quest’autunno primaverile che accompagna la ripresa preoccupata dei miei passi rigidi
nella dimora dell’Ade c’é uno spirito, un fantasma, ma dentro non c’é più la mente
(ein Aìdao dòmoisi psiché kaì eìdolon, atàr frènes ouk èni pàmpan) ILIADE, XXIII, 103-104
Buone letture, era l’augurio di un collega che mi salutava giorni fa, all’inizio del mio periodo di malattia. E invece niente. O almeno assai poco. Bloccata e ostacolata dal gambone, accentuo la mia inettitudine e, scivolando da vizio in vizio – pur con paura-, scendo in visita a luoghi di cui ho sempre e solo intravisto appena le ombre, in un oltremondo saputo ma personalmente sconosciuto. Eppure sono posti fittamente abitati, e mica poi da un popolo del sottosuolo tipo quello di H.G.Wells o di Fritz Lang. Mi vergognerei ad ammetterlo. E’ la mia gente, quella lì, ci vediamo tutti i giorni, abitiamo insieme, fianco a fianco, dico di pensare. E invece no. Come ai tempi di Wells e di Fritz Lang, il popolo continua ad abitare là sotto, ma è un underground solamente rispetto a quanto sento in me, mentre in realtà questo habitat è la superficie del mondo, che io, evidentemente, non riesco a toccare, così che resto a sgambettare a mezz’aria, senza nemmeno volare, a bordo di un’antiquata mongolfiera zavorrata, coi miei vestiti secolari e gli occhialini. Quella superficie per me sotterranea è costituita dai corridoi, claustrofobici, labirintici, ipnotici, illuminati e insopportabilmente imbellettati della tv del pomeriggio.
Ci sono entrata come i protagonisti dei film americani ambientati nelle casone della prateria entrano ignari nelle loro cantine, aprendo “quella porta” e scendendo la scala. Aaaaaghhh!!!
Giorni fa qualcosa di Forum e della sua noia mortifera e ambigua (oh, il dolore che devono vivere il padre ed il fratello di cotanta Rita!) e poi l’orrore della De Filippi, che meriterebbe tomi di antropologia o almeno un Umberto Eco di oggi per essere un minimo indagata nella sua fenomenologia di maitresse, apansè naturalmente – e lo dico senza alcuna ironia. Anzi, per dirla tutta, uno dei grandi limiti del pur lodevole L’egemonia sottoculturale di Panarari sta nel non averla presa in adeguata considerazione mentre dedica i giusti capitoli ai vari Signorini, Ricci e Minzolini. E la Maria? Che se il nome non fosse suo (ma è suo, poi?) avrebbe dovuto sceglierselo come nome d’arte, data l’innegabile carica cristologica e popolare insieme che ne destinava il successo.
Ci sarà mai da qualche parte almeno una studiosa che si incarichi di investigare il ruolo che hanno avuto le donne “dominatrici” nel mondo mediasettizzato? E la Maria prima di tutto. O dovremo continuare a occuparci sempre e solamente delle servette, delle odalische e delle olgettine?
Non è propriamente una divagazione. E’ che devo arrivare al punto, ovvero, niente di meno che: “l’educazione sentimentale delle masse”. “Sentimentale”, in tutto e per tutto, non semplicemente amorosa, ma che riassume tutto quanto sta fra Eros e Thanatos, l’enorme bacino inesauribile del “sentire”, per quanto inquinato, ostruito, ammalato sia. Roba da letteratura, per lo più, e ancora adesso, nonostante i più di due secoli trascorsi fino a noi da quando Kant e da quando Rousseau.
Fra Eros e Thanatos, dunque. E qui arrivo a oggi e alla trasmissione dei funerali. Di tal Simoncelli. Va bene, ammetto, non lo conoscevo, e mi ero interrogata solo di sfuggita e superficialmente su quel Sic frapposto fra il nome e il cognome di un mio studente un po’ sciocco di cui spio spesso la bacheca su Fb. D’altronde, la sua passione per le moto e i motori non sembra poi molto spiccata, dopotutto, come, a quanto pare, nessun’altra passione. (L’amore, per esempio, è di assai sparute parole, come noto nelle bacheche di tanti altri ragazzi e ragazze, afasici, per lo più. Ma, anche qui, aspettiamo i tomi degli indagatori, se mai arriveranno). C’è poi l’altra, la studentessa, che invece è sfegatata nel suo postare continuamente due ruote e nascondersi dietro fotine di eroici centauri, come nessuno di noi insegnanti sospetterebbe, vedendola in classe così ligia e un po’ secchiona. Sono giorni che linka necrologi e commenti tutti uguali, grondanti eppure striminziti, patetici di un pathos ordinario tuttavia insistente, come a cercare uno sfogo, un pertugio, una via d’uscita, d’espressione: le parole per dirlo.
