Più che mediatico direi che Vendola è carismatico. Il carisma essendo quella cosa per cui chi ce l’ha viene investito dalla nuvola delle aspettative e delle aspirazioni altrui, Vendola, nella sua passione, è un catalizzatore di passioni. E di proiezioni. Finalmente! Io, per esempio, ci vedo quello che alla sinistra manca dai tempi di Enrico Berlinguer. I due non potrebbero essere, naturalmente, più differenti ma entrambi hanno la capacità di incarnare, proprio nel loro corpo (il carisma è del corpo e di ciò che del corpo gli altri vedono) il bisogno di senso e di direzione che agita le anime. Le vite.
Non sono affatto d’accordo con colui che, leggevo, per il suo essere vincente lo assimila a Berlusconi (e devo dire che non ho mica capito se gli faceva un complimento o no, la prima ipotesi mi sembra demenziale ma tanto di quanto vedo e leggo mi appare così spesso tale che il dubbio resta) se non in quanto tutti i carismatici si assomigliano, per forza, secondo quanto ho scritto su. Ma il corpo di Nichi non catalizza, è ovvio, gli stessi sogni e bisogni di quelli evocati dal cellophanato nazionale di cui è l’esatto, puntuale, rovescio. (Chi ne è invece l’omologo simmetrico è Di Pietro, l’antiBerlusca, laddove Vendola è precisamente, pixel carnale per pixel carnale, il nonBerlusca).
Le rughe, ad esempio. Anche quelle, pur nella faccia tonda, mi ricordano Enrico nella sua faccia lunga. Il grigio dei capelli. Quel difetto di pronuncia. Piccoli fondamentali elementi di autenticità. Un accendersi del motore caldo dalla quiete silenziosa. Pur nel discorso fluente, un senso di sforzo, di fatica, di ricerca, di timidezza che non deve sbagliare, anche se capiterà. La serietà dell’espressione, che non viene mai meno neppure nei momenti di grandi sorrisi e di contentezza e di abbracci. La determinazione del tono, che pare nascere da fonti interiori situate ugualmente nel diaframma e nel cervello. Lo stare perfettamente nel proprio tempo evocando insieme la ricchezza di esperienza passata e la speranza nel dopo. La capacità di strappare per ricucire in modo completamente differente. La pacatezza che spegne ogni veleno di risentimento e stridore di denti. La parola, che esce densa di umori, concentrata e riconoscibile, evocatrice di un Reale insieme immediato e ulteriore. Il senso del conflitto dentro alla padronanza Zen di un tiro con l’arco.
Ogni caratteristica del suo stare nel corpo è segno di un qualche valore de sinistra, nonché dello stadio di trasformazione a cui è arrivata la gente che si sente de sinistra. Compresa, ovviamente, la sua omosessualità, sussunta, più che riassunta, dal suo corpo. E così, con la sensazione di essere dentro un sogno che si invera in ogni momento mostrando la trama del futuro, chi ci vede la concretezza, chi ci vede la padronanza della moderna mediaticità, chi il riscatto del sud, chi la forza del prossimo Re Davide, chi il nazareno che scaccia i mercanti dal tempio, chi l’Obama de noantri, chi l’Enrico dei tempi nostri, navigatore senza barca a vela.
Ma. C’è un ma.
Cerco su google immagini di Enrico Berlinguer e di Nichi Vendola. Ce ne sono più di 38 mila per ciascuno, e più di Vendola che di Berlinguer. Ovvio. Cerco foto, non video, che la mia connessione a manovella non regge. Scopro che Nichi è sempre serissimo oppure in posa oppure sulle difensive. Che ha una sicurezza reattiva. Che la battaglia è lunga e che non è (ancora?) tempo di volare.






