[PARTE II] [PARTE I qui]
Demetrio Paolin sarà in questa mia città, a Genova, giovedì mercoledì prossimo, 27 marzo 2 aprile, a presentare il suo saggio alla libreria Finisterre, in Piazza Truogoli di Santa Brigida, alle sei della sera, ovvero alle 18.00, e ci vedremo, naturalmente. Ciascuno dopo la sua giornata, che sarà per entrambi piuttosto intensa, ciascuno arrivato per vie differenti. Parleremo.
E potrei cavarmela così, Demetrio, come si usa. Potrei cavarmela così, aggiungendo al massimo una parola sul chi ci sarà lì con te, con noi, e senza girare troppo intorno neppure al dove. Ma non posso limitarmi a dire che a parlare del tuo libro ci sarà Sabina Rossa e poi piantarla lì. Non con quello che ho scritto di lei allora. Non con quello che è la sua storia. Non con quello che lei è e rappresenta oggi. Non con quello che ci siamo detti io e te prima e durante la tua scrittura e poi.
E il dove. Il dove.
Ricordi, Demetrio? Al telefono ti dissi, guarda una mappa di Genova, guarda in che strada sbuca la scala che sale dai Truogoli, e poi attraversala in due salti, quella strada, e continua a salire, dall’altra parte.
Quando verrai saliremo insieme, e scoveremo la lapide, piccoletta e insignificante, che ricorda l’omicidio di tre uomini, in un meriggio (sì, è la parola giusta, un “meriggio”) di giugno di 32 anni fa. Quei tre uomini erano il giudice Coco, e altre due persone di cui devo, ancora adesso, imparare i nomi a memoria, come è per tutti noi quando parliamo degli uomini della scorta di qualche vittima eccellente delle Brigate Rosse. Perchè io mica me li ricordo i nomi degli “altri”. Neppure i nomi dei cinque uomini della scorta di Moro, mi ricordo, tanto il silenzio ha coperto le vittime, tanto lo strillo narciso della politica sparata ha riempito tutta la memoria di rumore.
[Sul silenzio a scacchiera fra permessi e divieti di cui parli nei primi due capitoli del tuo saggio ho preso qualche appunto, ma il tema è complessissimo e non so se ci uscirà un discorso, non adesso, comunque. E questo è il primo dei molti "non so" che, vedrai campeggiare qui dentro].
Eppure io c’ero, allora. Ma non mi ricordo nulla della diretta di quell’omicidio. Forse in quella giornata, stranamente, non ero a Balbi 4, dove vivevo gran parte del mio tempo, fra poche lezioni e tante parole. Forse stavo a casa, a preparare un esame. Non so, non so. Il fatto è che fra Coco e Mara, il nome che sentii pronunciare con rispetto nei giorni successivi era il secondo. Del primo si parlava con tagli di sprezzo, piuttosto. Ma non direi disumano. Anzi. Ed è stato sempre così, ancora quasi trent’anni dopo, l’ultima volta che sentii un amico parlare di Coco, e di Sossi, ascoltai parole tremende, di odio freddo e insopito. Un antico mese di carcere, una rivolta dei detenuti “comuni” frammisti ai “politici” che davano la linea, sui tetti e sulle sbarre dei muri, una sentenza, a firma di Sossi. E tanto odio, in un racconto che comincia sempre, anche il suo, dell’amico, come quelli che analizzi tu, con il ricordo di una corsa a perdifiato, per le strade di Milano, e finisce coi celerini che lo pigliano a botte a Marassi. Pestato a sangue, capisci? Dalla polizia. Poi uno dice guarda quello, come ancora odia. Poi uno chiede: perchè nei racconti i poliziotti non parlano? Perchè picchiano, dem. E poi stanno zitti. Non lo vedi? Fa ancora molta paura tutto questo, no? A me sì. Tanto da chiudere la bocca.
Anche se non è una giustificazione.
Anche se non si deve. Anche se non si può. Più.