Se c’è una cifra che accomuna tutta questa scuola delle emozioni che è la tv pomeridiana mi sembra possa essere la petulanza. Una ridondanza ossessiva, fastidiosa, senza fine. Uno strillare asfittico, un “rivo strozzato che gorgoglia” ma che viene voglia di arginare del tutto, zittire, che si faccia lago, artificiale e fermo, una buona volta, e che la smetta.
E petulanti erano gli applausi, continui, noiosi, a onde, che accompagnavano il lungo percorso della bara; petulante l’omologazione delle magliette, del 58 ripetuto come se ci fosse un errore di stampa nel rullo dei numerini distribuiti nella fila dal salumiere.
La petulanza è uno dei modi di autorappresentazione della miseria, che è prima di tutto miseria di sè, mancanza di padronanza. Un sentirsi bisognoso che diventa identitario e si trasforma in autoaffermazione di sè, in rivendicazione del diritto di stare al mondo da protagonista e invasore di campi altrui proprio in quanto bisognoso.
Ma di che cosa hanno bisogno tutti questi petulanti che si sono riversati a Coriano o hanno tracimato dalle pagine internettiche piangendo per un ragazzino – a vederlo sembrava pure lui un poco sciocco – morto spettacolarmente mentre azzardava la vita in tutta consapevolezza?
C’è chi si è indignato di questo spropositato lutto mediatico con argomenti conosciuti e razionali. Chi ha contrapposto questa morte da ricco con quelle atroci e nascoste dei poveri cristi. Chi ci ha speculato e chi ha stigmatizzato chi ci speculava. Eccetera eccetera.
Io continuo a chiedermi il senso profondo di questa straordinaria (e petulante) partecipazione popolare. Di quest’esagerazione che deve essere sintomo di qualcosa che la mente non afferra ma che da qualche parte deve stare, sia pure nello scantinato delle ombre.
Quali parole sono nascoste nel gorgoglìo di questo rivo?
Ho ripreso l’Iliade, allora, libro XXIII, i funerali di Patroclo. Perchè nell’eco prodotto dalla morte di Simoncelli ho creduto di intravedere una similitudine (cavalli, seppure motore, corazze, gloria, rischio, rivalità, l’epica dello sport di massa, insomma, e proprio di “questo” sport, aggressivo, mortale e corso a cavallo. Cosa? Ah, ma là, a Troia, non contavano i milioni di ingaggio? Ma ne siamo poi così sicuri?). Le epiche onoranze tributate all’eroe, morto giovane perchè caro agli dei, morto in “guerra”, spietata ma cavalleresca, morto in cerca di onore, morto in nome dell’amico, sono davvero così distanti dalla celebrazione mediatica a cui ho assistito (a dir la verità per non più di venti minuti – aggiunti ad altro che ho visto e letto mi è sembrato bastevole)? C’è chi dice SI’, naturalmente. E c’è “chi dice NO” (che ci sta proprio a fagiuolo).
Patroclo Simoncelli (scommetto che qualche avo con un nome così ci deve essere stato, in quelle terre) è venuto dall’Ade in “psiché” ed “eidolon” a visitare il sonno di quest’umanità achillide, non epica nè eroica, certo, perchè priva di nobiltà e di divinità, ma certamente spietata, veloce, aggressiva e ossessionata dalla popolarità e dall’avidità. (La verità: Achille non l’ho mai potuto soffrire, da quando, alle elementari, lo conobbi nelle pagine di Vita meravigliosa, e non vedevo l’ora che qualcuno gli infilzasse quel suo maledetto tallone).
Nel XXIII libro é l’ombra della morte che, finalmente, sfiora Achille e lo ridimensiona. La vicinanza dei due giovani, la loro antica familiarità, la loro comune fame di areté si tramuta, dopo tanta inconsapevolezza, nell’idea di una comunanza del morire. Achille, che ha dato con gusto la morte a millemila creature senza punto preoccuparsene – anzi-, pensa per la prima volta che capiterà a lui pure.
