio di una teatralizzazione della vita in cui ciò che conta è apparire.  In tivù, naturalmente. Il lavoro è roba da negri, mica da hidalgos. Da hidalgos è il denaro, piuttosto, e, visto che il mondo è moderno e cambiato, la vita prima di tutto ha il suo valore. Economico. Tanto più alto quanto meno lavori, quanto meno produci. Ti basta scambiare, commerciare, e liberamente speculare sui feticci. E sui simboli di status da mostrare.  Aggiorna il tuo status, dài.

Parliamo un po’ di libri, va’

Posted gennaio 8, 2010 by caracaterina
Categories: diagonali

Massì, facciamoci una cultura, consoliamoci con il sapere e rotoliamoci nell’illuminismo che fa uscire l’uomo dalla minorità.

Antonio Genovesi, l’avete presente? anche lui, che poteva fare di più per la causa se ogni vivente è figlio del suo tempo? E il suo tempo richiedeva la battaglia della ragione, la ragion economica, l’utile e la felicità. A questo scopo niente di meglio della libertà di commercio, come ci mostra la situazione inglese. Ed ecco che il Genovesi, certo di operare per il bene comune, traduce un oggi introvabile trattato commerciale di John Cary, pubblicandolo nel 1757:

“La cera e l’avorio ci forniscono la materia di più estrazioni, tanto più preziose, che non si oppongono in alcun modo allo spaccio delle produzioni naturali dell’Inghilterra. Riguardo all’oro, è vano distendermi sull’utilità della sua importazione.

Ma per grande che sia il guadagno, che queste tre specie di derrate apportano agl’ Inglesi, il vantaggio ch’eglino ne ricavano, non si accosta neppure, a quello che loro recano i Negri, i quali prendono su il fiume Gambia, nella costa dell’Oro, ed in altre Scale, ove trafficano. Il numero di questi Schiavi che trasportano nell’America, sì per le colonie inglesi e Francesi, come per servizio degli Spagnuoli, si suppone che ordinariamente monti, quando il Commercio non è interrotto, a trenta o quaranta, ed anche cinquantamila per anno. Il Commercio della sola Città di Liverpool nella costa della Guinea è stato stimato l’anno ultimo di 25000 Negri …

Un Negro detto pezzo d’India si vende ordinariamente nell’Isole Inglesi, venti, venticinque e trenta lire sterline, vale a dire 460, 575 e 690 lire tornesi. Non sono costati ad essi per lungo tempo nell’Africa più di trenta fino a cinquanta scellini, che contando in lire tornesi, fanno circa 34 lire e 10 soldi fino a 57 lire e 10 soldi. Questo però deve intendersi della valutazione delle mercanzie date in cambio per un Negro, sul piede della prima compra fatta in Europa. A’  nostri dì i Negri si comprano a più caro prezzo. Il loro prezzo ordinario si è di dugento lire tornesi, e qualche volta dugento cinquanta. Malgrado quest’augumentazione, paragonandosi la somma della vendita e della compra, si vedrà che vi resta molto guadagno, anche con tener conto delle mortalità, le quali avvengano fra i Negri nel trasporto …”

Scompigli

Posted gennaio 6, 2010 by caracaterina
Categories: sensori

Avremmo voglia di un animaletto. Adesso siamo arrivati a mettere da parte le briciole della tovaglia per gli uccellini che, con questi freddi, ci capitano sempre più spesso a zampettare sulla terrazza.  Oggi è arrivato anche un passero che però a me non sembrava un passero perchè era molto più carino e cicciottello di quelli che si vedono nei giardini spelacchiati della città.  E ormai tutti i giorni vediamo pettirossi: imprendibili, veloci e, insieme, tranquilli e confidenti. Forse è uno solo, forse una coppia, non so, non conosco nulla delle abitudini di nessun uccello. Ma pettirossi come quest’anno mai, ovunque vada. E mi fanno inspiegabilmente felice. Scuotiamo la tovaglia sulla terrazza per loro.