Io quell’amico non lo vedo da un pezzo. Ma non per quei racconti, sai? Ma per come vive il presente, in cui agisce come se guardasse al futuro mentre tutto, tutto in lui, è voltato all’indietro. Con quell’uomo e la sua compagnia ad un certo punto non è stato più possibile condividere niente, neppure una sera in pizzeria. Non è successo tantissimo tempo fa, è accaduto quando abbiamo aperto la nostra casa editrice. E’ stato allora che io mi sono sentita spinta verso il futuro e ho cominciato a vederli divergere sempre di più e più velocemente nella direzione opposta, fosse pure per un discorso sulle vacanze. Abitiamo a cinque curve di distanza, lui fa un lavoro al centro del nostro mondo, e pure bello, e culturale, e “moderno”, apparentemente. Eppure … E’ questa convivenza col passato che non passa a dare malessere, a fare paura. Questi zombies vitalissimi, dell’una e dell’altra parte, questi vampiri sessantenni e di belle sembianze che succhiano la vita del “nuovo che avanza” e che non riesce a nascere. Hai voglia a cercare di liberarsene per correre da soli. E’ questo che mi fa paura. E dà quel malessere che tu dichiari in fondo al tuo saggio, nelle motivazioni che hanno spinto te, che non c’entri e non c’eri, a scriverci, per chiederci conto. Non sono “solo” le nuove brigate rosse, non “solo” D’antona, Biagi, la Lioce, il G8, la Diaz e Bolzaneto. C’è il racconto dei tanti piccoli nosferatu de noantri a stare in circolazione e a presidiare le arterie fino a occluderle, a infartuare. Mai davvero vissuti e mai davvero morti, seguono a schiere senza nome, come fantaccini dell’inferno, come i mostriciattoloni realizzati al computer nel Signore degli anelli, le voci di piccoli Sauron di provincia.
[Curioso, non trovi, come le voci dei cattivi maestri siano partite per lo più dalla provincia? Perchè, dai, non è che Pisa, Padova, Trento siano proprio dei gangli dell'intellighentzia del mondo. Eppure. Ci sarebbe da farla, una geografia del pensiero eversivo italiano. Che dici, dem? Ci pensi tu che già ti sei portato un po' avanti? Sorrido, ma non troppo.]
Il tuo libro, Demetrio, è un’interrogazione importante e scomoda, non tanto o non solo nei confronti, come dici, della letteratura italiana contemporanea, che frantuma, sminuzza, rimpicciolisce, imborghesisce, nasconde, oblitera, quanto nei confronti della memoria di noi tutti. Nei confronti della mia senz’altro. E mi è difficile riuscire a risponderti, dem, nonostante tutto questo cumulo di parole, perchè gli stessi buchi che tu scopri nelle narrazioni pubblicate che tu anatomizzi, li trovo nella mia mente. Le stesse deviazioni, le stesse distorsioni, lo stesso distogliere di sguardi. A mia discolpa potrei dirti che io, personalmente, non ho nulla di rilevante da ricordare. Io c’ero, sì, ma dormivo. E, per una volta, il non-fare-nulla significa non avere commesso nulla. Pfuii, meno male. Però: io sapevo che dietro certe porte di Balbi 4 si preparavano le molotov e si oliavano le P38, anche se quelle porte non le aprii mai. Potevo immaginare chi fosse stato a scrivere sui muri delle aule perennemente occupate, ma non vidi mai scrivere nessuno le cose che tutti ricordano che ci stavano scritte. Però: Enrico Fenzi lo stavo a sentire, e proprio in quanto e perchè non faceva lezione e si trovava nelle assemblee, o nelle aulette dei seminari 3X1 (tre esami in uno, col 30 politico, fra l’altro) : con quel clima e quelle storie non sarei mai andata ad ascoltarlo spiegare Petrarca, no. Se colpa ho, è quella di essere rimasta abbacinata dallo scoppio, intossicata da una nube velenosa che ci copriva con un’impalpabile pioggia acida. Respiravamo quelle polveri sottili e ci sentivamo mutanti all’attacco. Non è abbastanza, questo, perchè possa assumere una postura tragica. Non è abbastanza neppure se metto insieme tutta quanta la mia indifferenza di allora per tutte quante le vittime. A cominciare da quella ritratta nella copertina del tuo libro, che tanto ha a che fare, lei pure, con i morti ammazzati sulla Salita di Santa Brigida, come qui giustamente si spiega.