Allo stesso modo oggi, dopo tante morti terribili ma finte e/o lontane, la televisione ha restituito alla gente, che sa che si muore ma non sa più morire, una morte “vera”. “Vero”, “autentico”, sono gli aggettivi che più si sono sprecati nelle bocche e nelle tastiere a commento. Usati come attributi di Simoncelli, in realtà erano parole proiettive. E’ del proprio “vero” destino che la gente intende parlare, senza saperlo fare. Come non lo sa fare Achille, d’altronde, l’eroe più proiettivo della cultura occidentale, l’eroe del “fare”.
L’umanità achillide, visitata dal proprio stesso spettro, gli ha risposto proprio come fa il Pelide, agitandosi come un demonio a ergere cataste dopo aver disfatto boschi, a scannare animali e uomini da sacrificare, a divorare e ungere di grasso e, infine, a indire giochi arditi con ricchi premi e cotillons: chè, se oggi al posto degli Olimpici è Mammona l’unico dio, non per questo allora la rozza materialità della ricchezza veniva disdegnata, essendo anzi considerata, altrettanto quanto lo è adesso, feticcio per antonomasia di merito e virtù.
Figura-simbolo di questa umanità achillide è proprio l’amico fraterno di Patroclo Simoncelli, quell’Achille Valentino che, a tutta prima, pensa di “suicidarsi”, sportivamente parlando, (ma in che altro risiede l’identità di Valentino Rossi, se non nel suo ruolo di motociclista?) a causa del dolore per l’amico morto e, per di più, suppone, per causa sua ma, poi, tagliati i ricci, si rassegna con molto onore a un sontuoso funerale.
Cosa manca, in tanta similitudine, a questa società achea dei tempi nostri perchè non si percepisca stonata ed esagerata questa vicinanza all’Iliade?
Mancano le “parole per dirlo”, quelle che Omero aveva in abbondanza e che, invece, per adeguarsi ai tempi, sono state miserevolmente tolte da Baricco: manca il senso del sacro (quello che perfino Troy prova a scimmiottare, sembra così esotico e avventuroso, il sacro, fa cassetta). Che poi non è altro che il senso della propria insufficienza, del limite umano. Non c’è bisogno di scomodare dio, dei, e religioni varie.
E, in questo vuoto di sacralità, si infilano le ore di diretta tv e i blabla degli opinionisti, mentre i miseri inconsapevoli di esserlo blaterano con petulanza di buoni e lacrimevoli sentimentalismi, linkano addii <3 per non dimenticare <3, disegnano stelline, liberano palloncini e abbracciano piagnucolando il simulacro sentimentale di turno (per non parlare dei baci e abbracci a Maria).
La manutenzione del blog
Quasi sistemato il blogroll (do you remember blogroll ?)
La contentezza di vedere che sono ancora quasi tutti attivi
Lavori in-forma-ti-ci
Legàmi poco chiari e legamenti dolenti
Errori
Stavo scrivendo una noticina che doveva essere breve ma forse troppo veritiera. Un errore di battitura e tutto s’è cancellato, dopo essersi coperto di blu. Coperto.
Tempi
Arrivo, arrivo. Lenta. E trovo un commento di circa quindici giorni fa su un post del 2007. Ed è pure un consiglio. Mi sento tutta un’irritazione, tsé. Tsé.
Exitus
Disposta alla commozione. Da qualche giorno in qua, noto adesso e scrivo subito – evidentemente mi sembra così rilevante per me da non lasciarmelo scappare – mi capita di piangere davanti a qualche notizia che sa di forza e di dolore estremo, di morte e di amore – che detto così sembra il solito topos tragico e sentimentaloide e invece, qui, io lo voglio intendere come bellezza della dignità. Mi sono appena commossa, ad esempio, proprio un attimo fa (vabbe’, non ho mica pianto eh, non per questo, solo un poco di benefico friccicore al core), a scoprire, seppure in ritardo, la lettera d’amore che Moresco aveva scritto agli occhi di Liz Taylor. Ma costa poco, anzi niente. Mentre questa faccenda della dignità e della sua bellezza preziosa ha raggiunto attualmente costi altissimi, è merce assai rara e di enorme valore che assai pochi si possono pemettere e, sbaglierò, ma mi sembra che il suo prezzo sia pagabile ormai solo dai vecchi. Va da sè, lo sappiamo purtroppo assai bene: pochissimi pure fra i vecchi quelli in grado di pagarne il prezzo, tanto più se così impotenti da confidare in nient’altro che nel denaro.