Abbiamo in zona anche parecchi mici. Alcuni hanno il pelo molto lungo, da incroci persiani. C’è il rossino, che spesso dorme sulla sella dello scooter e che poco tempo fa era innamorato di una grigina dagli occhi verdi, folta e morbida come lui; c’è il nerino, arruffato e sempre in fuga; c’è un altro grigino a pelo raso, che l’altro ieri si è fidato fino alla soglia della porta finestra ed è pure tornato, con enorme circospezione, dopo la fuga appena mi sono mossa, a mangiucchiare quei miseri resti di prosciutto che ero riuscita a racimolare. Si dividono il territorio di questo piccolo ambiente con altri due o tre, hanno il loro quartier generale da un paio di vicine gattare dalle quali, forse, entrano anche in casa quando piove ma a me, a noi, non danno nessuna confidenza: a volte si mostrano semplicemente seccati per la nostra presenza in giardino, e si allontanano con una certa solennità offesa, altre decisamente spaventati, quando cerchiamo di metter in scena disperati tentativi di seduzione.

Finiremo per portarci un gattino a casa, lo so, anche se, per ora, non ci stiamo mettendo nessun impegno e aspettiamo. Ma la nostalgia per Musetta comincia a farsi sentire.

Un cane. Ci piacerebbe, sì. Siamo pure andati a far visita al canile qui sopra, un pomeriggio di sole grande che illuminava la strada nuova in costa. E’ un canile moderno, con spazi grandi per povere bestie traumatizzate. Sono quasi tutti animali di grossa taglia, di specie “cattive”, abbandonate da gentaglia stolta. Non credo che verranno mai più adottati e il massimo a cui possono aspirare sono le passeggiate nel bosco con i volontari  che si avvicendano coi loro guantoni e i loro pantalonacci. Al solito, la maggior parte sono donne.

Un cane, un cane … No, un cane no: porta scompiglio.

Vie di comunicazione sadica di massa

Posted dicembre 30, 2009 by caracaterina
Categories: diagonali

Giulio Mozzi invita a leggere questa notizia.

vibrisse.wordpress.com
Ah, questi, con questi non ci puoi fare nulla altrimenti succede un casino! Questi hanno sempre ragione, questi non li puoi toccare.
 