Di tutti quei morti io ho solo due specie di ricordi: le parole di odio per loro respirate in particole di slogan dentro e fuori dall’università e le immagini sui giornali e alla televisione. Quella della tua copertina è della seconda specie, ed è legata ai giornali, chè ancora la tivvù non era così presente. E poi io ero piccola davvero, un grumo di inconsapevolezza.
Per passare dai Truogoli (così differenti, allora, così corrosi e rugginosi e intopati ma assai più vivi di quel cemento di oggi in cui li hanno annegati) alla Salita, c’è da traversare, breve, via Balbi. Appunto. Ho contato i libri che hai messo in bibliografia fra citati e analizzati nel tuo saggio. Sono 72, una bella cifra, un gran lavoro. Ma manca questo. E manca anche a me, nel senso che lo possiedo da quando è uscito, l’ho iniziato in quell’anno là e l’ho piantato subito, ci ho lasciato il segnalibro, a pag. 42. Tramortita dalla stucchevolezza di un lirismo ammorbante. E dire che lo afferrai sullo scaffale della libreria e lo portai alle casse in un volo, tanta era la voglia di vedermi rimandare una vita che devo ancora ricostruire. Nella terza di copertina ci stanno due piccole foto, due ritratti dei ragazzi di allora, l’autore e il protagonista. Le ho riconosciute entrambe, me le ricordo benissimo, per strada, nei baretti lì intorno, nelle aule delle assemblee. Non gli ho mai parlato, alle persone di quelle facce, o forse sì, è un dettaglio insignificante, come insignificante ero io, studentessa neofita (non “matricola”, neofita, proprio) confusa fra i tanti che si aggiravano lì, senza fare assolutamente nulla. Se non eccitarsi ad un senso di nuovo e di “rivoluzionario”, se non “esserci”. Ascoltavo, molto, mi sentivo ignorante e inadeguata davanti a tanti “politici”, mi documentavo sulle riviste e sui libri che afferravo alle assemblee, credevo di imparare, e avrò pure imparato ma ancora non so dire cosa. Sicchè … E’ questa una colpa oggettiva? Se lo è, allora sì, sono colpevole. Ma certo non è quest’ammissione che può dirsi una tragedia.
Ma insieme a tutti questi buchi, Demetrio, il tuo libro scopre in me anche un tumulto. Tu mi chiami in causa direttamente, in fondo al libro, e io non mi sottraggo, lo vedi, ma faccio fatica. Non solo perchè “non so”, “non ricordo”, ma perchè, al contrario, mi viene in mente “troppo”. Ed è un “troppo” sempre, sempre, molto normale. Ieri sera, dem, son stata lì a scrivere qualcosa per questa faccenda fino alle due e mezza di notte. E oggi sto continuando, ed è Pasquetta e fuori c’è un bel sole. Per ora. No, non me ne lamento, anzi, accetto la sfida, contenta di trovare il tempo. Il tuo libro, dem, apre un vaso di Pandora, fili impazziti di memoria si slanciano in ogni direzione e io fatico già solo ad afferrarli, figurati a farne una treccia, una corda. Ci credo che poi uno/a si stufa e sta zitto/a.
Ma mi hai beccato mentre sto impegnata in un giro di boa necessario, di cui parlo qui sotto, e non so mica quanto ci metterò a virare.
Sono anni che parliamo di queste storie, dem, che proviamo a procedere. Ed era il 2000 quando in rete scrissi questo che pubblicai anni dopo anche nel vecchio blog. Mi fa piacere che tu sia il mio “tu”. Credo che proprio questo sia necessario alla nostra generazione, sforzarsi di rispondere a chi non sa nulla e ha la forza culturale e morale di non accontentarsi di frasi fatte, bensì di rintuzzare le posizioni di comodo, di sgamare le prese di posizione che diventano velocissimamente delle rendite. Delle rese.
Chiedere la parola fine forse è troppo, chiedere di aprire gli occhi sul passato per poter voltarsi a guardare al futuro è comunque molto, quaggiù fra noi. Ma tu continua a farlo, Demetrio. Da parte mia, cercherò di continuare a risponderti. Anche se non so (non so!) se verrò mai al terzo capo e, dunque, alla treccia. Alla corda.