L’uomo era stato partigiano. L’uomo era stato maestro. L’uomo ha amato a lungo, per decenni e decenni, la moglie, la figlia e molti molti cani. L’altro ieri, nell’appartamento signorile davanti al quale sono passata per tanti anni fra il vecchio cinema e i ricchi giardini, quell’uomo ha compiuto la sua ultima azione di una guerra di liberazione e d’amore durata tutta la vita. Su fogli di carta di una risma nuova ha lasciato scritta la sua ultima lezione, preparata da settimane in ogni dettaglio perchè tutto andasse bene e nessun particolare fosse lasciato al caso. La immagino, la sua scrittura. Rotonda e chiara, come quella lasciata col gesso sulla lavagna per i piccoli che un tempo accompagnava a scoprire la libertà degli alfabeti. Immagino la sua attenzione, delicata e precisa, dolorosa e compresa dell’altezza dell’Ananke, come quando prendeva la mira con la mitraglia da dietro il riparo di un cespuglio in montagna. Immagino il suo vecchio cuore, esercitato alla paura e alla determinazione, al dolore e alla lucidità, conscio sopra ogni cosa del valore del futuro degli altri. Con gesti forti, necessari e terribili - necessariamente e terribilmente ripetuti più volte perchè la forza, ormai, aveva lasciato da anni il suo corpo per rifugiarsi, compressa e memore, tutta quanta solamente nell’animo, ha liberato la sua compagna di una vita, il loro cane e se stesso dalla servitù e dalla tirannia. Si dice: “l’ora suprema”. Quanta retorica. Però, se penso a lui, vedo passare il tempo nelle lancette , tutto il tempo che gli ci è voluto, immagino, per impegnare tutto se stesso a liberare le ossa deformate, annientare l’Alzheimer, riscattare fino in fondo la miseria dell’umiliazione. Chissà se, in quell’ora, ha rivissuto la guerra e l’orrendo strazio che è costata la libertà. Chissà se è riuscito a pensarsi ancora giovane, per raccogliere la forza di costringersi ad andare fino in fondo. Si dice: “la forza della disperazione” e io non so, non conosco niente che le si avvicini. Nella mia ignoranza del mondo mi sembra che certi gesti si possano compiere solo se si ritrova ciò che ci ha fatto giovani, la speranza.
Ma forse me la racconto a questo modo solamente perchè, da qualche giorno – saran gli ormoni, va’ a sapere -, mi sento così, disposta alla commozione.
Omepatica
Tornare a scrivere. Solo qualche linea, di nuovo, ogni giorno. Scacciare il disgusto col disgusto. E’ possibile? Ha senso?
Enterprise
Grande silenzio, qui. Il mondo dei blog è in contrazione. Tutto va giù veloce per l’autostrada FB e chi discute della Grande Trasformazione ne fa un problemino salottiero purparlè, la sera dopo il cinema. Riprendere la parola è sempre più difficile quanto più stringente si fa l’urgenza di agire, di rendere la parola davvero prassi efficace, non rumore, non vaniloquio, non inconsistenza. Ho un lavoro di parola, lavoro con la parola, per mezzo di. L’impegno a renderla efficace per tutto il tempo dell’oper-azione mi prosciuga, al punto che, poi, varcata la porta a vetri, superato il cancello, non riesco più a parlare del mio lavoro. Ci ho provato varie volte, qui dentro e, poco tempo fa, anche qui. Forse, mi sono detta, se usassi il blog per mostrarne qualche spiraglio, chissà.