2 ore fa · Commenta · · Mostra commenti (19)Nascondi commenti (19) · Condividi
 
A 3 persone piace questo elemento.
Matteo Bellesi
una curiosità giulio ma il mio romanzo ti ha fatto proprio schifo o c’era almeno qualcosa da salvare se l’hai letto.era una curiosità!a lavoro!
2 ore fa
Rosa Maria Puglisi
Perché l’autore, invece di scrivere una lettera a Repubblica e questionare con la “ragazza” (chiamarla donna, no?), non si è alzato, prendendo cinquanta euro dal portafogli, e non ha pagato lui la differenza tra biglietto normale e biglietto on board? E, soprattutto, perché nessuno si è posto l’interrogativo su cosa ci facesse un focomelico con evidenti problemi mentali (conosco due giovani focomelici e sono entrambi dei piacevoli conversatori, non ripetono solo “handicap handicap”) in viaggio da solo? Se si fosse allontanato dalla famiglia o da un istituto? Perché lo scrittore non ha rivolto la parola al disabile per chiedergli da dove provenisse, dove stesse andando e perché? Si sente solo il vocione dell’autore, non quella del disabile. Scrivere a Repubblica, di questi tempi, sembra sempre la cosa più sensata da fare. Assumersi le proprie responsabilità, umane e solidali, è più complicato. La banalità del male tocca nell’intimo anche i buoni. Che tristezza. Tutti.
circa un’ora fa
Marco Dessanti
mi ha colpito che nessuno abbia pensato a pagare la multa, chessò una colletta, per far cessare l’umiliazione.
circa un’ora fa
Federica Sgaggio
Ho letto stamattina l’articolo.
C’è qualcosa che non mi torna del tutto.
È vero in molti sensi che «questi» non li puoi toccare; ma io non ho capito se questo ragazzo handicappato aveva problemi di deambulazione tali per cui fare il biglietto gli diventava proibitivo, o se aveva problemi di coordinazione mentale che gli creavano difficoltà nella comprensione dei meccanismi necessari ad acquistare/timbrare/esibire il biglietto.
Perché se queste due cose non c’erano, non mi spiego il motivo per cui a questo ragazzo handicappato dovesse venir consentito viaggiare senza biglietto.
Discuterei piuttosto dell’arroganza del personale del treno, sì, e della polfer.
E del silenzio della gente, che mi terrorizza.
E della stolida «anelasticità», se posso dir così, dei controllori.
Che – ricorderei – usano simili carinerie spesso e volentieri a danno di chiunque, indipendentemente dal numero delle sue dita o dalla lunghezza delle sue braccia.
circa un’ora fa
Federica Sgaggio
Ps. Mi piace molto questa cosa che scrive Francesco Paolo Di Salvia: «Scrivere a Repubblica, di questi tempi, sembra sempre la cosa più sensata da fare».
circa un’ora fa
Appena letto l’articolo stamattina l’ho condiviso qui su fb sopraffatta dall’indignazione. Per un episodio che è venuto alla luce ce ne sono centinaia di altri che restano nascosti, in cui i “testimoni”, che intervengano o meno nell’episodio, non “testimoniano” abbastanza l’inciviltà da repubblica di Weimar in cui siamo precipitati. Fra le varie cose mi colpiscono: il fariseismo di certi commenti (anche qui), l’appellarsi da parte dei ferrovieri al “proprio dovere”, in puro stile nazista, il lagnarsi della mancata elemosina (parlare di dignità e di diritti no, eh?) come se pagata l’ammenda risolto il problema.
circa un’ora fa ·
Federica Sgaggio
Caterina, cara.
Poiché tra gli unici commenti che non s’accodano al coro di «vergogna! Vergogna!» c’è il mio, immagino che il tuo insulto possa essere ritenuto indirizzato anche a me.
Se non è così, ti chiedo scusa.
Ma se invece è così, ti dispiacerebbe tanto dare del fariseo a qualcun altro e non a me?
Sarò suscettibile, ma sai com’è.
circa un’ora fa
Cara Caterina
Mi spiace per la tua suscettibilità, Federica, davvero, ma il “fariseo” era rivolto anche, sebbene non solo, a te. Evidentemente sei in buona fede e non te ne rendi conto ma la tua reazione ha qualcosa di molto simile a quella della controllora che si offende perchè l’autore della cronaca ha stigmatizzato il suo operato. Il tuo commento è diviso in due parti: se la seconda apre a una discussione, per quanto, secondo me, piuttosto riduzionista, la prima (ed è la prima, anche la distribuzione delle parti in un testo ha il suo senso) si avviticchia su una problematica fittizia e non pertinente al fulcro di senso rappresentato da questo episodio. Ovviamente secondo me.
Caterina, mi astengo dal replicare.
Mi spiace per la tua difficoltà di capire, ma non è in mio potere farti capire di più.
circa un’ora fa
Federica Sgaggio
Se puoi astenerti dall’insultare, comunque, Caterina, sarebbe una cosa carinissima.
56 minuti fa
Marco Dessanti
Elemosina, carità, boh.,io preferirei mutalità. Un gesto che, se possibile, si fa subito per aiutare chi è in difficoltà. In quella sutuazione anche pensare ad un articolo potrebbe essere accusato di fariseismo. Ma ognuno reagisce secondo le proprie sensibltà e possibiltà
44 minuti fa
Francesco Paolo Di Salvia
@Federica. Grazie. Anch’io ho pensato “C’è qualcosa che non mi torna del tutto” quando ho letto l’articolo.