Domani prima prova di scrittura in quarta. Si segue la falsariga dell’esame di stato, ovviamente. Si punta verso il bersaglio finale. Illusorio e necessario allo stesso tempo. Domani due ore, più un’ora il giorno dopo, forse, se avranno finito di fare le elezioni per i rappresentanti del consiglio di classe. Veramente, non sarebbe regolare farli eleggere in quattro e quattr’otto per farli scrivere il resto dell’ora. Ma i decreti delegati sono del 1974 e più nessuno lo sa nè a nessuno più importa saperlo. Riti stanchi e, se presi sul serio, ridotti a una ottusa e protocollare burocrazia. Nessuna riforma scolastica ci ha più messo mano. Mi vengono in mente i fazzoletti da naso di tela: tutti li abbiamo in un cassetto e, qualche volta, capita di usarli, magari come straccetto d’occasione, ma è ovvio che si va di carta e non se ne discute più. Ecco, gli istituti dei DD sono come i fazzoletti di tela.
Dunque: moltissimi dicono ancora: tema. Tutte le volte a spiegare che no, non è così. Ma qui è più pratico lasciar perdere.
Dovrebbe servire a verificare. Nonostante sia improbo io mi ostino a farci “politica” attraverso, alla faccia della Gelmini e del pensiero (del non-pensiero) dominante. Avanzo nello spazio interstellare con l’Enterprise. D’altronde, quest’anno si fanno il Sei, il Sette e l’Ottocento, in storia e in italiano. Va assolutamente sfruttata l’occasione di dissodare a fondo, arare, seminare. Non ho resistito alla tentazione, stamattina, parlando del Re Sole e di Versailles, della gabbia dorata dell’aristocrazia parassita e depotenziata, di infilare dentro al suono della campana del cambio d’ora le parole “Palazzo Grazioli” e “Villa Certosa”. Tant’é.
Ecco su cosa dovranno sudare, domani.
PROVA DI ITALIANO
Svolgi la prova, scegliendo una delle tipologie proposte.
TIPOLOGIA B – REDAZIONE DI UN “SAGGIO BREVE” O DI UN “ARTICOLO DI GIORNALE
(Puoi scegliere uno degli argomenti relativi agli ambiti proposti)
CONSEGNE Sviluppa l’argomento scelto o in forma di “saggio breve” o di “articolo di giornale”, utilizzando i documenti e i dati che lo corredano. Se scegli la forma del “saggio breve”, interpreta e confronta i documenti e i dati forniti e su questa base svolgi, argomentandola, la tua trattazione, anche con opportuni riferimenti alle tue conoscenze ed esperienze di studio. Da’ al saggio un titolo coerente con la tua trattazione e ipotizzane una destinazione editoriale (rivista specialistica, fascicolo scolastico di ricerca e documentazione, rassegna di argomento culturale, altro). Se lo ritieni, organizza la trattazione suddividendola in paragrafi cui potrai dare eventualmente uno specifico titolo. Se scegli la forma dell’ “articolo di giornale”, individua nei documenti e nei dati forniti uno o più elementi che ti sembrano rilevanti e costruisci su di essi il tuo ‘pezzo’. Da’ all’articolo un titolo appropriato ed indica il tipo di giornale sul quale ne ipotizzi la pubblicazione (quotidiano, rivista divulgativa, giornale scolastico, altro). Per attualizzare l’argomento, puoi riferirti a circostanze immaginarie o reali (mostre, anniversari, convegni o eventi di rilievo). Per entrambe le forme di scrittura non superare le quattro o cinque colonne di metà di foglio protocollo.
AMBITO SOCIO-ECONOMICO
ARGOMENTO: Sistema economico mondiale e schiavitù vecchie e nuove.
DOCUMENTI
- La schiavitù è un fenomeno antichissimo. […] L’Atene dell’età classica, ad esempio, modello eccelso di civiltà e democrazia, non sarebbe esistita senza il supporto economico garantito dal lavoro degli schiavi, che ammontavano al 30-40% della popolazione totale. Anche l’economia del mondo romano si basava sul lavoro degli schiavi, il cui numero al tempo dell’impero crebbe enormemente. F. CEREDA, V. REICHMANN, Le sfide della storia, Vol. 1, tomo B p. 323
3. Ma per grande che sia il guadagno, che queste tre specie di derrate [oro, avorio, cera] apportano agl’Inglesi, il vantaggio ch’eglino ne ricavano, non si accosta neppure a quello che loro arrecano i Negri, i quali prendono su il fiume Gambia, nella costa dell’Oro, ed in altre Scale, ove trafficano. Il numero di questi Schiavi che trasportano nell’America, sì per le colonie Inglesi e Francesi, come per servizio degli Spagnuoli, si suppone che ordinariamente monti, quando il Commercio non è interrotto, a trenta o quaranta, ed anche cinquanta mila per anno. […] L’utile che i Negri apportano, non si restringe solamente a quello che si ricava dalla vendita di quelli Schiavi. Loro si deve attribuire tutto il denaro che le produzioni naturali della Colonie Inglesi nel nuovo Mondo, fanno entrare in Inghilterra, o che impediscono di uscire; e ‘l giro che cagiona in questo Regno il Commercio, che esercita colle sue Colonie. “ ( testo di ANTONIO GENOVESI, che traduce nel 1757 un trattato di commercio dell’inglese John Cary)
5.
Rosarno si è svuotata, la “cacciata dei negri” ha avuto successo, con buona pace di quella turba anonima di cittadini che ha vomitato il proprio razzismo sulla disperazione e sullo sfruttamento dei lavoratori migranti. Gli aranceti, quest’anno, non avranno più mani africane a raccogliere arance e mandarini a 25 euro al giorno, senza garanzie, in mano a caporali e mafiosi, senza guanti e stivali, in mezzo all’acqua ed al freddo. Gli unici rimasti sono i nordafricani, che adesso lavorano alle stesse condizioni e spesso anche per metà paga, e i rumeni, gli europei dell’est. I migranti dalla pelle nera (ghanesi, gambiani, ivoriani, maliani, senegalesi, ecc.) sono andati via, hanno scelto di mettersi in viaggio verso altri luoghi, verso altri “padroni” pronti a sfruttare il loro bisogno di lavoro. Roma, Milano, Napoli, Foggia, Brescia, Siracusa, ognuno ha scelto la propria destinazione, in base a ciò che già conosce o a ciò che gli viene suggerito. Perché non c’è tempo da perdere: la stagione agricola continua e, dopo Rosarno, c’è da pensare ad altre colture, ad altri cicli.
A Cassibile, frazione agricola di Siracusa, da fine febbraio a giugno ci sarà la raccolta delle patate, dei fagiolini e delle fragole. Ci sono campi che attendono braccia forti e sguardi stanchi, ci sono caporali che attendono i loro schiavi a cui sottrarre 10-15 euro al giorno, ci sono i datori di lavoro, i proprietari terrieri, che con la scusa della crisi pensano di giustificare uno sfruttamento inaccettabile, in nome di un settore agricolo “dimenticato dallo Stato”, consueta irritante lamentela di chi, ipocritamente, finge di non sentire il puzzo della propria coscienza e il peso della propria responsabilità.
Sono invisibili, masse di invisibili che scompaiono per dieci o dodici o quattordici ore dietro gli alberi, tra le colture, in mezzo ai terreni agricoli, per poi riapparire la sera, ai bordi della strada, sfiancati, avviliti, ma pronti a ricominciare, perché domani è un’altra giornata e non ci si può fermare, perché bisogna vivere e mandare qualche soldo in patria. Sono invisibili che, alle 3 o 4 di notte, si ritrovano nella piazza centrale di Cassibile per essere “scelti” dai caporali: “Tu oggi lavori, tu no, tu sì, tu no”. Una parola, una decisione inappellabile (se non a rischio di beccarti ceffoni e pugni) che stabilisce se oggi guadagni da schiavo oppure stai fermo, sempre da schiavo, in una frazione di 5800 abitanti che, di giorno, ti guardano male quando passi in quella stessa piazza dove la notte ti usano per il loro profitto (M.PERNA, 2 febbraio 2010, in www.liberainformazione.org
AMBITO TECNICO-SCIENTIFICO
ARGOMENTO: Sensate esperienze» e «dimostrazioni certe»: la nascita della scienza moderna.
DOCUMENTI
- «La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto.»