@Marco. Io, per carattere, prima cerco di soccorrere il moribondo, poi do la caccia a chi lo ha ridotto in quelle condizioni. Credo di capire che anche per te valga lo stesso. Poi ci sono altre persone chi si rifugiano nell’indignazione morale “a prescindere”. Per loro “azione” è una cattiva parola (o forse troppo politicamente connotata, chissà). Per me valgono quanto quelli che restano in silenzio mentre il moribondo tira le cuoia.

@Caterina. Hai perfettamente ragione. Secondo il tuo punto di vista.
29 minuti fa
Cara Caterina
Non perdere di vista la sostanza dell’episodio sarebbe anche meglio, credo. E la sostanza per me è che questo è un caso di sadismo sociale organizzato e complesso.
La massa di commenti che si è riversata su repubblica in questo articolo si spiega col fatto che CI tocca, tocca l’insieme di relazioni che domina il nostro vivere sociale come un garbuglio che non riusciamo più a districare secondo regole di vita civile condivise. Chi è la vittima? Chi il carnefice? La citazione di Giulio in esergo rende questa ambiguità. Ma troppa ambiguità, troppi distinguo, troppi fili tematici tirati, troppi dubbi ma anche troppe microsoluzioni apparenti (certo, la colletta avrebbe forse aiutato, come l’SMS di 2 euro nelle calamità ma è tutto qui quello che c’è da fare?) fanno perdere la testa e la lucidità. E ci tolgono il senso della dignità. Quel ragazzo senza braccia è stato leso nella sua dignità. E questo a me pare il punto centrale, da cui partire.
27 minuti fa
 ·
Cara Caterina
Quanto a scrivere come atto di fariseismo. Certo, è possibile ma: che deve fare uno scrittore?
Inoltre, a rendere suggestivo il tutto, c’è pure il fatto che Vogelmann è nipote di uno dei salvati dalla lista di Schindler (così ho letto).
18 minuti fa ·

Anch’io vorrei smettermi

Posted dicembre 12, 2009 by caracaterina
Categories: sensori

Non posso negare di essermelo sentito dire, stamattina, con la mia faccia da freddo, con le rughe verticali fra i sopraccigli, coi due panini penzolanti nel sacchetto.

Non ho nemmeno sorriso, dopo, o forse sì, giù dagli angoli della bocca.

Nemmeno in internet, per ora, posso essere ciò che (per ora) sono. Non più, per quello che internet è diventato. E magari, chissà, è meglio così.

“Italy’s ruin”

Posted dicembre 3, 2009 by caracaterina
Categories: diagonali

Tutto si tiene, diceva quello. Che stamattina, senza sonno, mi metta a sfogliare scettica l’ultimo numero di Poesia - lo compro sempre, lo leggo poco, mi annoia per lo più – e che ci trovi, proprio in questo numero da cui meno di niente mi aspettavo, con una foto così in copertina, poi,  un articolo che mi ha fatto di colpo tornare la voglia di scrivere qui.

Che riapra a notte il blog e trovi come ultimo e abbastanza recente commento quello del bimisterioso iceceitle-online su un vecchio post in cui mi avviticchiavo a spirale in digressioni sulla lingua e innalzavo lodi a quella americana.

Che me ne vada poi googolando per sapere qualcosa di tal Nicola Gardini a cui debbo la piacevole sorpresa antelucana di cui sopra e che scopra che se n’è felicemente partito anni fa dall’Italia matrigna.

Che, unendo in fila pezzi di blogghetti e giornaletti vari, abbia messo insieme un argomento di Tipologia B (Ambito Socio- Economico) da far ingurgitare e sputare proprio fra oggi e domani ai donzelletti di quarta su “Andare o restare? Prospettive future di lavoro”.  