G. GALILEI, Il Saggiatore, 1623
2. “La tesi che intendo sviluppare è che il calmo sviluppo della scienza ha virtualmente dato un nuovo stile alla nostra mentalità, così che modi di pensare eccezionali in altri tempi sono ora diffusi in tutto il mondo civile. Ma il nuovo stile ha dovuto progredire lentamente per vari secoli tra i popoli europei prima di sbocciare nel rapido sviluppo della scienza, che quindi, con le sue sempre più esplicite applicazioni, lo ha ulteriormente consolidato. “A. N. WHITEHEAD, La scienza e il mondo moderno, 1926
3.«…fare della fisica nel nostro senso del termine…vuol dire applicare al reale le nozioni rigide, esatte e precise della matematica e, in primo luogo, della geometria. Impresa paradossale, se mai ve ne furono, poiché la realtà, quella della vita quotidiana in mezzo alla quale viviamo e stiamo, non è matematica…Ne risulta che volere applicare la matematica allo studio della natura è commettere un errore e un controsenso. Nella natura non ci sono cerchi, ellissi, linee rette. È ridicolo voler misurare con esattezza le dimensioni di un essere naturale: il cavallo è senza dubbio più grande del cane e più piccolo dell’elefante, ma né il cane, né il cavallo, né l’elefante hanno dimensioni strettamente e rigidamente determinate: c’è dovunque un margine di imprecisione, di “giuoco”, di “più o meno”, di “pressappoco”…Ora è attraverso lo strumento di misura che l’idea dell’esattezza prende possesso di questo mondo e che il mondo della precisione arriva a sostituirsi al mondo del “pressappoco”.»
A. KOYRÉ, Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione, Torino, 1967
4. «L’interrogazione della natura ha preso le forme più disparate…La scienza moderna è basata sulla scoperta di una forma nuova e specifica di comunicazione con la natura, vale a dire, sulla convinzione che la natura risponde veramente all’interrogazione sperimentale…In effetti, la sperimentazione non vuol dire solo fedele osservazione dei fatti così come accadono e nemmeno semplice ricerca di connessioni empiriche tra i fenomeni, ma presuppone un’interazione sistematica tra concetti teorici e osservazione…Arriviamo così a ciò che costituisce secondo noi la singolarità della scienza moderna: l’incontro fra tecnica e teoria…Il dialogo sperimentale con la natura, che la scienza moderna ha scoperto, non suppone un’osservazione passiva, ma una pratica. Si tratta di manipolare, di «fare una sceneggiatura» della realtà fisica, per conferirle un’approssimazione ottimale nei confronti di una descrizione teorica…La relazione fra esperienza e teoria viene dunque dal fatto che l’esperimento sottomette i processi naturali a un interrogatorio che acquista significato solo se riferito a un’ipotesi concernente i principî ai quali tali processi sono assoggettati.»
I. PRIGOGINE e I. STENGERS, La nuova alleanza, metamorfosi della scienza, Torino, 1981
5. «Viviamo in un mondo che ci disorienta con la sua complessità. Vogliamo comprendere ciò che vediamo attorno a noi e chiederci: Qual è la natura dell’universo? Qual è il nostro posto in esso? Da che cosa ha avuto origine l’universo e da dove veniamo noi?…quand’anche ci fosse una sola teoria unificata possibile, essa sarebbe solo un insieme di regole e di equazioni. Che cos’è che infonde vita nelle equazioni e che costruisce un universo che possa essere descritto da esse? L’approccio consueto della scienza, consistente nel costruire un modello matematico, non può rispondere alle domande del perché dovrebbe esserci un universo reale descrivibile da quel modello. Perché l’universo si dà la pena di esistere?…Se però perverremo a scoprire una teoria completa, essa dovrebbe essere col tempo comprensibile a tutti nei suoi principi generali, e non solo a pochi scienziati. Noi tutti – filosofi, scienziati e gente comune – dovremmo allora essere in grado di partecipare alla discussione del problema del perché noi e l’universo esistiamo. Se riusciremo a trovare la risposta a questa domanda, decreteremo il trionfo definitivo della ragione umana: giacché allora conosceremmo la mente di Dio». S. HAWKING, Dal Big Bang ai buchi neri, 1988
AMBITO STORICO – POLITICO
ARGOMENTO: La necessità storica che il potere sia sottoposto al vincolo delle leggi.