Insomma: esce una mi pare assai bella traduzione in inglese per americani dei Songs di Leopardi. E già mi in-canta il titolo. Perchè Canti, è inevitabile, mi sa di stantìo e di ricerca bibliografica e musicologica, di musei e d’archivi, di spiegazioni scolastiche aggrappate con le unghie alle ciglia abbassate o svagate di discenti immusoniti o irridenti. E tu che sali e scendi, col respiro e la forza delle braccia appese, come dicevo, alle unghie, finchè, qualche volta, non arrivi a schiacciare un tasto col naso e scatta la musica. Song. E alla faccia di MTv.  Ah, Italian song /begins, is born, in pain. And yet the pain/ we’re suffering weighs on us and stings/ less than the tedium we’re sinking into.  E Angelo Mai diventa un blues e li scioglie, i ragazzi, li disinibisce per predisporli all’incontro pericoloso e dolente col mondo. Tutta la muffa del classicismo secolare che, pur se distillata in penicillina da Giacomo una medicina rimane, dal sapor di medicina appunto, e a ingurgitarla per le Nozze della sorella Paolina All’Italia ci fa sentire dei parlanti un po’ tanto malati, tutta quanta, tradotta in questo inglese da hobos diventa birra, o vino, anzi, whisky, la roba forte che è, in effetti. Non succede con L’infinito o A se stesso. No. Quelle sono intoccabili e se ne può fare giusto un remake banalotto. Ma  Il passero solitario, ad esempio, vive in inglese una seconda vita, mentre la gioventù del loco (the youg people of the place, lo vedi com’è semplice?) si fa del tutto riconoscibile, sembrano proprio loro, i ragazzi delle scuole, seeing and being seen.

Ma è la rabbia, tutta intera, che questo inglese di spazi larghi ti restituisce, a dispetto di braccia  carche, ambe, di catene e di sparte le chiome e d’ozio turpe e di fausta sorte e ria.

Va bene la luna, va bene la perduta giovinezza e la tomba ignuda, va bene il pessimismo cosmico ma non bisogna arrivare alla Ginestra per trovare lo scontro determinato col secol superbo e sciocco. Perchè fin dall’inizio Leopardi 

“Scrive per l’indignazione. Scrive per non star zitto. Scrive perché non se ne può più. [...] All’espressione del dolore personale – questo si capisce bene leggendo il libro dal primo verso, come si suppone farà il lettore americano – Leopardi si abbandona non per sfogo, ma per raffinamento estremo dell’iniziale bisogno di testimoniare. La sua sofferenza, la sua emarginazione, la sua tristezza diventano prove tangibili e dirette dell’infelicità dei tempi; e – non dimentichiamolo mai – sono la sofferenza, l’emarginazione, la tristezza, di un poeta, cioè di uno che ha cercato e ancora cerca di parlare.

Leopardi si mette a scrivere poesia chiaramente in segno di protesta, in obbedienza a quell’istinto di opposizione che ogni vero scrittore sente e deve sentire. Come diceva Canetti, bisogna essere contro il proprio tempo. E Leopardi lo è. Nell’inglese lo appare anche più evidentemente. Per esempio, quel “procomberò sol io” della prima canzone (v.38), che nelle scuole italiane nessuno prende più sul serio, nemmeno gli insegnanti, si rivela per quel che è: una protesta sincera, disperata, necessaria. Io non ci sto. J’accuse, a costo di rimetterci la pelle. “I’ll fall alone”. Magari servirà. “

Piaceri

Posted ottobre 23, 2009 by caracaterina
Categories: sensori

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Settembre

Posted settembre 10, 2009 by caracaterina
Categories: Uncategorized

Avrei voglia di migrare.

Non sto diventando dannunziana nè si tratta di metaforica transumanza. E’ che per me tutto intero questo mese è il vero Capodanno.

E poi: ho anche voglia di poesia.