DOCUMENTI
- [Le leggi] sono sopra di voi, signore, e invero vi è anche qualcosa che è sopra di esse, e che ne è il padre e l’autore, e questo è il popolo d’Inghilterra. Infatti, signore, siccome è lui che, da principio, sugli esempi degli altri Paesi, s’è scelto per sé questa forma di governo per amore della giustizia, essa s’amministri in modo tale che la pace possa conservarsi, egli ha perciò, signore, dato delle leggi ai suoi governanti conformemente alle quali essi devono governarlo, a condizione, tuttavia, che se dovessero risultare difettose e pregiudizievoli per il pubblico, egli avrebbe un potere riservato e innato in lui di cambiarle ove giudicasse che ve ne sia bisogno. Alcuni del vostro partito, signore, hanno giustamente detto che un re non ha eguali nel suo regno. Anche la Corte vi concederà che, mentre siete re, non avete eguali in un certo senso, poiché siete più importante di qualunque vostro suddito, ma sosterrà altresì che siete minore d’essi tutti insieme […]
dagli Atti del processo a Carlo I Stuart, 1649
2. […] il Bill of rights rappresenta il modello di quel particolare equilibrio tra potere del re, limitazione di esso sulla base di un testo “costituzionale” e poteri del parlamento che va sotto il nome di monarchia costituzionale (e poi parlamentare). Il valore dei principi stabiliti nel Bill of rights non è confinato però alle monarchie. Ritroviamo alcuni di essi anche nelle costituzioni repubblicane come per esempio quella italiana del 1948, attualmente in vigore. Nell’art. 1 della Costituzione, si afferma per esempio che la sovranità (in questo caso del popolo) si esercita nelle forme stabilite dalla Costituzione. Anche ora che la sovranità appartiene al popolo, infatti, non è venuta meno l’esigenza […] di regolare e porre limiti all’esercizio del potere; e ciò soprattutto dopo la tragica esperienza di regimi del Novecento come fascismo, comunismo staliniano, nazismo […]
AA.VV. Passato Presente, vol. 1, pag. 442
3. […] “un popolo libero obbedisce ma non serve; ha dei capi, ma non dei padroni; obbedisce alle leggi, ma solo alle leggi; ed è in virtù delle leggi che non diventa servo degli uomini”.
.J. ROUSSEAU, Lettres écrites de la montagne, trad. it in Scritti politici, Torino 1979
4. Professor Viroli, partiamo dalla «libertà dei servi», il titolo del suo libro, a cui lei oppone quella dei cittadini. Qual è la differenza?
Il concetto di libertà dei servi ha una lunga storia nel pensiero politico, antico e moderno. Abbiamo la libertà dei servi quando gli individui sono sottoposti al potere arbitrario o enorme di un uomo. Perché se sei sottoposto al potere arbitrario ed enorme di un uomo che può fare ciò che vuole non sei libero come cittadino, ma hai la libertà dei servi, che consiste spesso nel poter fare ciò che vuoi, ma sempre sottoposto alla volontà di qualcun altro. La libertà del cittadini è diversa, non è sottoposta al potere arbitrario o enorme di un uomo, ma soltanto alla Costituzione, alle leggi e ai principi morali. Tutto questo si intende bene se consideriamo una frase di Cicerone: “La libertà non consiste nell’avere un buon padrone, ma nel non averne affatto”. [...]
Dunque quando si smette di essere cittadini e si diventa sudditi?
«Non parlerei tanto di sudditi, quanto proprio di servi, perché la sudditanza dipende dalla forza, mentre la servitù è costruita sulla persuasione… Ad ogni modo la libertà del cittadino termina nel momento in cui all’interno della res publica si forma un potere arbitrario o enorme, come dicevamo. Ma bisogna aggiungere che è del tutto irrilevante chi abbia tale potere, e neppure conta come venga utilizzato. Il problema è la semplice esistenza di un potere, che imponendo la propria volontà fa sì che non si possa parlare più di libertà dei cittadini, ma di libertà dei servi. È importante avere chiaro che, come hanno sempre sottolineato gli autori di commedie nella Roma antica, i servi sottoposti al potere di un uomo possono essere felici, e spesso lo sono, perché sono in condizioni di fare più o meno ciò che vogliono. Ciò nonostante, il semplice fatto di essere sottoposti a un potere non li rende liberi nel senso della libertà del cittadino. “
Da un’intervista a MAURIZIO VIROLI, docente di Teoria politica all’Università di Princeton, e autore del libro La libertà dei servi, 2010
TIPOLOGIA D: TEMA DI ORDINE GENERALE
La violenza lacera quotidianamente la società, circonda la nostra vita, coinvolge la nostra coscienza, sollecita la nostra riflessione morale, culturale e politica. Nella tua esperienza giovanile non avrai certo mancato di interrogarti su questo aspetto drammatico della società del nostro tempo e di maturare personali considerazioni.

